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Stanze vuote attraversate correndo

Di Bah
Pubblicato il 03/06/2018

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Era di nuovo autunno, solo in un’altra città.

Camminavo per i corridoi del liceo piantando i piedi bene a terra, alla John Wayne, con le mani strette a pugno e la frangetta che ormai mi copriva gli occhi. A volte sentivo ancora il terreno sbriciolarsi alle mie spalle e il resto del mondo mi era sopportabile solo fatto a pezzi dalle ciocche scure. Poi, al banco, mi lasciavo cadere sulla sedia senza neanche prendermi la briga di togliere il chiodo spelacchiato che mia madre aveva dimenticato alla lavanderia, e guardavo compagni e professori come attraverso il vetro di un acquario. Non c’era niente che mi interessasse. Avrei voluto dare fuoco a tutto.

Era passato quasi un anno da quando mia madre se n’era andata. Il biglietto diceva “Me ne vado. Magari poi torno, ma non sono sicura”. Be’, non era ancora tornata e papà aveva insistito per cambiare città.

“Ce ne andiamo. Così, se quella stronza ritorna, non ci trova più”, aveva detto con quello che sarebbe sembrato un moto di trionfo, non fosse stato per la camicia macchiata e spiegazzata, il tremore alle mani, la barba trascurata e quel polpettone bruciato in tavola, a separarci come il muro di cinta tra due giardini invasi dalle erbacce. Eravamo due disperati alla deriva su scialuppe diverse.

Io avevo smesso di guardare ossessivamente nella casella della posta, di registrare messaggi minatori in segreteria del tipo “se non siete mia madre, levatevi dalle palle e lasciate libera la linea”, di trattenere il fiato ogni volta che aprivo la porta di casa. Ma, ovunque andassi, era il suo volto che cercavo tra la folla.

Erano lontani quei primi mesi in cui, per ripicca, infrangevo uno dopo l’altro tutti i divieti di mia madre: avevo fumato, avevo fatto il bagno subito dopo avere mangiato, mi ero ubriacata, avevo attraversato la strada a occhi chiusi, avevo rubato cosmetici e caramelle, mi ero infilzata le dita facendo quel giochetto di passarci in mezzo un coltello. E ogni volta mi aspettavo che lei tornasse a fermarmi o punirmi, doveva tornare. Ma non lo faceva mai.

Ancora adesso, mentre mi lavavo i denti o cercavo di studiare, mi capitava di sentire i suoi passi in un’altra stanza e mi precipitavo; ma non c’era mai nessuno, solo oggetti inanimati che mi restituivano il vuoto che aveva lasciato, un buco nero che aveva risucchiato ogni senso dalle nostre vite.

A volte mio padre metteva su "Waltz for Debbie" di Bill Evans, la canzone preferita di mia madre, e interrogava la fetta di mare che si vedeva dalle nostre finestre, in lontananza, aspettando una risposta che non arrivava mai. Quando c’era vento, si distingueva la spuma bianca spalmata sulle onde e ci si sarebbe aspettato di vedere saltarne fuori i delfini. Come ci era successo nel tratto di mare al largo di Portovenere, in un’altra vita.

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Elena_Vere ha votato il racconto

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Caucasica ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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A me piace così com'è. Nostalgia e amarezza. Forse qualche bisticcio coi tempi dopo il flashback, e magari una chiusura ancora più a fuoco.Segnala il commento

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Marco Carcereri ha votato il racconto

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Tanit ha votato il racconto

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Concordo con Bee, sembra manchi una conclusione.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Bee ha votato il racconto

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Scrivi bene, ma più che il primo racconto di una raccolta a tema sembra il primo capitolo di un eventuale romanzo.Segnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

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Gabriele Rosso ha votato il racconto

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