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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

Storia di Nessuno

Pubblicato il 28/08/2017

Racconto dalle tinte thriller di dylandoghiana memoria.

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Fu colpa mia. In cuor mio lo sapevo.

L'uomo e camminava su e giù per la strada. L'avrebbe capito anche un cieco che stava cercando di attirare l'attenzione del primo che passa.

Perché quel lungo vestito nero? Perché quella tonaca da corvo a mo' di sacerdote di una religione sconosciuta? Perché quello sguardo, arcigno e compiaciuto, lo sguardo di chi ne sa sempre più degli altri?

Era come se sapesse qualcosa che la gente comune sconosce, come se avesse la formula per fregare anche l'individuo più scaltro del mondo.

Fu l'innocenza che mi tradì. Dall'innocenza partì quell'interminabile fardello.

Un bambino, avrà avuto sette anni, giocava con una racchetta legata a una pallina tramite un elastico. Vide l'uomo in nero davanti a lui e la curiosità fu forte.

"Perché porti quel vestito?"

Io ero lì, davanti al ristorante. Fumavo una sigaretta come ogni mattino dopo la colazione e ascoltavo le chiacchiere dei passanti. L'infante pendeva dalle labbra di quell'uomo misterioso e non vedeva l'ora di saziare le sue curiosità.

"Perché io, piccolo, sono l'Uomo in Nero."

Disse l'uomo con fare da teatrante. Il bambino lo incalzò.

"L'Uomo in Nero? Ma che nome sarebbe? Non prendermi in giro, come ti chiami?"

"Non ti sto prendendo in giro, piccolo. E te lo dimostrerò. Quelli della mia specie possno tutto. Ti dimostrerò cosa so fare proprio qui, in questa stradina, sotto ai nostri piedi."

C'era qualcosa che non mi quadrava. Vedevo che l'uomo in nero non aveva intenzioni maligne verso il bambino, ma sentivo che c'era qualcosa che non mi quadrava. Come se fossimo finiti in un dipinto. Noi fermi lì, impassibili, incapaci d'ogni azione. Nulla si poteva opporre a ciò che stava per succedere. Questa sensazione durò appena un secondo. Io, per natura, sono realista e razionale e non mi faccio prendere facilmente dal panico per certe cose.

"Vedi quell'uomo – disse l'uomo in nero indicandomi – chiamalo e digli di venire qui così che io possa parlargli."

Il bambino non se lo fece ripetere, mi venne a chiamare e mi condusse davanti all'uomo.

"Tu, sei il più razionale qui – mi disse. Ma dentro di te sai che sta per accadere qualcosa."

Il mio cuore saltò un battito.

"Oh, suvvia, non essere così impaurito. Hai quarant'anni ed è una vita che aspetti succeda qualcosa. Beh, quel giorno è arrivato, ma voglio prima un'autorizzazione."

"Un'autorizzazione?" ripetei per ottenere conferma.

"Sì, un'autorizzazione. Non vorrei che poi tutta la colpa ricadesse su di me." ghignò.

Una goccia di sudore disegnò un taglio lungo la mia schiena. Non sapevo cosa dire. Cosa significava? Nella mia vita mi ero sempre seduto al tavolo degli indecisi e avevo lasciato che la vita mi scorresse addosso fino ai quarant'anni. Quarant'anni. Lo aveva detto anche l'uomo. O conosceva dei dettagli sulla mia vita, il che mi avrebbe sorpreso visto che era stata apatica,poco interessante e totalmente inutile fino a quel momento, oppure c'era davvero qualcosa che non andava. Era il momento di prendere una decisione. Per quanto ne sapessi l'uomo avrebbe potuto tirar fuori una pistola ed ammazzare tutti i passanti, me compreso. Invece avrebbe fatto qualcosa di peggiore. Di molto peggiore.

"Che avresti intenzione di fare?" chiesi.

"Qualcosa di mai visto prima – mi sorrise -, ma devi volerlo. Devi davvero desiderarlo. Devi desiderare che la tua vita cambi irrimediabilmente. In bene o in male non lo sai, ma potresti anche vivere in eterno."

