Small cover.png?googleaccessid=typee belleville prod@typee 162408.iam.gserviceaccountZoom cover

Narrativa

Tra due minuti sarò morto da un minuto

Di CQ
Pubblicato il 18/05/2018

la migliore delle opzioni quando si deve morire ma non ci si riesce.

4 Visualizzazioni
2 Voti

Le ore divennero giorni e i giorni settimane.

Quando divennero mesi, cominciò a convincersi che non c'era più niente da fare.

Lo capirono molto prima i suoi colleghi che rimasti soli in quell'enorme bara di ferro acciaio si uccisero nel modo meno doloroso per se stessi.

Chi si impiccò, chi mandò giù medicinali a caso (e quelli soffrirono di più degli altri visti i dolori che li colpirono), chi si tagliò le vene.

Tutti lo fecero nel privato della propria cuccia e nessuno lasciò lettere.

Tanto chi le avrebbe lette?

Erano persi nello spazio da mesi - o forse anni, chi poteva dirlo? - e l'ultima comunicazione con la terra si chiuse con un disturbatissimo "ci dispiace" rotto da forti scariche di elettricità statica.

Era finita per tutti, missione fallita.

Mandarli lì era costato come cento guerre, riportarli indietro sarebbe costato come altre seicento guerre.

E allora ci si da un contegno e col coraggio di chi sa che la missione che si sta intraprendendo potrebbe finire su una via cieca, si pone fine alla propria vita per non ritrovarsi a morire di fame o soffocati dalla mancanza d'aria o assorbiti dall'orbita di qualche pianeta e precipitare per chilometri prima di schiantarsi contro una terra mai vista o un'aria mai respirata.

Meglio una morte dignitosa e indolore.

Ci riuscirono tutti tranne il medico di bordo.

In realtà i medici erano tre ma lui era l'unico rimasto.

Semplicemente non ci riusciva.

Ci aveva provato in tutti i modi ed ogni volta non riusciva ad affondare la lama, non riusciva a chiudere il nodo, non trovava le pillole adatte, non trovava un coltello.

Si aggirava da diversi giorni (forse dodici da quando rimase totalmente solo) ed aveva la barba lunga come mai l'aveva avuta.

Gli occhi erano infossati tra due occhiaie livide e i capelli erano neri e unti.

L'ultima doccia non ricordava quando l'avesse fatta.

Trascinò i piedi sul corridoio principale e gli cascò l'occhio sulla porta dell'ufficio del capitano.

Era aperta.

L'avrà lasciata aperta proprio il capitano prima di uccidersi sulla sedia di comando tagliandosi le vene, ricordò.

Entrò e vide che c'era poco da guardare.

Tavolino in ferro bullonato al pavimento ed una piccola biblioteca con pochi libri.

Poi vide la pistola.

Era appoggiata nel primo cassetto della scrivania.

Il capitano deve aver optato per la soluzione meno rumorosa, si disse.

La prese e la soppesò.

Pesava più di quanto pensasse.

Mentre se la rigirava tra le mani pensò che sarebbe stata la migliore delle opzioni quella di spararsi in testa.

Un secondo e via.

Niente nodi da fare, niente cocktail di farmaci da preparare, niente lamette da affilare.

Quella era soprattutto roba che ti fa perdere tempo e perdere tempo porta il cervello a pensare e ad afferrare quell'unica luce di istinto animale sopravvissuto nell'uomo che urla di non voler morire.

Si accorse di starci seriamente pensando.

E perchè no?

Era da solo nello spazio più nero a cercare una via d'uscita che tanto non sarebbe arrivata e allora tanto valeva tirare fuori le palle e farla finita.

La toccò ancora e si disse che sì, pesava veramente tanto quella cosa.

Sembrava un blocco unico di acciaio nero ma gli dava senso di leggerezza tenerla in mano.

Era come avere la risposta che cercava da mesi solo più sbrigativa ed immediata.

Curioso, provò a premere piano il grilletto.

Sembrava pesante anche quello ma scoprì un pezzo di ferro molto morbido e sensibile.

Decise allora di desistere perchè se ci fosse stato solo un proiettile, sprecarlo così sarebbe stato troppo ironico.

Uscì dall'ufficio e si guardò intorno.

Silenzio e buio.

Talmente silenzioso che sentiva il suo stesso scorrere del sangue ed il cuore pompare quelli che sarebbero stati gli ultimi litri.

Chiuse gli occhi e assaporò quegli ultimi momenti di vita, almeno quella terrena.

Si mise a sedere per terra, incrociò le gambe ed alzò la mano destra - quella con la pistola - verso il lato destro della testa.

Tra due minuti sarò morto da un minuto, pensò con strana calma.

L'acciaio al contatto con la pelle della tempia non era freddo come si immaginava.

Pensò che avrebbe dovuto controllare se l'arma fosse carica ma non sapeva come fare.

Quindi, fidiamoci della poca fortuna che abbiamo avuto, disse a se stesso.

Prese un lungo respiro e poi un altro.

Il cuore batteva all'impazzata e stava sudando freddo.

Strinse gli occhi, serrò la mascella e schiacciò molte volte il grilletto.

Troppe volte, in effetti.

Riuscì solo a sentire il clic clic clic clic clic clic frenetico di una pistola scarica.

Una pistola scarica.

Che senso aveva portarsi una pistola scarica nello spazio?

A quel punto il cervello gli smise semplicemente di funzionare, all'istante.

Gli si svuotò di ogni paura e di ogni razionalità, di ogni cosa conosciuta e di ogni esperienza fatta.

Un organo vuoto impossibile da riempire di nuovo.

La pistola gli cascò di mano producendo un rumore che lui neanche avvertì.

Era in una bara di acciaio piena di morti e lui non riusciva a seguirli.

Non riusciva a morire.

Smise di essere umano in quell'istante.

Rise per quelli che sembrarono anni




Logo
5000 battute
Condividi

Ti è piaciuto questo racconto? Registrati e votalo!

Vota il racconto
Totale dei voti dei lettori (2 voti)
Esordiente
1
Scrittore
1
Autore
0
Scuola
0
Belleville
0

Commenti degli utenti

Large hollyy.jpg?googleaccessid=typee belleville prod@typee 162408.iam.gserviceaccount

Ti Maddog ha votato il racconto

Scrittore
Large 22e4d265 4142 4f83 a95f c0c94ac40522.jpeg?googleaccessid=typee belleville prod@typee 162408.iam.gserviceaccount

CarolinaG. ha votato il racconto

Esordiente
Picture?width=200&height=200&s=200&d=mm

di CQ

Esordiente