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ConcorsiIL TITOLO E ALTRI RACCONTI

Stagioni

Pubblicato il 03/06/2018

Sbirciando nel quotidiano, proprio e degli altri, ricordarsi di momenti, delle estati afose al mare, “di quella luce lì che mi ricorda..” e di quella sera, trascorsa contando le lucciole e le stelle sulla punta delle dita, avvertendo in fondo al cuore, qualcosa di simile alla malinconia.

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Pensavo a come si potrebbero stringere i momenti tra le dita, senza lasciare colare neppure una goccia di ricordo, di sogno e di quel bagliore che traspare negli anni e luccica in alcuni momenti casuali. Il passato che danza nel quotidiano, vorrei allungare le mani per afferrarlo sempre.

Milano, nel pieno di agosto, con l’afa che trasuda dall’asfalto, i viali deserti come la luna, o le lune, se dovessero galleggiarne altre in qualche universo distante, le persiane socchiuse per metà e le veneziane tutte giù, con i vetri schiusi: si sa, sono marchingegni longevi. Passeggio lenta in bicicletta tra le viuzze alle spalle di S. Ambrogio, con gli occhi rivolti verso il cielo e le orecchie sempre tese: una finestra spalancata al piano terra, un coppia di anziani appena oltre discute in un silenzio rigoroso. Lei prima arrangia la tavola, con i bicchieri leggermente consunti e le posate dell’argenteria pesante, quella d’altri tempi, poi si arrabatta concentrata a preparare i pomodori per il sugo. Lui, rapido ed efficiente, stende la pasta, la ritaglia in quadratini piccini che poi assembla con amore, come se fossero origami o taschini per sognatori.


Andava così l’estate del ’94, con i peripli e le perenigrazioni in infradito tra Marciana marina e Rio nell’Elba, ad inseguire l’ombra lungo i muri sgretolati dal sole con lo zaino zeppo di pesche, d’uva chiara e di albicocche acquistate al carretto dell’ortolano. Il tempo in certi angoli di questi paesucci di mare, abbarbicati tra le alture o esposti al fresco del mare, scivola nell’eterno: il rumore delle stagioni riaffiora lento nei vecchi circoli, entità millenarie atterrate sulla terra da chissà dove, eterogenei scrutando la penisola, ma simili nel tintinnare dei calici e delle tazze di caffè, nello scrosciare delle cadreghe sollevate o accostate educatamente ai tavolini, del brusio misto di complicità, d’imprecazioni o di sermoni sulla politica. Ricordo di essere entrata con i piedi bagnati, le ginocchia sporche di sabbia ad implorare un mazzo di carte napoletane e di essermene uscita sciabattando e stringendo l’ambita preda, con un sorriso luciferino. E dietro il ripartire di tutta la giostra, i commenti calcistici, il bingo, i proverbi in dialetto. Correndo verso l’ombrellone, avverto i talloni e la punta del naso rientrare nel 1994. E’ una sensazione strana sentirsi sospesi in un tempo liquido, che gocciola, che bagna e pulisce.


E poi sì, quel tramonto greve nei colli fuori Firenze: immaginatemi da lontano, mentre marcio con un vestito midi che mi solletica le caviglie e un paio di sandalini, di quelli un poco alti. La mia silhouette non è neppure troppo leggibile, oscurata da una nube di terriccio e dalle onde provocate dal calore. Insomma, a volervi rendere partecipi, stavo patendo un caldo d’inferno, sullo sterrato di un qualche lembo di campagna toscana, tra una una costellazione di avvallamenti e un pleiade di iris. Oscillo come un’apparizione. L’ottantenne avvocato R. durante la stagione estiva soggiornava fuori città, in una villa suburbana che era stata prima dei bisnonni, poi dei nonni ed infine del babbo, il quale l’aveva praticamente messa a nuovo facendo costruire un pergolato ombroso tutto edera e rampicanti. Lì sotto, nel meriggio o nelle ore serali, dopo che si erano gustati i piatti di pasta e i dolci di Rosa (coetanea e moglie del notabile), brindato ai propositi più svariati e riso delle stranezze avvenute appena poche ore prima, si rimaneva gaudentemente ad oziare. C’era chi fumava, chi catalogava le stelle e ne segnava con il dito l’itinerario sidereo, chi inseguiva le lucciole, “che per fortuna in campagna splendono ancora come una volta” e chi ancora si accontentava di annotarsi in testa le stranezze dei propri commilitoni. La Bice poi, tutta traballante somministrava vin santo e cantucci, e quello era il momento delle stagioni passate. Un vento spirava lontanissimo e pareva quasi che ti accarezzasse le palpebre e le guance. La Bice, in quell’estate, dove forse avevo vent’anni, o ventuno, ci raccontava “del suo paese”, del primo amore per Cecco “che poi s’era trasferito per Genova per lavoro e per lunghi anni non se n’era saputo più nulla”; i pomeriggi lungo gli argini sperduti, a recuperare micini e badare ai due fratelli più piccoli, andare alla messa della domenica con il vestito lindo e stirato, ricevere il primo sassolino contro il vetro, che ti rimbalza pure nel cuore “e ti tremano le gambe, che bisogna imparare pure in qualche maniera a vivere le emozioni”. Il Masin, che viene da Milano come me, rammenta con tono solenne come lui le lettere per la moglie, se le andava a spedire a piedi, nel comune adiacente, sotto un caldo da scoppiare e sempre col timore che Miranda lo avesse piantato per un altro, magari più bello ed abbiente..

Con gli occhi grandi, in sella alla Graziella, in un agosto milanese di molti anni più tardi, sento il profumo del pomodoro fatto in casa. “Elena, ma te le ricordi, quelle domeniche lì..?”.

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