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Narrativa

SUICIDIO IN PAUSA PRANZO

Pubblicato il 13/08/2018

Favoletta urbana sull' amicizia.

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Carlo stava lavando i piatti accumulati da giorni.

Trovava l’inverno nelle grandi città discretamente spiacevole.

Il capodanno l’aveva passato a casa dei suoi brindando ai sensi di colpa nei confronti dei genitori ormai anziani e rimasti soli.

Con la sua ex, alla cui presenza era ostinatamente aggrappato, intratteneva rapporti sporadici, contraddittori e frustranti.

L’unico obbligo che aveva nella vita era studiare, ed in quella sessione d’esame aveva ottemperato solo per un quarto ai suoi doveri accademici.

L’appartamento era vuoto, da due mesi, ma la presenza della sua coinquilina non sarebbe stata comunque conciliante dato che il massimo contatto umano che potesse offrirgli era ricordargli che i suoi viveri “puzzavano” e sarebbero a breve andati a male (come lui?).

Carlo era afflitto, è vero, da momenti di sconforto annichilenti, nonché da episodi acuti di agorafobia e di pianto.

Tutto questo Irene lo sapeva.

Non aveva ancora colto, però, che essendo Carlo cresciuto in una famiglia strenuamente cristiana, per osmosi portava in cuore un bagaglio di speranza, di fiducia che qualche nume avesse programmato per lui quei mesi come una prova da superare incolume per arrivare oltre, ad un' esistenza più ricca (possibilmente non nell'aldilà).

La fiducia nell’ attesa per un bene altro, insondabile ancora per poco, faceva sì che tappasse l’affaccio sul vuoto della terrazza con una lunga tenda, di quelle brutte, che prima di trasferirsi nell’ Italia occidentale non aveva mai visto, di quelle di plastica ed a trama bucherellata che fanno sembrare l’ appartamento un alveare o, nei giorni più spensierati e ventosi, un veliero.

Lo tappava nella convinzione che la fatica di doverla scostare gli avrebbe dato il tempo necessario per ricredersi, in un impeto di malessere, dal buttarsi di sotto.

Carlo intratteneva rapporti profondi, in amicizia come in amore, e nonostante le svariate disillusioni tendeva a credere nei valori che li sorreggevano. La sua era una cerchia selezionata e lui era fondamentalmente un romantico.

Carlo si ritemprava con la musica e proprio quel giorno, durante i lavori casalinghi, stava ballicchiando timido su morbidi ritmi latini mentre scrostava simbolicamente le tracce di solitudine dai piatti, per poter accogliere la sua ospite Irene alle 13:00.

Irene suona il campanello alle 12:30, nessuna risposta.

Si era trascinata a fatica nel gelido Febbraio torinese, in bicicletta, per 30 min di strada, in pausa pranzo, perché Carlo da casa non aveva intenzione di muoversi ma aveva chiaramente bisogno di compagnia.

Irene suona il campanello per un totale di 5 volte. Nessuna risposta.

Nel cellulare non ha credito, sta aspettando l’offerta giusta per cambiare operatore.

Non c’è problema, tenta con l’addebito di chiamata. Tre tentativi, nessuna risposta.

Nell’attesa di un feedback, ad Irene, che è piemontese, sovviene una domanda:

Se Carlo si è davvero ammazzato, quando avrebbe mangiato per tornare in orario a lavoro?

Che trambusto, e lei che aveva anche comprato il cous-cous per un pranzo equilibrato.

Per quanto la temperatura fosse già sostenuta, Irene comincia a sudare freddo e corre al bar di quartiere a vedere se Carlo possa essere stato lì da poco. Anche fosse, nessuno lo conosce, si muove sempre discreto.

I minuti passano e riesce a contattare il suo coinquilino affinché a sua volta tenti la comunicazione con Carlo.

“Quando cazzo mangio adesso?” le rimbomba in testa.

Quando alle 13:00 un raggiante Carlo va incontro ad Irene sul pianerottolo, si imbatte nel suo viso stravolto (dalla fame?) e viene reso partecipe della natura del tumulto emotivo che l’aveva afflitta fuori dal portone quattro piani più in basso; si chiede se, in fondo, non ne sarebbe valsa la pena..di scostare la tenda.

Come ci ricorda giustamente Guido Catalano: a Torino non si scherza un cazzo.

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