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Autobiografia

Spicchi d'arancia

Pubblicato il 01/06/2020

La vita ha divorato molti sogni e desideri, nomi e volti, ma nulla può cancellare il sorriso di un Uomo.

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47 Voti

Scendevo le scale con la furia di un evaso dal luogo di pena, inseguita dall’eco della porta di casa sbattuta con violenza, e dal lapidario verdetto di mio padre: “Vuoi studiare? Va travagghia” (vai a lavorare).

Con i magri doni ricevuti per il diploma, mi ero regalata l’iscrizione all’università. Ma quando avevo comunicato in famiglia che avrei proseguito gli studi anche senza il consenso paterno, due stiletti azzurri, screziati da minuscole scintille gialle, mi avevano fulminato. Avevo sostenuto quello sguardo, con la speranza che mio padre vi leggesse le mie ragioni, piuttosto che un deprecabile insulto alla sua autorità.

Mio padre apparteneva alla generazione che a distanza di decenni sentiva ancora nella carne e nell’anima i morsi della guerra. Già a nove anni, partiva ogni giorno alle quattro del mattino con suo padre e un carretto trainato a mano, carico del sacco di carbone, delle lamine di ferro e rame, delle quartare (calderoni) sfondate che avevano ceduto all’usura del tempo, e di quelle da consegnare, riportate a nuova vita dalle sapienti mani dei due stagnini e dalla vampa della fucinella.

A vent’anni era stato assunto all’Ospedale psichiatrico di Palermo, ma il lavoro sicuro e ben retribuito non aveva dissolto la sua convinzione che lo studio fosse un deprecabile spreco di tempo e denaro.

Trascorrevo intere giornate nella sala d’attesa di uffici, sperando di dimostrare a mio padre che non aveva sempre ragione.

Per farmi coraggio, ripensavo alle infinite umiliazioni e ai rifiuti incassati quando chiedevo in prestito alle mie compagne i libri che non potevo permettermi di comprare, alle notti insonni passate a ricopiare pagine, alle meravigliose ore vissute dentro le mura della Biblioteca Nazionale, tra milioni di volumi senza prezzo, generosi amanti dell’universale sapere.

Passavano le settimane, e mi ero abituata a riconoscere nei “le faremo sapere” il cigolio di una porta chiusa. Non avevo un soldo in tasca, e mi restavano ancora due bollettini universitari da pagare.

Anche quel giorno ero in attesa dell’autobus verso il futuro. Il desiderio di riuscire e la paura di fallire si contendevano l’anima, ma non la volontà.

Ero furiosa con il mondo intero che insidiava i miei sogni, indignata per quelli che trovavano lavoro grazie al parente compiacente e improbabili santo in paradiso.

All’improvviso ho percepito una presenza alle mie spalle, mi sono voltata con lo scatto deciso di chi è pronto all’attacco, non alla fuga. E l’ho visto.

Non avevo sentito i suoi passi, forse perché ero assorta nei miei pensieri, o perché si era avvicinato con la prudenza di chi è avvezzo a entrare nel mondo degli altri in punta di piedi.

I suoi grandi occhi neri avevano l’innocente stupore dei bambini che vedono le bolle di sapone per la prima volta. Indossava la divisa del manicomio, tristemente simile a quelle dei lager nazisti. Ne vedevo a centinaia di quelle divise, quando mi affacciavo al balcone di casa o percorrevo il lungo viale dell’Ospedale Psichiatrico, per andare a trovare mio padre al lavoro. Dentro quei sacchi informi si annullava la dignità di esseri umani che non erano più uomini o donne, ma “pazzi”.

Mio padre mi aveva istruito bene, sapevo cosa fare quando qualcuno di loro si avvicinava con aria minacciosa, come controllare la mia paura e la loro curiosità. Ma quegli occhi docili mi fissavano con il dolore e la gioia di chi non pretende di essere capito, o ha smesso di sperare nella misericordia umana.

Ho alzato lo sguardo verso i suoi capelli a spazzola, mi sembrava che graffiassero il mio odio, che scavassero solchi nella mia anima, non per gettarvi i viscidi e marci semi della pietà, ma la semente dell’umanità in cui entrambi stentavamo a riconoscerci.

Dolcissimo e lieve si è disegnato sulle sue labbra il sorriso dell’Uomo, quello che solo una volta nella vita ti è concesso vedere. Ha steso la mano, su cui era poggiata mezza arancia. Io ho steso la mia, e ho sfiorato  le sue dita. Lo guardavo mentre rispondevo al suo dono e al suo sorriso con un “grazie”. Ci guardavamo negli occhi mentre il succo di un’arancia addolciva i palati e le nostre vite.

L’autobus è arrivato, abbiamo sussurrato all’unisono “ciao”. La sua voce si è fusa alla mia. Io sono salita e lui...

Sono trascorsi quarant’anni da allora. Non ho trovato quello che cercavo, ma non sono più arrabbiata con il mondo. Ho una laurea con lode appesa al muro, tanti libri che guardo con materno affetto, come se fossero i miei figli. A volte li accarezzo, e sogno che abbiano un destino migliore del mio.

Quando penso che non ho nulla da perdere, mi sostiene il ricordo di un’arancia mangiata in due.

Il sapore sale, con il ricordo di un sorriso cresciuto tra i rovi dimenticati dal mondo.

