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Young Adult

Serrature

Di Howl
Pubblicato il 12/02/2022

Racconto che ho già pubblicato qui su Typee. L'ho riscritto e ampliato.

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Papà ha un furgone bianco, ci va in giro per tutta la provincia, dalla mattina alla sera, a caricare e scaricare la roba degli altri. Mio fratello Gianni, che è più grande di me di sei anni, gli sta di fianco da quando ha finito le scuole medie. Da quest’estate ho iniziato ad andarci anche io con loro due, papà mi da cinquantamila lire ogni fine settimana.

Dentro al furgone c’è puzza di fumo, cenere e mozziconi dappertutto; io ho sempre visto papà respirare con una sigaretta in bocca.


Oggi il cielo sembra fatto di cristallo, c’è una cappa di caldo verde su tutta la campagna e io me ne sto lì a guardare i campi di mais e i pali del telefono che vengono risucchiati dietro di noi. Papà ha un braccio fuori dal finestrino. La strada è stretta, coi grumi, piena di polvere. Sfrecciamo e traballiamo, portandoci dietro un tornado: papà è pazzo, «adesso prendo la scorciatoia,» ha detto.

Così c’è un uomo che ci guarda da lontano, fermo sulla capezzagna e io incrocio i suoi occhi e lo continuo a guardare dallo specchietto anche quando lo passiamo finché viene portato via dal fumo bianco.

Penso che siamo le prime persone che vede da chissà quanto tempo.


Francesca si è chiusa in camera.

Sua mamma continua a bussare, urla, «Francesca sono arrivati muoviti!»

Si sente solo la musica e io li conosco perché li ascolto già da quest’inverno: i Verdena. In classe mia sono tutti presi dall’afro o dalle canzoni da discoteca che a me adesso fanno proprio schifo, anche se, voglio dire, fino all’anno scorso le ascoltavo anche io, ma è una storia vecchia, si cambia… quello che dico è che ho sempre pensato che fosse tutta lì la musica, e invece quello che sento quando ascolto i Verdena è diverso: c’è che mi prende questa cosa alla gola, questo magone… le loro canzoni mi fanno sentire libero, mi dicono tutte le cose giuste che ho dentro anche io e poi mi danno la carica, mi girano la manovella dietro alla schiena, così per un po’ ci sto ancora su questo mondo.


La mamma di Francesca vede che papà sta perdendo la pazienza e così si scusa, dice che le ha provate tutte, ma poi a che serve? Dice cose che non si dovrebbero dire secondo me, o almeno non a persone che vedi per la prima volta in vita tua. Come il fatto che Francesca sta male per il divorzio, che vuole vivere per sempre in questa casa, ma che loro una casa così grande non possono più permettersela.

Papà se la sbriga, «va bene», dice. Poi mi tira in mezzo, perché ho quindici anni e ascolto anche io ‘sta roba, lo sa. Ma io penso che papà è ignorante, e che “‘sta roba” come dice lui è proprio il massimo e il cantante dei Verdena urla “io tremo con lei, forse ci sei,” e papà che ne sa di tutto quello che mi rimescola dentro e che c’è come un vuoto che mi prende soprattutto quando sto con gli altri che riesco a sentire bene e ignoro il più delle volte perché ho paura che poi lo vedono e se lo vedono poi faccio la figura di quello strano, che viene messo in un angolo e lì ci rimane per sempre, a morire. Ma quel vuoto dura, e me lo porto anche a casa, ed è con me, ma quando metto i Verdena allo stereo mi sembra che quel vuoto me lo riempiano poco per volta. Penso che dall’altra parte c’è una ragazza che è per me come un mistero; le sente anche lei queste parole, ma le diranno le stesse cose?

Alla fine che cosa importa, sono qui.


Poi iniziamo con la roba al piano di sotto. È una casa molto grande e mi fa pensare ai pomeriggi di Francesca, agli inverni di Francesca. Io vivo in paese e un po’ le cose sono a portata di mano.

È difficile da capire com’è stare qui perché sembra la fine del mondo, c’è come questo gigantesco nulla che fa rimbombare tutto: spostiamo divani, mobili, scatoloni, li carichiamo sul furgone e io mi riposo e riparto e sento che siamo da soli. La campagna è un’isola, un mondo a parte.

Così, c’è un’immagine di Francesca che mi gira per la testa, mi sembra senza colori. Lei è ancora una bambina. Vedo questa stessa stanza che stiamo svuotando, questa televisione che scolleghiamo dalle prese, e vedo Francesca stesa sul pavimento che sta disegnando e che alza gli occhi dal foglio solo per le scene più belle del cartone animato. E poi penso alla Francesca di adesso, la stessa che ascolta la musica a tutto volume nella sua camera da letto. Mi chiedo se ha degli amici, qualcuno che è come lei, che ascolta i Verdena, che le parla senza dire le solite cose inutili.

O forse è come me, alla fine. È brutto, no? io sono circondato da persone che non mi conoscono.


