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Umoristico

Sull'Empatia. Ariminum Circus, Stagione 3, Episodio 9.

Pubblicato il 04/11/2020

FAN NEWS. Ariminum Circus è al centro delle conversazioni sul futuro del libro che si svolgono sul blog di NOVA100-Il Sole 24 Ore: https://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/category/librare

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Tim si era accomodato al capo opposto del bancone rispetto al gruppo di amici. Quando decise che era tempo di ordinare, richiamò l’attenzione di Lloyd, il gestore del locale. Preferiva rivolgersi a lui piuttosto che all’untuoso barista più giovane. Come la proustiana Françoise, non si curava di quell’amabilità superficiale, di quel chiacchiericcio servile che impressiona un cliente, ma che ricopre in genere un’ineducabile nullità. Lloyd era un uomo flemmatico, dagli occhi stanchi, che si muoveva con la lentezza di chi segue un preciso schema d’azione, studiato e sperimentato in lunghi anni d’attività. 

«Hay Lloyd, vien olta, cum vala, come va?».

«Al solito, Jack». Lloyd non smentì il proprio stile, in equilibrio fra la concisione telegrafica e l’enigmistica sapienziale.

Così rispondendo, non solo aveva precluso al Custode la possibilità di essere informato circa il suo stato di salute attuale, ma gli aveva instillato anche la consapevolezza di non sapere né come stava prima Lloyd, né come si aspettava di stare in futuro. Di più: Tim non sapeva niente del Barman, che avrebbe anche potuto essere un avatar, o un ologramma, o il profilo Facebook di un cane innestato nella memoria artificiale di un androide, o… Per non precipitare nelle vertigini di un catastrofico regressus in infinitum, l’unica alternativa era di scegliere un’interpretazione di “al solito” in un arco di significati che andava da “non va malaccio” a “la vita è uno schifo”. Lloyd sarebbe stato un buon oracolo in quel di Delfi. E poi…

«Jack? I’m Tim, te lo se ben».

«Sei il Custode, o no?».

«Yap!».

«Allora sei Jack. Sei sempre stato Jack».

Tim decise di cambiare discorso. «And your wife?».

«Ne ho le palle piene di lei». Lloyd si espresse con un inusuale dispendio di parole, mentre preparava una bibita a base di gin e l’albedo ricavato da un limone con lo spremiagrumi Juicy Salif di Alessi (edizione speciale in ceramica bianca). Strano oggetto. Era un regalo del Pescivendolo. Le gambe lunghe e sottili, che lo facevano somigliare più a un grande ragno o una navicella spaziale aliena di film tipo Mars Attacks!, lo rendevano instabile ed era necessaria tutta la certosina pazienza del Barman per calibrare la pressione necessaria a spremere l’agrume; la mancanza di filtri faceva cadere semi e filamenti insieme al liquido nel bicchiere (che doveva essere della misura esatta – non combaciante con nessuna di quelle standard – per stare sotto al perno centrale, in sostituzione del tradizionale contenitore); il succo in genere schizzava sporcando tutt’intorno – senza contare che l’acidità dei limoni ne rovinava la superficie se non pulita subito. Insomma: sulla carta un disastro, nella pratica un enorme successo firmato Philippe Starck. Una contraddizione, come tutto quello che riguardava Earnest.

«La misura dl’amòr l’è amè sènza misura!» osservò il Custode con la sua tipica sagacia.

«Diciamo allora che ne ho le palle infinitamente piene di lei».

Non era un ragazzo allegro, Lloyd. «È il tipo che non ride nemmeno al proprio funerale» diceva di lui il Pescivendolo. Bisogna capirlo, lo compativa Tim. Quèl l’è piò sfòrtunèd d’un chèn tla cisa. Più sfortunato di un cane in chiesa. In pochi anni di matrimonio, la moglie gli aveva succhiato via soldi, amore, l’affetto dei figli, tutto – tranne l’unica cosa che Lloyd avrebbe gradito lei gli succhiasse. Specie alla mattina, quando all’alba gli si rizzava puntuale come il canto del gallo. Non gli resta che toccarsi tutto il giorno, puarèt, concluse Tim.
Guardò fuori dalla finestra: and also the bawdy hand of the dial is now upon the prick of noon. Perché, tu non ti tocchi? Ma come fai a non toccarti quando vedi la Tabaccaia con quella roba davanti! La dòna sènza tèti la è cumè e lèt sènza e cuscèin, l’è propria vera. Dice bene Earnest: “More is more”, altro che le storie di Ed. Un giorno ha paura che sia un nazista, l’altro vorrebbe farle un test con la macchina del Turing perché la crede un robot alieno… E la Daisy, allora, che si muove come un leone? La dòna cl’a mòv una màsa i fiènch, mèza putèna o pòc ad mènc. Ma come fai a non toccarti quando si muove in quel modo?