Parlava per enigmi. Non mi piaceva. Ma ne ero terribilmente affascinato. 

Fu colpa mia.

"Fallo – lo sfidai. Voglio proprio vedere un cardinale con una tonaca fuori moda già nel cinquecento cos'è capace di fare. Hai preso in giro abbastanza quel bambino. Fammi vedere cosa sai fare."

L'uomo mi guardò per qualche secondo. Mi fissò intensamente, come se stesse scrutando nella mia anima. Non fu particolarmente soddisfatto.

"No. Tu non lo vuoi davvero. Non sei pronto per prenderti carico dei problemi che riguardino anche coloro che ti stanno intorno. Per questo scarichi le responsabilità sugli altri. Sei un codardo."

"Fai ciò che hai promesso! Sei tu che non hai il fegato di portare a termine ciò che dici! Sei tu, il codardo. Fallo!"

La mia reazione era dettata dall'ira. L'ira per come quell'uomo mi stesse trattando, così, senza conoscermi.

Tutti i presenti mi osservarono impietriti, come fossi un fulmine che sconvolge una giornata di sole. Erano tutti lì a fissarmi. La donna col bambino in braccio, l'infante che aveva parlato con l'uomo in nero, il distinto uomo in abito marrone e l'uomo vestito di bianco che, per quanto potesse rappresentare la contrapposizione ideale al corvo che stava farneticando su azioni sinistre da portare a termine, non era nulla di tutto questo.

L'uomo in nero alzò lo sguardo su di me. Aveva la mia faccia. Era il mio volto, quello che stavo guardando. Le mie gambe divennero molli.

 Mi accasciai e mi risvegliai poco dopo in strada. 

Io e le persone che erano in strada con me nell'attimo del mio svenimento, erano lì. Avevo scatenato qualcosa che non potevo cambiare. Era come se il mondo si fosse fermato, ma al contempo stesse andando a tutta velocità. Per noi, congelato. Ma non per gli altri. Altra gente passava dal posto, ma non ci vedeva. Non eravamo mai esistiti. Non potevamo lasciare il vicolo. Se si tentava di uscire a nord, si rientrava a sud. Ero l'artefice della trappola che ci teneva prigionieri.

L'uomo in nero tornò poco dopo.

"Sono stato di parola." disse.

Appena lo vidi, mi lanciai su di lui con tutta la mia forza, ma lo oltrepassai come a un fantasma, schiantandomi a terra. Non ero ferito. Non avevo nulla.

"Cosa diavolo...!"

"È successo, hai cambiato il mondo. Il tuo e quello delle persone che si trovavano con te in quel momento. Sei condannato a rimanere qui a vedere la vita degli altri, ed hai condannato questa gente con te. Non sarai mai solo, ma non pretendere che queste persone si affezionino a te. Ti odieranno. Ti disprezzeranno. Vorranno morire, ma non potranno e tu sarai l'unico colpevole."

Poi sparì. Accanto a noi, il vicolo era vuoto.

Il tempo passò, ma noi sempre lì, tristi e annoiati spettatori delle nostre non-vite e delle vite degli altri. Incapaci di agire, impotenti, vittime degli eventi, resi ormai insensibili da ogni genere di situazione. Ed io ero l'artefice, il colpevole ladro di vite che aveva privato tutti gli altri anche della possibilità di morire.

Non credo sia esistito un essere tanto odiato, prima di me.

Sembrava fosse passato un secolo. Un secolo ad osservare le vite altrui senza possibilità di agire o di scomparire.

Un uomo entrò tirando per il braccio una donna e le strappò i vestiti con veemenza, stringendola da dietro. Il suo fallo la penetrò con violenza e lei cacciò un urlo tanto forte da svegliare l'intero quartiere. Mentre l'uomo le ricacciava l'urlo in gola coprendole la bocca tra lacrime, mucose e sangue, la ragazza cercava con i suoi occhi blu affogati fra le lacrime l'aiuto di qualcuno.

Ma lì, non c'era Nessuno.

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Ino3083 ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Edema Ruh ha votato il racconto

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Nunziato Damino ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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di johnnyfreak

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