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Narrativa

SOLO AMICI

Pubblicato il 07/11/2017

...ho abbozzato un mezzo sorriso e ti ho fatto cenno di sederti nel banco vuoto accanto a me.

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Sono ormai dieci anni che siamo amici e sono quasi dieci anni che sono innamorato di te.

Ci siamo conosciuti sui banchi di scuola; tu arrivavi da un'altra città, a metà dell'anno scolastico, secondo anno del liceo scientifico Guglielmo Marconi.

Ti guardavi intorno, quasi triste, alla ricerca di una faccia amica; io ho abbozzato un mezzo sorriso e ti ho fatto cenno di sederti nel banco vuoto accanto a me.

Mi facevi tenerezza con quella tua aria timida, e mi hai ispirato subito simpatia che ben presto si è trasformata in amore, un amore che mi ha travolto, che non avevo mai provato prima.

Di questo amore ne ho sempre portato il peso in tutti questi anni, un peso che a volte ha minacciato di schiacciarmi, dovendolo comprimere nel mio cuore senza far mai trapelare nulla, per paura di perdere la tua bella e sincera amicizia, per paura di perderti.

Sento dentro di me il rimorso della mia falsità, tu che con me sei sempre così trasparente, inconsapevole di questo mio amore profondo, del desiderio doloroso che provo di baciare la tua bocca quando ridi per quello che dico, del calore che rubo al tuo corpo quando ti abbraccio falsamente fraterno.

Siamo cresciuti insieme, condividendo ogni cosa: vacanze, sport, persino ragazze. Mi dici spesso: sfido a trovare due amici che si conoscano meglio di noi. E invece no: tu non mi conosci per niente. Sai i miei gusti in fatto di cibo, abbigliamento, le mie manie un po' ossessive per quanto riguarda l'igiene, i miei punti deboli quando giochiamo a tennis; tutto, tranne l'unica cosa che veramente conta: il mio amore per te.

Ricordo ancora il giorno in cui ho scoperto che quel miscuglio di tenerezza e desiderio che provavo, quel calore che mi scoppiava dentro e che invadeva il mio corpo ogni volta che ti vedevo, era amore.

Da qualche mese eravamo compagni di banco. Ti avevo suggerito durante l'interrogazione di scienze; quando eri tornato a sederti mi avevi bisbigliato all'orecchio: "Grazie, sei un amico". Avevo sentito le tue labbra tiepide sfiorarmi la guancia, il soffio del tuo alito accarezzarmi la pelle e avevo provato un'eccitazione incontenibile. Spaventato che te ne potessi accorgere, avevo chiesto di uscire e mi ero chiuso in bagno.

Siamo cresciuti, ci siamo laureati, abbiamo un lavoro, ma non abbiamo mai smesso di frequentarci. Tu hai sempre un sacco di ragazze, io molte meno; qualcuna ogni tanto per non insospettirti.

Ultimamente mi hai detto che sono cambiato, che sono più silenzioso, più serio, che a volte non sembro più io. È questo segreto che mi porto dentro che mi sta imputridendo l'anima e mi rende apatico verso ogni cosa, verso tutti. In questi anni, soffrire della tua presenza, dei tuoi contatti inconsapevoli, mi ha logorato.

Ho spesso pensato che la cosa migliore per me fosse un taglio netto, non telefonarti più, non vederti mai più. Ci ho provato una volta, ma non è andata bene. Eri convinto che ti stessi nascondendo un problema di lavoro o di salute quando ho smesso di chiamarti e ti ho dato buca al nostro ormai consueto appuntamento del giovedì sera.

Mi avevi suonato alla porta all'improvviso un sabato, invadendomi la casa di amici, quasi amici e ragazze che neanche conoscevo. Poi, alla fine della serata, mi avevi preso da parte imponendomi di dirti cosa non andava.

"Qualunque cosa sia, te la risolvo" mi avevi detto convinto.

Ecco, poteva essere l'occasione che aspettavo per confessarti ogni cosa. Ma non l'ho fatto.

Mi sono limitato a guardarti con occhi da innamorato, ma tu non li hai notati. E come potevi? Eri lontano anni luce da quello che mi stava torturando dentro. Ho dovuto giurarti e spergiurarti che nessuna malattia minacciava la mia salute e che sul lavoro procedeva tutto bene; era la stanchezza la causa di tutto.

Quando non sono troppo depresso, mi concedo di sognare; immagino di trovare il coraggio di dirti ogni cosa e di scoprire che anche per te è lo stesso, che anche tu mi vuoi. Ma poi penso che non riuscirei a sopportare il tuo sguardo disgustato, non ce la farei a sopravvivere.

Forse il tempo per dirtelo è perso per sempre; sono trascorsi troppi anni e non so se saresti più inorridito di quello che ho da dirti o di scoprire la maschera dietro cui mi sono nascosto per tutto questo tempo.


Dalla scorsa estate non posso più sognare, illudermi che, in qualche angolo remoto dentro di te, inconsciamente, tu sia simile a me.

È stata, questa, la prima vacanza che non abbiamo trascorso insieme; il lavoro ci ha imposto periodi diversi. Sembravi davvero dispiaciuto quando mi hai salutato all'aeroporto in partenza per i tropici.

Sei tornato abbronzato, solare, bellissimo, pieno di entusiasmo. Mi dici che ti sei innamorato pazzamente di quella che senza dubbio è la donna della tua vita. Mi fai vedere le sue foto, decanti la sua bellezza e, dopo qualche giorno, me la presenti.

"Il mio migliore amico. In assoluto. Di lui ti puoi fidare ciecamente" dici di me a lei; e io striscio come un verme nel rimorso della mia menzogna.

È veramente bella, e simpatica, ma ogni bacio che vi scambiate al bar dove siamo andati a sederci per un caffè è una pugnalata.

So, intuisco, mentre ti guardo, che questa volta per te è davvero diverso; non è una delle tue solite avventure a cui ero abituato da anni; e questo mi spaventa. Capisco che questa volta per me è proprio finita; pur non essendo mai cominciata.


Mi sono trasferito in un'altra città dopo il tuo matrimonio; ti ho organizzato l'addio al celibato, ti ho fatto da testimone, ho baciato la sposa.

"Me lo ha chiesto la società per cui lavoro" ti ho mentito quando, con una faccia tristissima, mi hai salutato.

Qui sto cercando di dimenticarti, e forse, un giorno, troverò qualcuno che assomigli un po' a te.

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