«Insomma che vuoi? Una vodka liscia?».

«Sì, e una piadina con lo squaquarone».

Questo è il dialogo più articolato che chiunque può pensare di intrattenere con Lloyd Snark. Quando vai al Mocambo sei certo che nessuno verrà mai a importunarti con delle chiacchiere inutili, tanto interessanti quanto Ariminum è vicina a Plutone. Se non ti imbatti nel JubJub, ovvio. 

Huginn a parte, questo locale a Tim andava a genio proprio perchè era uno di quei luoghi dove, nel bel mezzo della ressa, rimani del tutto solo con te stesso. Un matematico inglese, del resto, ha provato che se ciascuno si facesse i fatti propri il mondo girerebbe molto più in fretta. Anche se Nanny non avrebbe mai riconosciuto di essere un asociale. Non era sempre insieme ai compagni di bisbocce?

Asociale magari no, ma poco empatico sì, questo difetto avrebbe dovuto ammetterlo. Perché poi?, avrebbe di certo replicato, se qualcuno lo avesse interpellato sul punto. Non del tutto a torto, se è vero che più l’uomo si evolve, meno è empatico. Altro che neuroni-specchio! Nel nuovo millennio, è stata rilevata dal MIT una diminuzione del livello di empatia fra i giovani del quaranta per cento, con un picco negli ultimi dieci anni, correlato al diffondersi di Internet e delle nuove tecnologie digitali. La prova del nove? Studi sulle scimmie condotti dal Maestro avevano mostrato che sono in grado di esibire comportamenti imputabili alla capacità di immedesimarsi nell’altro attraverso l’attivazione di quarantadue aree diverse del cervello. Non sarebbe dunque del tutto irragionevole sostenere che l’evoluzione della specie dovrebbe sempre più distinguerci da quei vociferanti e chiassosi mammiferi pelosi, non farci regredire al loro stato primitivo. Peraltro, già Leopold Bloom, a inizio Novecento, sapeva che il progressivo ampliamento del campo dello sviluppo e dell’esperienza personali si accompagna a una riduzione della sfera delle relazioni interindividuali.

In ogni caso, se quello stesso qualcuno avesse fatto notare a Tim che la mancanza di empatia è un difetto o addirittura il sintomo di un disturbo mentale, non l’avrebbe presa bene. Non mi vengano a dire che sono uno psicopatico, pensava, dialogando fra sé come Billy Milligan e la Jane di Doom Patrol in una stanza piena di gente. Tim sarebbe stato un uomo solo, se la solitudine non lo avesse seguito come un’ombra. Una folla di ombre, talvolta. Un inferno dantesco. Sentiva aumentare l’ansia, che lo afferrava quando aveva la sensazione che due o più identità o stati di personalità separate lottassero fra loro per prendere il controllo. Bovis stercus. Tè cul! Con tutti quei burdei che devo guardare. Un babbo fa per cento figlioli e cento figlioli non fanno per un babbo. Some things make me piss off.

Il Custode rigirava nella mente instabile quei pensieri confusi. Cercò di fare un po’ di ordine, senza successo. Il che cominciò a irritarlo. Si concentrò sull’odore che emanava Lloyd: “lezzo di cadavere”, gli suggeriva il naso, ma “lezzo di cacadevre” gli impose il cervello. Prese un menù in bianco (come tutti i menù disponibili al Mocambo) e con una penna provò a vergare la parola. «Volevamo scrivere “cadavere” – raccontò poi al Maestro – ma tre volte la nostra mano ha scritto “cacadevre”. Infine, soggiogati da questa volontà misteriosa e più forte della nostra, abbiamo lasciato “cacadevre”. Così abbiamo riprovato: abbiamo pensato ai Bambini dell’Asilo e abbiamo scritto “vestiti di fresco e le scarpe lucidate anche sulle scuole”. È necessario aggiungere che invece di “scuole” nostra intenzione era di scrivere “suole”? Ancora un tentativo: “odorosi di arselle profumate e di cibi restituiti”. Tre volte abbiamo voluto scrivere “ascelle”: abbiamo finito per lasciare “arselle”». Abbiamo fatto un’ultima prova con il dialetto: “Parsciùt de Perma… prosciutto di Parma”. Volevamo scrivere “Perma”, ma abbiamo dovuto mettere “sperma”. Allora abbiamo buttato via carta e penna, fucking angry cam un négher… imbufaliti». 