Sono tutti al piano di sotto: hanno mandato me. La casa è vuota e io devo solo portarla via.

Le dico il mio nome. «Ci sei?»

Sta zitta.

«Vai anche tu alla Guido Monaco? Fai lo psicopedagogico? Io sono ai geometri. Sono in classe con Luna Cecchetti, hai presente? Belli i Verdena, li ho scoperti st’inverno. Mi piacciono un casino.»

«Ti ha mandato lei?»

Mi taglia il fiato, come se cadessi sulla schiena.

«No,» le dico una bugia, «volevo solo parlarti.»

«Di cosa?»

«Mah… così.» Le dico, «vai a stare a Ferrara? Un po’ lontano, cambi scuola vero? È una fregatura, avrai un sacco di amici qui.»

«Non me ne importa niente della scuola. Non ho amici.»

«Perché?»

«Perché? Che domande fai?»

«È una stronzata, scusa. Io ho degli amici, ma è come se non li avessi.»

«Allora non hai amici. Stai attento ai nomi che usi per le cose.»

«Perché ti dispiace che te ne vai allora?»

«Hanno dato via il mio cane visto che andiamo a stare in un buco di culo di appartamento.»

«E a chi l’hanno dato?»

«Importa?»

«Io ho un gatto a casa. Morirei se me lo portassero via.»

«Come si chiama?»

«Dudù. Il tuo cane?»

«Melville.»

«Di che razza è?»

«È un pastore tedesco.»

«Belli mi piacciono un casino.»

Dopo una pausa lunghissima dice che la vita è una merda. «Lo sai, vero? non si dovrebbero fare delle confidenze a chi non conosci, e ancora meno a chi conosci... te lo sto dicendo perché sarai per sempre uno sconosciuto, e alla fine della giornata, dopo che avrai portato via tutta questa merda, te ne andrai a casa tua, mentre io rimarrò senza niente… Ho sbagliato a dirti di Melville. Te ne ho parlato e sembra che sia una stronzata, ma questa cosa mi sta uccidendo. Lui è l’unico amico che ho, perché un animale dovrebbe valere meno di una persona?»

«Non è così, ci sono tante cose che valgono più di una persona…»

Silenzio.

«Davvero lo pensi?» Mi chiede

«Io… sì.»

«È bello. Molte persone penserebbero che sei cinico, come lo pensano di me. Questo perché non capiscono un cazzo dell’amore.»

«Ti ho chiesto dei Verdena perché sei la prima persona che conosco che li ascolta. E sì, mi ha mandato tua mamma, ma lo faccio per me.»

«Perché vuoi sbrigarti col lavoro?»

«No, voglio solo sapere perché ti piacciono?»

«In che senso? »

«Perché li ascolti… cioè, cosa ti dicono? »

Si mette a ridere. «Come faccio a risponderti? Passavano il video di Valvonauta su Mtv, e così mi sono comprata il disco. Mi piacciono, ma forse piacciono più a te.» Poi fa una pausa. «Ho capito quello che volevi chiedermi.» Un’altra pausa. «In classe mia ascoltano tutti questo genere di musica, è solo che molti hanno solo l’apparenza. Almeno è quello che penso io... Se ho capito, per te è più difficile. La domanda che mi hai fatto è molto carina. Immagino che sei uno a cui piacciono tanto le parole. »

«Anche per te è così? »

«A volte, sì, a volte vorrei essere più leggera, senza tutti questi pensieri che mi girano per la testa. Le parole fanno ammalare.»

«È strano.»

«Melleville mi ha sempre guarito senza dire niente. Noi invece ci sforziamo di capirci, facciamo dei giri immensi per poi tornare allo stesso punto. Mi ritrovo con questo groviglio che mi strozza e che non riesco a spiegare.»

«Vorresti?»

«Io vorrei solo il mio cane… Credo che le persone abbiano una macchia scura dentro. Quando sei bambino, è piccolissima, più cresci più si allarga. Non so cosa la faccia allargare, ma succede, e sta capitando anche con me. Non si può fermare.»

«Dici che sono le parole?»

«In parte. Lo sai, ho letto che il linguaggio è un virus venuto dallo spazio. Siamo stati contagiati. Per linguaggio io credo voglia dire le parole. Credo che questo virus cresca nel cervello, dove c’è la parte cattiva dell’uomo, quella che è in contrasto con la natura. Ma sono tutte paranoie che mi faccio.»

«Io penso invece che è qualcosa di diverso. Forse è un dono dello spazio, mi piace di più così.»

«Ma non credi che saremmo stati meglio a vivere come gli animali? Crescere nella natura, capirsi solo con l’empatia, parlarsi a gesti, abbracciarsi, fare l’amore? Invece è tutto così complicato.»

«È che alla fine, siamo noi quelli complicati.»

«Già, noi.»

«Come siamo finiti a parlare di queste cose?»

«Con i Verdena.»

«È vero. Pensavo che eri come me, visto che li ascoltavi. È un po’ diverso invece, ma è più bello così.»

