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Narrativa

Sul mare, una piazzetta. Parte 4

Pubblicato il 24/05/2017

E poi recupera le sigarette e resta lì capovolto tra i giornali disfatti, ricomposto, con la testa molle sulla sabbia e la pancia e le gambe vuote, e lei che ti abbraccia come se non ci fosse un altro uomo sulla faccia della terra all’infuori di te...

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E poi recupera le sigarette e resta lì capovolto tra i giornali disfatti, ricomposto, con la testa molle sulla sabbia e la pancia e le gambe vuote, e lei che ti abbraccia come se non ci fosse un altro uomo sulla faccia della terra all’infuori di te, e tu che non sai bene se piangere o ridere, di che morte voler morire, e sorridi male cazzo, sorridi storto come una iena perchè hai ventitre anni e nessuna voglia di innamorarti sul serio, innamorarti per davvero, ti vengono in mente i tuoi, che pure s’amavano e s’amavano pure parecchio, e ora è tutta una guerriglia a forchette e piatti e lucidarame volanti. E pensi queste cose, e le pensi e le ripensi e te le giri e te le rigiri in testa ma non riesci a darci un peso, e sei contento di non farcela, perchè in fondo quello che hai sempre voluto è stato bruciare di qualcosa, e i delfini balzano fuori dalle onde come riccioli di Poseidone, e ti cantano un vecchio surf’n roll sotto sale, coi loro dentini gialli come tante starlette di provincia di fronte a coni rovesciati e gonfi.

E non sapresti farne a meno di bruciare, a costo di squarciarti corpo e spirito, e fingi strafottenza ma in realtà ci sei sotto di brutto, ed ogni nuova luna ti ricorda che è già passato un mese, e ti ritrovi sempre piu’ piccino sul suo ventre. Maneggiami con cura amore. Quando il mio cuore detonerà in aria sapro’ d’aver amato, e scenderò con gli occhi pieni di lacrime e gratitudine a ricucirmi pezzo per pezzo, ad accarezzarmi, e rinascerò ancora e ancora e ancora se sarà necessario. Ma quella sera danzammo come due serpenti rovesciati in bocca a un cielo torrenziale, e se c’è un Dio cacciato a forza tra le pieghe dell’orizzonte, lo guardavo dritto negli occhi e scivolandole addosso lo ringraziavo e celebravo, senza pensarci, andirivieni eterno di bacini umidi. La vecchia ballata, sempre attuale. Due ragazze svedesi ci fissavano dalla passeggiata, con le loro gambe pallide e lunghe, smanicate e dure in viso, bevevano Breeze e cinguettavano allegre, inarrivabili sul loro piccolo asteroide. E io lì a faticarmi il tuo piacere, col culo esposto all’intemperia e quattro giorni per preparare cinque esami e il rientro a casa. E le ragazze che scendono dalla scaletta antica ridendo come matte e noi abbracciati e sfiniti e avvinti, e come vi chiamate e come non vi chiamate, e ce lo dicono a mozzichi e noi due scemi a non capirne mezzo, e a guardarci le labbra le bocche i denti la lingua, ancora. Come si chiamano? Bohhhhhhh, E allora in piedi, tutti al molo, e poi in piedi, via, in marcia fino al molo, fino all’alba, con Regina e gli altri che ci aspettano incolumi, anche oggi, vivi.

E io non conoscevo ancora nessuno di loro, e tu non mi conoscevi poi granchè. E forse non mi conosci neanche oggi. E mi rimproveri di non passare mai a farti a un saluto.E io penso al Maestro che partiva pattinando sotto i portici di Milano, vuoto come un Dio a rendere, che mi saluta col palmo della mano senza voltarsi indietro, leggero come zucchero a velo. E capisco finalmente com’è che si fa a vivere.

Fammi l’amore come se fosse per sempre, mi dicevi, e vedi tesoro, te l’ho fatto così come potevo, sotto il diluvio vivo d’agosto, fulgida meteora di passaggio, con i capelli arrampicati sul viso come l’edera, e nel risvolto della giacca l’ultimo numero di Frigidaire.

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di nubius dee

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