Alzò la testa e guardò il Barman. «Di giorno il frac mai, per nessuna ragione». L’assioma di bon ton, che Helen ripeteva spesso nei suoi video blog, non era arrivato all’orecchio né di Lloyd Snark né del collega più giovane, che continuavano a presentarsi ai loro clienti pomeridiani in marsina, camicia e cravatta bianche. Tim avrebbe voluto dire qualcosa per costringere Lloyd a non derogare, ma la macchina cerebrale gli continuava a mettere sulla lingua “drogare”. Intelligenza del subconscio o di qualcuno che ci si era infilato dentro e la sapeva lunga sul Barman. In quel doloroso periodo della vita Lloyd Snark si drogava. Ma Nanny non lo sapeva e la rabbia per la confusione sempre più grande dentro di sé stava sfociando in un sentimento terribile fatto di collera, odio e disperazione – che faceva calare sul volto orrendo una nube cupa, carica di elettricità. Negli occhi infossati sfavillava un turbinio di mille lampi, fulmini e saette, prodromo di una terribile tempesta sul punto di scatenarsi. Fu allora che Jay, arrivato al terzo giro di vodka, si alzò in piedi e cominciò a gridare:

«Tu sei tutto, Daisy! Ma lo sai che sei tutto? Tu sei tutto, tutto! Tu sei la prima donna del primo giorno della creazione, sei la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa...».

«Il Vampiro nazista travestito...».

«Falla finita, Ed!».

Jay si alzò traballando dallo sgabello. «Io adesso gli spacco la faccia» disse, scagliando il giubbetto da aviatore contro il Piccolo Ed, che si alzò in piedi assumendo una posa difensiva da pugilatore, anche se non troppo saldo sulle gambe. Ma se il Capitano non lo avesse afferrato, anche l’innamorato pazzo sarebbe precipitato a terra. Lloyd, senza dire una parola, tirò fuori da sotto il banco un fucile a canne mozze.

La situazione stava degenerando. «Smanè la vèggia. Cam dit voialter… andiamocene» propose Tim.

La capacità del Custode d’incutere terrore e rispetto quando si trovava in uno stato d’animo sovreccitato dava alle sue parole la secchezza di un ordine indiscutibile, pena indefinite ma sicuramente dolorose conseguenze. La compagnia pensò quindi bene di accettare il consiglio e di accomiatarsi per dirigersi verso la Fortezza Bastiani, ad eccezione di Jay, che aveva un appuntamento con Daisy, al Grand Hotel. Come gli altri Pirati, anche lei, con il marito e la sorella, aveva lì una stanza. La 237. Brady, il concierge che presidiava la hall, chiamata Cold Room, lo informò però che le due gemelle erano uscite, quando il signore era andato ad allenarsi sui campi da golf.

«Sono andate allo shopping center della stazione, credo».

E con un gelido sorriso si accomiatò, per andare a soccorrere un altro ospite bisognoso d’aiuto.


Brady aveva informato Jay che Daisy e Helen si erano registrate con nomi diversi, Carmilla e Susana: ma lui non prestò attenzione a questo dettaglio. Era troppo agitato per collegarlo alla parabola narrata dal Maestro durante i festeggiamenti per il suo compleanno alla Fortezza Bastiani e che pure aveva messo a frutto quando aveva discusso con Daisy ed Helen sulla Spiaggia Iperurania di linguaggio, significato e realtà.

«Un elefante proveniente dall’India fu alloggiato in una stalla oscura» aveva raccontato il Maestro. «La gente che non aveva mai visto un simile animale si precipitò ad ammirarlo, come se partecipasse a un Safari. Poiché non si vedeva nulla a causa del buio, le persone si misero a toccare l’animale. Uno di loro gli carezzò la proboscide e disse: “Questa bestia è fatta come un tubo!”; un altro ne palpò le orecchie: “Lo si direbbe piuttosto simile a un ventilabro”; un terzo, tastando le zampe, disse: “L’elefante è tale e quale alle colonne di una chiesa”. E così ciascuno si mise a descriverlo a modo suo. Peccato che non avessero una lampada per mettersi d’accordo». 

L’elefante dell’apologo, oggetto del metaforico Safari (che in swahili significa “viaggio” e contiene la radice della parola araba isfar, svelamento; mentre in greco la Verità è l’a-leteia, il dis-velamento. Si capisce dunque perché Apple abbia scelto di chiamare Safari il proprio motore di ricerca, N.d.R.), può essere conosciuto solo tramite la lampada di un linguaggio comune che collega le cose ai Nomi che diamo loro, aveva concluso. 

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Molto bello, l'ho trovato particolarmente centrato.Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Suggestioni che si radicano nell'immaginario culturale, modificandone le sfumature... un affascinante gioco di riflessi sulla pelle. Complimenti!Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di Federico D. Fellini

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