«Tu idealizzi spesso le persone?»

«No… cioè, non lo so’. Forse sì.»

«Allora ti racconti di un mondo finto. È facile essere delusi. È anche facile smettere di vivere. Se rimani chiuso lì dentro, niente ti può fare male. Non devi provare che le tue idee sono sbagliate. Le persone sono come statue. Le persone devono essere perfette. Almeno, è quello che è stato detto a me. Ma io penso che è più complicato.»

«Sei stata male per qualcuno?»

«Perché me lo chiedi?»

«Alla fine è tutto qui. Un po’ è vero quello che hai detto di me. Ma a me manca il tuo coraggio, non so dire “me ne frego di quello che pensa la gente”. Io sono sicuro che tutti ci chiudiamo dentro qualcosa quando stiamo con gli altri. Ti sei mai sentita, quando sei fuori, come se ti caricassi addosso il peso della tua camera da letto?»

Ride. «Che cosa?»

«È un pensiero complicato che non so dire meglio. Non credi che la tua stanza sia l’unico posto in cui sei veramente te stessa? Anche adesso, sei chiusa dentro e sei al sicuro. Quando usciamo abbiamo questo peso, è un po’ come se ci fossimo noi interi, pesanti, e poi c’è questo piccolissimo essere al di fuori che ci carica sulle spalle. Secondo me per tutti è così. È difficile uscire davvero da questa stanza. Tu lo fai?»

«È bellissimo quello che hai detto, anche se non mi è del tutto chiaro. In pratica dici, che ci sono due persone: quella dentro la stanza e quella all’esterno. Beh, ma certo che è così. Tu dici che ho coraggio, in realtà anche questa è una specie di serratura per chiudere fuori chi sono.»

«E chi sei?»

«Una persona che ha paura.»

«Di cosa?»

«Di morire da sola.»

“Io tremo con lei, forse ci sei”, non so se intendesse questo il cantante dei Verdena, ma è quello che sento io, adesso.

Allungo la mano e accarezzo la porta. Poi mi siedo, incrociando le gambe.

«Ci sei?» Mi chiede.

«Sì. Stavo pensando.»

«È una cosa brutta quella che ho detto? Troppo deprimente?»

«No, per niente. Sono pensieri che mi passano per la testa anche a me. È così strano.»

«Adesso ho anche un’altra paura. Non voglio che tu mi veda. Sono un disastro.»

«Io sono qui, mi sono seduto, aspetto. Ma se vuoi me ne vado.»

«No ti prego, resta… Resta.»

C’è un lungo silenzio che mi da una strana malinconia. Mi sembra come di averla persa per sempre quella persona, come se fossimo arrivati entrambi a un punto morto. Dopo quello, non c’è più niente. Dal piano di sotto, risale la voce di mio papà. Faccio finta di niente. Dalla finestra del corridoio, si vede tutta l’estate. Penso che da domani non sarà più questo il mondo di Francesca, quello che ha conosciuto sin da bambina. Sento dei passi e una chiave girare nella serratura. La maniglia si abbassa, uno spiraglio si apre e quindi la porta intera. Ecco Francesca, la vedo per la prima volta. Mi sorride, «vuoi entrare?» Dice. Io mi alzo, faccio un passo dentro, ci lasciamo le voci degli altri dietro di noi. Poi, Francesca chiude a chiave la porta.

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore
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Loretta 68 ha votato il racconto

Esordiente

Anch'io come Franco. Davvero molto molto belloSegnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

mi piace tanto Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Un’atmosfera lenta surreale che sembra rimanere in superficie e che invece scava nell’intimo. E poi sempre quel fondo di magica malinconiaSegnala il commento

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Coscienza fantasma ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Che meraviglia, questo racconto: l'apparente semplicità del linguaggio, fa da volano alla sua capacità di "veicolarne" il senso "narrativo e tutte le implicazioni "relazionali profonde". Tutto ruota intorno alla frase "Stai attento ai nomi che usi per le cose" ... e sembra proprio il tuo "retropensiero" che ti sta(va) sussurrando all'orecchio, mentre scrivevi. Trovo che il dialogo non sia affatto complicato, né lungo. È semplice, essenziale, preciso, e arriva proprio dove dovrebbe. Segnala il commento

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D_Gallo ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Lo ricordavo e mi era piaciuto. Adesso gli hai dato un respiro più ampio, hai fatto bene.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

c'è molto di buono, a mio avviso, però il dialogo è un po' troppo lungo e complicato, soprattutto considerando che i due si parlano attraverso una porta chiusa. Ma non è difficile asciugarlo un po'. Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Il disagio, le paure, le incomprensioni, la solitudine senza fine. Tutto ciò che ci forgia quando siamo troppo giovani per reagire, e che riemergono quando meno ce lo aspettiamo. Bellissimo Howl. Un racconto in cui ognuno si rispecchia in quell'universalità che ci lega. Nonostante tutto.Segnala il commento

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Imago ha votato il racconto

Esordiente
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di Howl

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