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Narrativa

si muore un po' per poter vivere

Pubblicato il 22/11/2022

trecento caratteri sono forse troppi per la quotidianità. la mia poi, margherita, nel mio immaginario dolcevita. nella realtà tutto minuscolo, tutto apparentemente fertile d'amore. ma da sola, di fronte allo specchio, immobile, non rimane niente.

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due passi sordi, inspiro tutto l’ossigeno che riesco a mandare giù.

punto i miei occhi nello specchio di fronte, alonato, verticale, che mi restituisce un giudizio amaro, un pugno in faccia. non sono io.

passo le dita tra i capelli, a rallentatore, a delineare una riga che dovrebbe dividermi i pensieri più o meno a metà, ma non riesco. perdo la pazienza in fretta.

perché è sempre così difficile? ritrovarsi dopo esseri persi in altre persone intendo.

scopro il segno della pelle scavata sul polso sinistro dall’elastico nero, ci ho dormito sopra, stringo tutte le ciocche in una coda, tirata da far venire mal di testa. fin che riesco.

anche perché il mondo ha cominciato a rallentare: è sempre così, quando avresti bisogno di accelerare e riempirti di superfluo, la terra rallenta. gira a fatica su se stessa, tira il freno a mano.

pure il sole brucia di più, splende della luce di luglio anche in pieno inverno, ti abbronza di felicità indesiderata, vuota. rifiuterei volentieri.

ma non posso: allora metto in ordine, maniacale.

tutto quello che trovo, ogni granello di polvere, ogni oggetto non al suo posto, fuori dal mio campo visivo.

fuori.

due passi pesanti di gravità, espiro tutta l’anidride carbonica inutile che avevo nel sangue, nei polmoni, nel cuore.

se bastasse un solo respiro per eliminare via l’amore sterile che tratteniamo in corpo boccheggeremmo tutti un po’ di più.

ma non è sufficiente, e nemmeno necessario.

espirare quanto più amore usato possibile: la verità è che non ne siamo capaci, all’atto successivo inspiriamo il marcio che ci circonda, siamo troppo lenti, estremamente deboli.

indifesi, a costruirci scudi per proteggerci da ogni angolazione, senza essere in grado di scappare da noi stessi, almeno al bisogno, prescrizione senza medico, nessuna denuncia.

ho dormito poco, le occhiaie violacee sono l’unico dettaglio vivo, brillante sul mio volto.

con l’indice spalmo due strati di correttore, ma di una tonalità troppo chiara, perfetta per nascondere bugie bianche, non voci che rimbombano e urlano da sotto al cuscino che sa di vaniglia.

riempirsi di impronte digitali sulla pelle, a sfiorare le ciglia senza macchiarle, come a segnare il territorio.

si vedono solo a prestarci attenzione, fanno spessore: tieni a mente, nessuno rispetta i confini se si è sicuri di non sentire un colpo di fucile.

e io non ho il porto d’armi, me lo si legge in fronte.

non sono mai stata brava a copiare, non me l’hanno insegnato, non l’ho mai voluto imparare.

che poi non ho nemmeno la cipria, tempo due ore e mi sembrerà di giocare alla macchina della verità, senza possibilità di mentire.

se ci provi? scossa.

se ci provi? fatichi il doppio.

altro che prometeo, ci sono aquile che mangiano fegati a tutte le ore del giorno, e manco aspettano che si rigeneri.

il tempo che passa non serve a niente se ti aggrediscono guardandoti dritto negli occhi.

circe, a che ora pensi di arrivare qui? di nascosto, davanti a tutti, non è importante, penso io a difenderti.

ne sono capace.

passare il bigliettino anche in prima fila: mettersi in pericolo per gli altri, lo faccio più o meno da sempre.

fiutare l’adrenalina, radar, lo facciamo tutti più o meno da sempre, qualcuno angelo, qualcuno diavolo.

sei fedele? sai tradire?

sul sito c’era scritto if umile: l’ho comprato perché sapeva di contraddittorio e costava dodici euro.

l’umiltà a prezzi stracciati, nemmeno al mercato in piazza il martedì mattina.

non saprei descriverne il colore, non primario, non dell’arcobaleno. neutro, quelle cose che si usano oggi per non dare nell’occhio, ma per urlare al mondo che non ci si vuole trascurare.

bastasse un rossetto per amarsi.

metti, togli l’eccesso lasciando il segno sulla carta, ripassa il contorno, che sia perfetto: la ricetta banale di una storia d’amore, imparata in televisione a dieci anni.

fidati, accetta i difetti, stordiscili con i compromessi, ama, che sia eterno.

lo spacciano così, che dura fino ad otto ore. un terzo di giornata.

se stai fermo in silenzio, non bevi, non mangi, non respiri.

e alla fine aggiungono anche, in rigoroso grassetto perché vogliono che tu lo legga: a prova di bacio. vorrei pensarlo, insegnatemi voi a baciare senza rovinare il rossetto, pure quello neutro.

rincappuccio, contronatura. ho imparato a non farlo con gli aghi, mi sembra sbagliato farlo con altrettante armi, latenti.

che non uccidono però.

due passi incerti, a ritroso. fisso il riflesso, la mia prima impressione.

nel complesso grigia, l’aria da malata direbbe mia madre, l’ombra sottile nella quale far inciampare gli altri.

lo so a memoria: le mani fredde, le dita veloci ad aggrapparsi al polsino della felpa, a mettersi in letargo, fino a chiudersi in un pugno serrato.

meccanismi.

quando faccio così le opzioni sono due: o mi piaci tantissimo o non ne posso più.

oggi non ne posso più per esempio.

conseguenze, sinonimo di necessità.

una caffettiera, la moka da tre, per uno. la smonto veloce. punta lo sguardo, cronometra. hai dieci secondi, benvenuto nel regime taylorista.

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ill0gica ha votato il racconto

Esordiente

Sì, interessante. Forse manca in certi punti di un po’ di equilibrio Segnala il commento

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Jordan ha votato il racconto

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Piaciuto Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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bistrot ha votato il racconto

Esordiente

è come un rompicapo da rimettere insieme. Ho trovato molte espressioni davvero felici, e poi quel finale a sorpresa con "taylorista". Interessante.Segnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente
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di margherita giraudo

Esordiente
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