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Narrativa

Stanza 409

Di It
Pubblicato il 21/04/2017

Una stanza d'albergo, un uomo incatenato, un paio di manette, delle sigarette fumate, dei vestiti per terra e una pistola. In seconda persona.

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Dio, come ci sei finito qui? Veramente, come cazzo ci sei finito qui? Cerca di ricordare, chiudi gli occhi.
Provaci. Sforzati. Come è possibile questa situazione?

Il freddo del metallo ti distrae, ti impedisce di rilassarti, di aprire la mente, di ricordare cosa cazzo ti sta succedendo.
Il freddo del metallo delle manette ti fa riaprire gli occhi di scatto, non appena ti muovi. Come cazzo ci sei finito, lì?
Chiudi le mani a pugno, forte; irrigidisci i polsi, e provi a sfilarli da quelle manette, senza fortuna. Sei legato, completamente in balia degli eventi, e non sai dove sei e che cosa succederà.

Le manette ti tirano i polsi, te li graffiano quando provi a liberarti. Le manette ti legano i polsi alla testata di un letto matrimoniale. Ti guardi intorno, in quella che sembra una camera d’albergo. Dove sei? Come ci sei finito, qui?

Smetti di tirare che tanto non serve a nulla. Realizzi che sei in una camera da letto, ma non ricordi niente. Dovresti concentrarti, forse, dovresti chiudere gli occhi e chiederti come cazzo ci sei finito, lì. Ma non ci riesci e ti guardi intorno: intorno c’è un mondo incomprensibile. Su quel letto matrimoniale dalle lenzuola gialle senape, orribili e disfatte, tu sei nudo. Sei completamente nudo.
Cerchi di tirare lunghissimi sospiri, per rilassarti, ma non ci riesci. Sei intrappolato non sai dove e sei senza uscita.
Continui a guardarti intorno: la moquette grigia è sporca e cosparsa di oggetti. Se allunghi appena la testa sulla tua destra puoi notare dei jeans e una camicia bianca, buttati senza ritegno e stropicciati. Lasciati andare a se stessi. Diavolo, sono i tuoi vestiti. Eccoli lì. Sono irraggiungibili, i tuoi vestiti.
Poco più in là, vicino a quelli, c’è una macchia scura sulla moquette. Che diavolo è? Sembra sangue. Non riesci a sentirne l’odore, fino a lì, ma la vedi chiaramente, d’un grigio più scuro. Sangue? Possibile che sia sangue? Cosa cazzo sta succedendo?
Ti agiti, ti agiti e vorresti urlare, ma non ci riesci: hai un nodo in gola, la gola secca, fatichi a parlare e a tossire. Perché sei qui? Perché sei conciato così?
Continui ad agitarti, inutilmente, mentre provi ad urlare, di nuovo. Solo allora qualcosa esce dalla tua gola: un colpo di tosse. Fortissimo. Un colpo di tosse e un calzino.
Imprechi in silenzio, bestemmi, finalmente respiri. Guardi più in giù: è un calzino bianco, sporco e bagnato di saliva e chissà quale altro liquido, che si spalma tranquillamente sulla tua pancia. Bagnato e appiccicoso.
Un conato di vomito ti sale, velocemente, su dalla gola. Annaspi aria, a bocca spalancata, per non vomitare. Non devi vomitare. Non devi farlo, cazzo. 

Non puoi: ti vomiteresti addosso.

