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Narrativa

Soldati

Pubblicato il 29/07/2021

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Erano ormai tre mesi che marciava cinque-sei ore al giorno nel cortile della caserma, di cui conosceva ogni minima crepa dell’asfalto. Quella marcia quotidana era la causa delle piaghe che gli anfibi nuovi presi in magazzino gli avevano scavato sui polpacci. Ogni volta che li calzava stringeva i denti, ma dopo qualche minuto il dolore si attenuava e quasi non ci dava più peso.

Quel giorno però la marcia era quasi un toccasana: gli permetteva di pensare, di concentrarsi escludendo il mondo intero.

Dopo pranzo, all’adunata, quando distribuivano la posta, aveva ricevuto la lettera di Carla. Era quello il momento più bello della giornata, quando il cuore gli batteva all’impazzata nel petto. Ma quando lesse le prime righe…

Il messaggio era chiaro, nonostante le divagazioni, le gentilezze, i distinguo: l’aveva mollato!

Non voleva, non poteva crederci, gli pareva di vivere una scena irreale, tutta al rallentatore, in un mondo deformato.

Com’era possibile? Cos’era successo?

Si sarebbe sfogato con gusto, sparando al nemico, godendoci anche. Ma…non c’era il nemico, si marciava e basta, senza scopo. O meglio, allo scopo di gratificare con una bella figura il comandante della compagnia alla presenza del generale tal-dei-tali e delle autorità; di cui almeno una sarebbe stata un prete; meglio ancora un vescovo o un cardinale.

Una volta gli era passata per la mente una domanda che non poteva avere risposta, ovviamente: come si potevano conciliare le uccisioni di uomini e delle loro famiglie, dei loro bambini, della gente comune che viveva felice una vita normale, con le parole di fratellanza della religione; e come si potevano benedire le armi? Qual era la logica?

Nel frattempo passavano i giorni e loro stavano inutilmente sdraiati scompostamente sulla rete del letto, rifatto come un ‘cubo’, come dicevano; durante quei pochi minuti di riposo prima di riprendere la marcia in file ordinate di una perfezione geometrica.

Un giorno li avevano portati al poligono di tiro. A malapena riusciva a caricare il vecchio fucile e a sparare nella giusta direzione. Colpire le sagome di compensato era fuori discussione, se non per qualche insperato colpo di fortuna.

I calzoni gli scivolavano dalla vita mentre marciava e doveva, ogni pochi passi, tirarseli su. La cintura, stretta all’ultimo buco, compensava malamente il fatto che fossero almeno di due taglie più grandi. Quando glieli avevano dati, assieme agli scarponi e al cappotto, aveva fatto notare che gli erano troppo larghi: dovevano cambiarglieli. ‘Togliti dalla fila, sbrigati, ci sono gli altri dietro di te. Vanno bene così’.

Dunque, li aveva presi e portati in camerata, assieme al cappotto con le spalline imbottite che gli facevano delle spalle ampie come quelle di un lottatore, lungo fin sotto le ginocchia, pesantissimo, ingombrante e freddo. Quando usciva d’inverno sembrava un mostro deforme che sbucava dalla nebbia: una testa piccola fouriusciva a malapena da un corpaccione enorme. L’immagine che gli balenava in mente era quella grottesca di una tartaruga.

Qualcuno ordinò il dietro front e lui, come un automa, eseguì perfettamente la giravolta. Ora si andava versa l’altra estremità del campo.

Non sapeva se fosse più arrabbiato o angosciato.

Trovava ingiusto, profondamente ingiusto quello che gli era capitato.

Una lettera, una semplice lettera colorata!

E la voce? E la discussione, la possibilità di capire, di obiettare?

Niente di tutto questo. Un foglio non ha anima, gli puoi scarabocchiare sopra quello che vuoi e lui, remissivo, lascia fare. Ma, una volta scritto, non è più imparziale. Le parole sulla carta sembrano fuoriuscire e ballare davanti agli occhi. E cosa puoi fare? Lo puoi appallottolare, bruciare, gettare nel cestino della carta straccia. Nient’altro. Lo scritto è lì e lì rimane.

Ricordava una lezione sul meccanismo del cannone dei carri armati, tenuta da un tenente nella sala cinematografica. Lo odiò da subito, quando disse che quasi sempre le ragazze se ne andavano, li lasciavano, mentre erano militari. No, no: Carla non era così!

Un sogghigno gli increspò le labbra, quasi gli veniva da ridere.

‘Saremo sempre amici, non me ne volere’.

Come no! Qual era il problema? Amici, cari amici!

La lettera gli bruciava nella tasca, doveva cercare di non pensarci e farsene una ragione.

Forse ciò che ora gli sembrava una tragedia si sarebbe mutata col tempo nella soluzione migliore. Sì, doveva essere certo così.

Facile a dirsi, ma chissà… Del resto era impotente, piccolo uomo infagottato in un cappotto troppo grande per lui.

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Violeta ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Loretta 68 ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

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La vita che si fa in caserma scorre parallela a quella al di fuori, ma non si ferma a guardare. Non si adegua. È questa la sensazione che da il giovane protagonista mentre marcia e l’altra sua vita si fa domande e crolla. Avendolo fatto il militare giuro che era così: un universo parallelo. Segnala il commento

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Maceto Pobbi ha votato il racconto

Esordiente

Secondo me ci sono dei buoni spunti, delle pennellate qua e là, ma manca un po’ un collante, e uno sviluppo della storia. Il tutto mi sembra come una scena di grigia vita quotidiana, frammista di piccole noie e di pensieri sparsi, come del resto, lo ammetto, può essere la vita di caserma. Ma bisognerebbe cercare di darci un senso, a un racconto così come alla vita di caserma... Non per criticare, eh! Gli spunti ci sono! Però si arriva alla fine e si resta un po’ così...Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

L'ultima frase è l'acme del testo. Siamo solo delle pedine inadeguate in un meccanismo che ci tratta come ingranaggi sdentati... Mi hai rievocato il mio servizio di leva... ogni giorno trascorso contro voglia... grazie!Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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di Frato

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