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Narrativa

Sotto l'albero

Di Andrea Cammoranesi - Editato da Andrea Cammoranesi
Pubblicato il 12/07/2019

Si vede quello che si vuole vedere

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Tutti i giorni passo con la bici vicino a un’area molto ampia, che qualcuno chiama “giardino”, ma che del giardino ha ben poco.

Si tratta di uno spiazzo perlopiù adibito a gabinetto per cani, ricoperto da un tappeto d’erba verde pallido e sterpaglie.

In mezzo a quell’imitazione di giardino si trova un unico e solitario albero, bello e rigoglioso, che non sembra preoccuparsi del contesto in cui si trova, ma che fa il suo dovere: una piccola chiazza d’ombra e un leggero fruscio quando c’è vento. È anche in grado di riparare un po’ dalla pioggia, ma soprattutto si dedica alla sua attività principale: ospitare ai suoi piedi un signore avanti con gli anni, che ogni giorno si siede sotto le sue fronde, da solo, guardando qualcosa nello spazio davanti a sé.

La prima volta che vidi il signore con la sua seggiolina pieghevole andare a sedersi ai piedi dell’albero, pensai che fosse il nonno di qualche bambino che giocava nel parco o il padrone di un cane che scorrazzava felice in quell’ampio spazio, ma mi sbagliavo.

Entrava da solo nel giardino con la sua seggiola di legno marrone sotto il braccio, si avvicinava a passi decisi verso l’albero, apriva la sedia e si sedeva: nessun nipote e nessun cane.

Forse la mia vita non era tanto piena da permettermi di lasciar perdere un episodio relativamente trascurabile come quello, ma cominciò a diventare fondamentale, per me, scoprire perché quell’uomo si sedeva tutti i giorni sotto quell’albero a fissare il vuoto.

Un sabato mattina decisi di osservarlo finché non avessi capito le sue ragioni.

Arrivai al giardino ed entrai, mantenendomi a una certa distanza dall’albero.

Lui era già lì.

Mi sedetti sull’erba secca a leggere il libro che mi ero portato e ogni tanto gli lanciavo un’occhiata.

Per lo più sorrideva, altre volte annuiva, credo che mormorasse anche qualcosa a bassa voce, ma da dov’ero io non si sentiva nulla.

Mentre ero intento a fissarlo, mi si avvicinò un tizio con un guinzaglio in mano: attesi ostentando indifferenza.

-Buongiorno, ho visto che ha attirato anche la sua attenzione.- Esordì l’uomo con un sorriso, accennando con il capo all’anziano.

-Lo ammetto.- Replicai con la leggera ansia di saperne di più.

-Sa perché si siede tutto il giorno in quel posto?- Mi chiese.

-Eh, no, ma ammetto che sono piacerebbe saperlo. Lei ne sa qualcosa? - chiesi speranzoso.

-Veramente non molto, l’unica cosa che ho scoperto è che spesso, verso mezzogiorno, un ragazzo gli porta qualcosa da mangiare, sta un po’ con lui e poi se ne va. Però non viene sempre.-

Guardai l’ora; erano le undici e mezza. “Bene”, pensai “non manca molto, posso aspettare ancora un po’.”.

Congedai gentilmente il mio interlocutore ringraziandolo per le informazioni e mi rimisi a leggere.

Verso l’ora indicata, alzai gli occhi verso l’oggetto del mio appostamento e, con mia grande e piacevole sorpresa, vidi un ragazzo che si stava accucciando ai suoi piedi.

Guardai per un po’ la nuova scena: il giovane gli parlava e l’anziano gli rispondeva, ma non girava mai la testa verso di lui.

Aspettai con calma.

Dopo poco più di mezz’ora il ragazzo si alzò, baciò la fronte del vecchio, e si allontanò.

Mi misi a camminare velocemente verso il giovane, cercando di non sembrare un aggressore, e lo fermai con un “Buongiorno” un po’ affannato.

-Buongiorno.- rispose lui.

-Scusi se la disturbo, ma non è che lei per caso può dirmi …-

-…Perché mio nonno sta tutto il tempo sulla sedia a guardare nel vuoto?- Concluse il ragazzo.

Avvampai di vergogna.

Di colpo mi resi conto di quanto fosse indiscreto chiedere una cosa del genere, ma ormai era troppo tardi per tirarsi indietro.

-Ammetto che la figura di suo nonno seduto lì, mi incuriosisce molto.-

-Mio nonno guarda il cantiere, come fanno spesso gli anziani.-

Lo guardai molto perplesso, non c’era nessuna traccia di un cantiere.

-Lo vede nella sua mente.-

-Ah- esclamai confortato.

-Una quarantina d’anni fa, al posto di questo parco, c’era una casa con un piccolo giardino pubblico davanti, e mio nonno ci si sedeva spesso: nella sua mente stanno ricostruendo casa e giardino.-

Lo guardai muto con la bocca che si aprì per dire qualcosa ma che si richiuse subito; il ragazzo riprese, interpretando la mia muta domanda:

-Perché è la casa dove viveva la nonna: lui si sedeva qui e aspettava che lei uscisse sul balcone; poi la salutava e lei ricambiava. Il loro amore è cominciato così.- Fece una pausa e divenne un po’ triste, nonostante avesse ripetuto la storia tante volte.

-Ora la nonna non c’è più, ma lui è convinto che ricostruiranno la casa e che potrà di nuovo vederla al suo balcone, per ricominciare tutto da capo.-

Mi si formò un nodo in gola, ma cercai di dissimularlo con un colpo di tosse.

-Lo so, è una storia patetica. Mi scusi ma ora devo andare.- Disse il ragazzo brevemente.

-Certo e grazie mille per la spiegazione.- dissi un po’ emozionato, ma il ragazzo era già quasi scappato via.

Lanciai ancora un’occhiata al vecchio sulla seggiola.

E tornai a casa.

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Violeta ha votato il racconto

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Claudio Bandelli ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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E io che ho sempre guardato agli umarells con sussiegosa sufficienza! Segnala il commento

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Lisa Ma ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Proprio una bella storia Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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