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Narrativa

Storia di una quasi morte

Pubblicato il 21/04/2017

Vicissitudini di un brav'uomo che si adopera per sostituire una lampadina.

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Quando un grosso cammello inizia a parlarti potresti rimanere colpito dal fatto che non abbia poi tante cose interessanti da dire. Ripeteva di un ambizioso progetto economico, di aghi e di una ferrea dieta snellente cui lo avrebbe sottoposto il suo ex padrone – proprietario disse lui che la parola padrone la mal digeriva – che lo aveva condotto alla morte, e quindi al posto dove mi trovavo ora anch’io.

Stavo cambiando una lampadina prima di svegliarmi qui. So bene che non avevo preso le dovute precauzioni, ma nemmeno mi aspettavo di rimanere fulminato così. All’improvviso. Un grosso bagliore, il caldo e il tonfo a terra con un inconfondibile odore di bruciato come quando passi il pollo sulla fiamma per eliminare i residui delle penne. Tutto in un attimo.

Comunque poco importa, data l’inevitabile conseguenza nella quale ero imbrigliato.

Una serie di personaggi assurdi si aggiravano in quel posto, ma nessuno attirava particolarmente la mia attenzione. Tuttavia un vecchio giocatore di scacchi mi chiamò a sè. Mi fermai davanti al tavolo e guardai un attimo incuriosito la sfida in corso tra lui e il televisore che gli stava di fronte. Mosse un alfiere, l’anziano che poi guardò me.

“Sei vivo o sei morto?”

Non sapevo cosa rispondere e alzai le spalle cercando le parole più opportune.

Il televisore fece comparire sullo schermo a colori un grosso pacman con l’espressione seccata e, usando l’antenna a mo’ di dita, spostò un cavallo.

“Capita a volte. Non si capisce bene. Se vuoi scoprirlo segui la luce.” seguitò l’altro che ora non mi guardava più ma rifletteva sulla sua mossa futura. Poi la fece. Spinse in avanti un banale pedone, l’attendista.

“Come, la luce?”, chiesi ora io ignorando l’irritazione del televisore che reclamava silenzio.

“Guardati attorno. Scegli la direzione più luminosa e prosegui. Se sei ancora vivo lo scoprirai presto.”

“Se no?”

“Se no ci rivedremo.” concluse il vecchio che, dopo aver lasciato giocare il suo avversario, aveva mosso subito l’alfiere con una rasoiata, dichiarando uno scacco matto impensabile fino ad un attimo prima. La TV cominciò a far girare vorticosamente le manopole dell’audio e della sintonia con lo schermo che divenne grigio e confuso, mentre sbatteva a ritmo regolare l’antenna sul tavolo facendo vibrare tutti i pezzi degli scacchi.

Decisi che era il momento di andarmene.

Segui la direzione più luminosa, aveva detto quello, ma lì attorno non si capiva molto.

C’erano persone, animali, oggetti e tutti sembravano vivi allo stesso modo. Un carnevale di anime travestite e generalmente allegre che si spostavano e parlavano tra loro. In giro l’ambiente era offuscato, dai contorni confusi. Si riuscivano a mettere a fuoco solo le cose vicine. Camminando incontrai tranci di strada asfaltata che poi si interrompevano inspiegabilmente, villette aperte a metà come case per le bambole, salotti barocchi nel mezzo di un pioppeto, una piscina di miele millefiori sorvegliata da una gigantesca ape-bagnino che dormiva su una sdraio. Sembrava un set cinematografico.

Decisi comunque di considerare quel consiglio e mi avvicinai ad un giardino ombroso nel quale si trovava un pozzo dal quale usciva una luce intensa e bianca.

“Vuoi entrare nel pozzo?” gorgogliò alle mie spalle un vecchio bruco a grandezza d’uomo.

Aveva una decina di paia di occhiali infilati in testa e una camicia rossa molto attillata. Le tante mani si muovevano assieme e facevano venire il mal di mare.

“Credo di sì…” risposi dubbioso valutando se quella fosse davvero la zona più lucente.

“Niente dubbi!” urlò l’altro facendomi indietreggiare. Il bruco si avvicinava, lento ma minaccioso, e ogni tanto cambiava paio di occhiali come per guardarmi meglio.

“Vuoi entrare nel pozzo o no!” berciò ancora più forte facendo voltare buona parte degli strani vicini.

Non trovavo il coraggio di dire nulla e andai nuovamente indietro finché non ebbi più nulla su cui mettere i piedi e crollai di spalle. Non si sentì nessun rumore ma il giallo appiccicaticcio mi ricoprì completamente e a fatica riemersi per respirare. L’ape-bagnino mosse le antenne e si drizzò per guardarmi meglio.

“Chi ha ozato tuffarzi nel mio miele?!” ronzò iniziando a volare nella mia direzione muovendo il pungiglione grosso come uno spadone medievale.

Raggiunsi goffamente il bordo della vasca e con una fatica immane corsi verso il pozzo. Così, completamente ricoperto di miele, gocciolavo. Una specie di mostro della laguna per diabetici. Intanto il bruco indicava me con tutti quanti gli indici puntati e l’ape-bagnino mi volava addosso col rumore di un elicottero.

Non si vedeva nulla dentro, ma sicuramente era meglio di ciò che stava per accadere fuori. Saltai nel pozzo a occhi chiusi con i piedi verso il basso nel cono di luce.

Sentivo una certa stabilità sotto la schiena. Duro, ma stabile. Avrei scommesso di trovarmi su un pavimento faccia all’insù. Avrei vinto. Aprii gli occhi e un bagliore intenso mi schiaffeggiò le retine. Le palpebre tremarono indecise per qualche secondo finché sopra di me apparve il lampadario del mio salotto, quello che stavo sistemando. Acceso e funzionante, illuminava con forza.

Chiamai aiuto.

“Sei stato per diversi minuti in uno stato di pre-morte. Hai visto il famoso tunnel di luce?”, s’incuriosì un amico qualche giorno più tardi.

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