Scritto il 27-3-1981  

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Federico Baccomo ha votato il racconto

Scuola

L’amore per le parole ci spinge a riempire le pagine, ma non ogni parola è necessaria. In questo testo mi sembra ci sia spesso una parola in più di quel che serve. “Scendevo le scale con la furia di un evaso dal luogo di pena”: un evaso è sufficiente. “Un deprecabile insulto”: c’è forse un insulto che non sia deprecabile? Poco sotto, “un deprecabile spreco di tempo e denaro”: qui la ripetizione dell’aggettivo si fa sentire forte, e ancora una volta fa chiedere se è necessaria. E potrei fare tanti altri esempi, nessuno in sé grave, eppure tutti insieme si fanno sentire. Il mio invito è di rileggere e sistemare, poi rileggere e sistemare, poi rileggere e sistemare. Parecchie volte, nel rispetto del proprio racconto.Segnala il commento

Commenti degli utenti

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nadelwrites ha votato il racconto

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Editor

È bellissimo, davvero. E scritto come Dio comanda, per giunta.Segnala il commento

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Gemma Avolio ha votato il racconto

Esordiente
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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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Assai toccante, mi piace la tua scrittura!Segnala il commento

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Pennina bianca ha votato il racconto

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Cassandra Ancure ha votato il racconto

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Carolina Fabrizi ha votato il racconto

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Angela Catalini ha votato il racconto

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Sonia Jurlina ha votato il racconto

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carlomariavadim ha votato il racconto

Esordiente

Sì, i ricordi autobiografici sono sempre dolcissimi. Brava.Segnala il commento

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A. Bibi ha votato il racconto

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Amid Solo ha votato il racconto

Esordiente

Anche con gli aggettivi piaciuto Segnala il commento

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Step ha votato il racconto

Esordiente
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Ellan ha votato il racconto

Esordiente

Bella l'immagine dell'arancia che addolcisce i palati e le vite.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

Scrittore

Il sapore di vero rende ogni momento ancor più emozionante. Bello.Segnala il commento

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DDB ha votato il racconto

Esordiente

Poesia... Davvero belloSegnala il commento

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Stefina317 ha votato il racconto

Esordiente

La frase che mi é piaciuta di più:"Il desiderio di riuscire e la paura di fallire si contendevano l’anima, ma non la volontà."Segnala il commento

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Angelo La Corcia ha votato il racconto

Esordiente

Intenso,palpitante! Traspare un messaggio di ineluttabilità degli avvenimenti,che tuttavia contribuisce alla poesia del racconto.Segnala il commento

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Sara.acqua ha votato il racconto

Esordiente
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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Forse questo è il racconto tuo che fino ad oggi mi è piaciuto di più. Narrativamente funziona molto bene, come ha osservato Esteban la scelta di utilizzare come spirito guida la figura del padre è eccellente e ben tradotta in scrittura. Se posso fare una piccolissima nota critica, sempre nell'ottica di fornire un contributo: precisare che la laurea è "con lode" forse è un vezzo narcisistico che stride un po' con il tono equilibrato di tutto il resto. Segnala il commento

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Graziano ha votato il racconto

Esordiente
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Stefano Adesso ha votato il racconto

Esordiente

Ci sono momenti che ci accorgiamo diverranno ricordi nell'attimo stesso in cui accadono. Tuo padre in questo racconto è una figura oppressiva, ma non riesco a biasimarlo completamente: agiva secondo la propria esperienza, imponendo ciò che credeva il meglio. Il "pazzo", invece, non impone né cerca alcunché: fa per fare, e nel disinteresse del suo gesto uno può trovare la libertà che gli manca. Bellissimo contributo, e spero sinceramente che alcune cose siano andate per il verso giusto :)Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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unacatastrofe ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo, brava. Si sente la vita, la vita vera.Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Sono questi piccoli momenti, che a saperli cogliere, ci rendono persone migliori. Ottima scrittura, Adriana.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

molto bello... e grazie Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Esordiente
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MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

La forza di un'allegoria.Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Incontri e istanti preziosi che cambiano il percorso, aiutano a percepire gli strati più sottili. Tutti ne abbiamo almeno uno. Fortunato (o meglio abile, visto che il concetto di fortuna /sfo.. non mi appartiene) chi sa riconoscerlo, portandolo dentro si se per sempre. Piaciuto moltoSegnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Incommensurabile capolavoroSegnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore
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MiaTorti ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

L'incanto della scrittura. Grazie!Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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carres ha votato il racconto

Esordiente

Mi ha emozionata. Grazie.Segnala il commento

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Lisa M. ha votato il racconto

Scrittore

Da custodire gelosamente. Segnala il commento

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Federica Gasparini ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Mi è piaciuto molto, amo la poesia che racconta di tempi lontani. Anche nella prosa si possono celare versi di romanticismo allo stato puro. Complimenti.Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Esordiente

Conservo gelosamente un ricordo simile, di un dono, come questo, senza prezzo. Bel ricordare.Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

Esordiente

Genuino :)Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Esordiente

Bello, Adriana. Si sente la tua voce che racconta e ancora manda una carezza alla mano dell'uomo con i capelli a spazzola. Segnala il commento

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Ondina ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo commovente e autentico. La vita nella sua difficoltà e nella crudezza toglie ferisce a volte anche indurisce ma lascia nelle persone intelligenti e sensibili una profondità che ‘va oltre’ e restituisce Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Bello bello... come quando si "scrive" la vita... senza fronzoli, senza compiacimento alcuno, ma con il bisogno di farlo, per sentirsi vivi, e per raccontarlo a qualcuno...Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente

Bravissima in tutti sensi :)))Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Emozionante ed intenso . Brava Segnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
Editor

tra gli occhi gelidi del padre e lo sguardo limpido e docile del matto, nel mezzo il racconto si scioglie come un nodo. brava.Segnala il commento

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di Adriana Giotti

Esordiente