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Storico

Sulla traccia di una canzone

Pubblicato il 08/01/2022

29 novembre 1864. Battaglia, o massacro, di Sand Creek.

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“Riunioni all’aperto. Folle di persone nel cerchio delimitato da carri e da tende. Vi si leggeva la Bibbia, si commentava. E le conversioni avvenivano spontanee, al culmine dell’emozione per l’ascolto della parola del Signore. Fin da quando venni ordinato pastore della nostra Chiesa questi raduni si succedevano ininterrotti. Anche la sera si tenevano. Al lume delle torce. In nessuna altra parte del mondo la religione ha ispirato così tanto, come qui da noi, i percorsi e le anime degli uomini e ha dato loro forza. Ricordalo William. E’ solo per questo che siamo, oggi, una grande nazione”.

Lo sceriffo di Denver aveva così ammonito il suo attendente. Amministrare la giustizia non poteva prescindere dal credo e da regole morali indefettibili. Tutta la sua vita ne era stata pervasa. E ora che il cancro lo consumava non poteva certo concepire di lasciare il suo ufficio a uomini che ne fossero privi.

“E ascoltami bene. La grazia del Signore può essere accolta, così come può essere rigettata. E’ libera volontà. Se il risveglio dell’anima non avviene è per il cosciente rifiuto di accoglierla. E la condanna si consuma già qui, sulla terra. Guarda le genti selvagge, e pagane: sono pidocchi. E i pidocchi generano solo pidocchi”

Piaceva molto questa espressione allo sceriffo John Chivington. L’aveva maturata osservando dalla collina quell’accampamento spoglio appoggiato al fiume, costellato da fuochi sparsi che liberavano diafani e deboli fumi morenti. Era la stessa che aveva esclamato di fronte ai giudici che avevano disposto la sua degradazione militare per aver infangato l’uniforme degli Stati Uniti. Per aver gratificato, con quel massacro, “la peggiore passione che abbia mai attraversato il cuore di un uomo”, come quegli stessi giudici sentenziarono.

Lo sceriffo non riusciva mai a nascondere un sorriso ironico nel ricordare quelle parole. Risorse infinite, praterie immense e libere, da abitare e coltivare. Terre fiorenti, gonfie di preziosi metalli; spazi da saldare tra loro con possenti rotaie. Liberamente, senza impedimenti, senza pericoli. Era l’espandersi impetuoso e incontenibile di un’anima e di una civiltà nuova, l’appropriarsi prorompente del diritto alla felicità. Questo solo guidava l’epopea di una giovane e virtuosa nazione intera. Perfino di quegli ipocriti con la toga. E questo, grazie a Dio, ho contribuito a fare, pensava, alleviato nel suo letto da mani premurose, in attesa della fine.


Le capanne spargevano ombre lievi nell’accampamento e noi bambini non eravamo ancora stanchi di rincorrerci e di giocare nella neve alta. Aylen non la smetteva di ridere ogni volta che era costretta a scappare, inseguita da Noshi che sembrava avercela con lei. I sorrisi si aprivano larghi anche sul viso dei grandi che ci guardavano e ascoltavano le nostre voci che rimbalzavano nell’aria e nelle acque increspate del grande fiume che ci accompagnava da sempre, e che quel giorno ci rapiva in continuazione.

Le nostre corse si fermavano sulla sua riva e la nostra immagine specchiata nel suo scorrere era sempre sinuosa, divertente. Era l'acqua che la tratteneva e ce la restituiva buffa, senza corpo. Era una culla il fiume, che ci dondolava come se volesse contenerci e non farci tornare a correre via da lui. Era come una mamma. Premurosa, accogliente, protettiva, sempre dolce, pronta a raccontarci storie. E quante ne aveva! Chissà il suo fondo, da cui uscivano luci, guizzi, vortici, quanti mondi fantastici conteneva. E quanti incanti. Era solo quando rifletteva la luce delle stelle che i nostri sorrisi ci accompagnavano nelle nostre tende calde.

Mi addormentai presto, riscaldato dal corpo del nonno. Uomo saggio, che tutti, nel villaggio, rispettavano e ascoltavano. Era di poche parole, ma sempre profonde, convincenti. Grande uomo, il nonno. Morbido. Che bello dormirgli accanto, mentre il fiume cantava le sue favole. Quella sera mi raccontava dei nostri guerrieri sulle tracce del bisonte: “le sue pelli per vestirci e ripararci dal freddo dell’inverno, le ossa per i ciondoli, le corna per le ciotole, la carne per nutrirci, i tendini per fare gli archi, lo sterco da essiccare per accendere i fuochi e…..il suo cuore da farti mangiare. Per infonderti il coraggio!” Mi diceva sorridendo, e premendo il suo grande dito sul mio petto.

Il rumore della terra risuonò all’improvviso, sordo. E forse stavo sognando, i nostri dovevano essere ancora lontani. Ma il rumore si trasformava in tuono. Mi alzai di scatto e la tenda era vuota. Filtrava l’aria, e il fumo, dal suo ingresso spalancato. I suoni erano indistinti, si assommavano. L’uomo in uniforme entrò di corsa e si fermò davanti a me, che lo guardavo con gli occhi sbarrati e senza capire. Il baleno risuonò caldo e il rumore cessò.


"Si son presi i nostri cuori sotto una coperta scura

sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura

fu un generale di vent'anni, occhi turchini e giacca uguale

fu un generale di vent'anni, figlio di un temporale

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek”

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. ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Un grande piacere leggerti. Tempo fa hai scritto che te ne andrai: sarebbe un piccolo dispiacere.Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Più ti leggo e più mi piacciono le cose che scrivi. Anche questa volta trovo che tu abbia fatto centro. Per me non c'è una parola fuori posto. Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Piaciuto.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Tella ha votato il racconto

Scrittore

C'è una bella atmosferaSegnala il commento

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