Resisti.
Resisti e non vomiti.
Riprendi aria e parola.
Ti sporgi appena sul lato sinistro del letto e vedi un vestitino da donna, a fiori colorati, per terra. Un reggiseno, poco più in là, vicino ad un paio di ballerine nere. Una donna? Hai fatto sesso con una donna?
Perché non te la ricordi?
Perché non sai chi è?
Eppure i vestiti dall’altro lato del letto sono i tuoi, ne sei certo, cazzo. E quelli sono di una donna, di una donna piccola, minuta. Non capisci.
Vaffanculo.
Stringi ancora le mani a pugno, con il solito doloroso effetto.
Vicino alle ballerine della ragazza, c’è una bottiglia vuota di Jack Daniel’s.
Non è possibile: inorridisci. Tu sei astemio. Tu sei astemio da due anni, ormai. Tu non provi più il desiderio di bere.
Una bottiglia intera, vuota, ma ancora gocciolante, per terra.
Cazzo, devi ricordare, per forza. Non puoi stare qui, devi liberarti. Devi fuggire da questo incubo.
È un inferno: non capisci dove sei, disorientato. Inspiri aria nelle narici dilatate, e senti che fai fatica a respirare.
Su un comodino vedi un posacenere colmo di mozziconi di sigarette. Ad occhio e croce dovrebbero essercene un paio di pacchetti, una quarantina. Ecco perché fatichi a respirare.
Hai ancora il residuo di fumo nei polmoni e il sapore di nicotina che ti impregna la bocca, cazzo.
Vicino al posacenere, vedi delle chiavi.
Sì, cazzo, sì! Sono quelle. Ne sei sicuro. Non sai come, ma sei certo che siano quelle.
Sono quelle delle manette, cazzo. Prendile. Allungati, e prendile con la bocca.
Ti pieghi, il tuo corpo nudo si piega su quel letto giallo e allunghi il collo verso il comodino. Sei lì, ci sei quasi. Sono lì, a pochi millimetri. I muscoli ti tirano, ti si accartocciano, si strappano. Un ultimo sforzo, impegnati.
Il ferro che senti freddo nella gola non è quello delle chiavi. Una specie di tubo, ma abbastanza largo da impedirti di parlare. Alzi gli occhi.
«Rialzati» ti dice Lei, «rimettiti al tuo posto».
Alzi lo sguardo, provando a guardarla. Rimani fermo, piegato sul comodino.
«Non fuggirai di qui» ti dice Lei, «devi pagare per quello che hai fatto».
Un brivido ti percorre la schiena e i muscoli si irrigidiscono. Provi a rimetterti seduto, come prima.
Lei ti fa sentire l’acciaio della pistola sulla lingua, e ti sorride mefistofelica.
«Vaffanculo, stronzo» ti dice lei, prima di colpirti con il calcio della pistola sulla tempia.
Senti le forze che ti abbandonano, senti il sangue caldo combattere il freddo ferro, e lentamente scivola sulla tempia, sulla guancia, poi sul petto e, infine, sul letto.
Respiri affannosamente, la vista si offusca, ti lasci cadere di lato.
Svieni.

Quando riapri gli occhi, la luce del sole è bassa e taglia le tende leggere fino ad arrivarti sul viso. Ti sveglia la luce del tramonto. Annaspi leggermente, prima di realizzare che sei ancora vivo e hai le mani slegate dalle manette. Sei quasi felice, finché non ti accorgi che stringi nella mano destra la pistola, probabilmente la stessa che utilizzava Lei, quando ti minacciava legato a quel letto.

Bussano alla porta, ti muovi appena, volti la testa in quella direzione: da lì, il bussare diventa più insistente. Non sembri capire cosa sta succedendo.
Bussano ancora, ma la tua testa ha un bernoccolo che ti ovatta i pensieri.
«Polizia, aprite!»
Il sangue ti si gela nelle ossa, mentre pian piano i ricordi vengono a galla. Te la farà pagare, ti ha detto.
Alzi gli occhi e guardi il letto, su cui sei seduto, libero dalle manette, ma con una pistola in mano.
Guardi il letto e vorresti sparire.
«Aprite la porta o dobbiamo sfondarla».
Lei è distesa lì di fronte a te, su quel letto, con un foro di proiettile in fronte.
La porta prende un paio di colpi, prima di sfondarsi ed aprirsi.
Sono attimi eterni, quelli in cui speri di cavartela facilmente, ma realizzi che non te la caverai facilmente.
Hai una pistola in mano e una ragazza davanti a te è morta con un buco in fronte: tu lo sai che non hai sparato, lo sai benissimo, ma gli agenti che ora ti puntano l’arma addosso non la pensano allo stesso modo.
«Posa la pistola e alzati in piedi» ti dicono, senza esitare, «non fare manovre azzardate o siamo costretti a sparare» insistono.
«Lei è in arresto per omicidio».
Hai la pistola in mano, te la infili in bocca. L’indice sul grilletto trema. 
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Commenti degli utenti

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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Molto bello, la seconda persona non è affatto comune, mi fa tornare in mente Le Mille Luci di New York. :)Segnala il commento

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Xenia Lops ha votato il racconto

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