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Avventura

TARA

Pubblicato il 10/08/2019

Sul muro di un antico tempio nella valle di Kathmandu in Nepal è raffigurata una scena maestosa dove un re Malla, dai baffi neri e il copricapo ornato di diamanti, accarezza il manto rugoso della sua fedele cavalcatura con estrema dolcezza.

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   Sul muro di un antico tempio nella valle di Kathmandu in Nepal è raffigurata una scena maestosa dove un re Malla, dai baffi neri e il copricapo ornato di diamanti, accarezza il manto rugoso della sua fedele cavalcatura con estrema dolcezza. Il tempo non dimentica la dignità di semplici gesti, per questo uomini ed elefanti, ancora oggi, difendono l’amicizia che li lega da sempre consacrando rispetto e potere a nuovi incontri e straordinari legami.

Mentre la giungla a sud s’infittiva e l’erba s’innalzava fino a nascondere la presenza dell’enorme pachiderma, l’umidità acuiva i colori delle grinze di quel corpo immenso. I preziosi ornamenti colorati sfilavano ingombranti tra le zanne e le grandi orecchie. Collane di perle s’intrecciavano a fili d’erba, germogli rossi e piccole foglioline verdi. Luminosi fili argentei lasciavano vibrare numerosi campanelli, appesi in corrispondenza dei nodi di corda che segnalavano il perimetro del punto più alto delle spalle di Tara. Proprio il suono vivace di quei mille pendagli annunciò l’ingresso in città dell’ultima elefantessa, regina della valle, Bhaktapur era fortunata ad accogliere tra le sue presenze quella bellezza femminea, portatrice di saggezza, longevità e felicità. Tara aveva lunghe ciglia e pupille lucide, marmoree. Procedeva a passo costante verso Hanumante, il fiume sacro.

E accadde proprio lì. Tara incontrò La Ragazza Dalla Treccia Sulla Spalla Destra e il suo Innamorato Dai Lunghi e Arricciati Baffi Brizzolati. Incantanti e confusi dalla città delle ceramiche e delle tradizioni artistiche newari i due umani si erano persi. Osservando i muri dipinti dei vicoli si erano inoltrati a sud arrivando sulle sponde del fiume in prossimità del tempio indù di Mangal Ghat. Tara era intenta a donare fiori a Shiva quando La Ragazza Dalla Treccia Sulla Spalla Destra pregando ad occhi chiusi a sua volta sfiorò per sbaglio la lunga proboscide. Seguì la curva di quel lungo naso e ammaliata dalla sinuosità di quella forma si abbandonò alla più tenera delle carezze. Si riconobbero in qualche modo. Era difficile stabilire in quale vita si fossero già conosciute. “Quale fortunata coincidenza poteva essere mai questa? Perdersi per ritrovarsi.” I tre fortunati cominciarono a raccontarsi. Iniziò Tara. Quanti esseri aveva incontrato nei suoi lunghi tragitti: le donne nei campi rappresentavano la clessidra del suo mondo, le piaceva osservarle durante la raccolta con la falce in una mano e lo stelo di grano che scorreva nell’altra, spiga dopo spiga. Aveva visto così tanti terrazzamenti e piantagioni di riso confondersi all’orizzonte, attraversato la valle in ogni stagione durante i monsoni così come in primavera quando i rododendri porpora sfioriscono lontano. Quanti alberi di banano aveva contato tra i panni stesi al sole e la polvere della strada? Quanti cartelli Coca Cola? Moto o carretti ambulanti? Confondeva le gonne a quadretti blu, le trecce e i fiocchi rossi tra i capelli delle bambine con le camicie stirate e i cravattini ordinati dei bambini diretti a scuola, tutti in divisa lungo i burroni. Altri piccoli esseri umani non erano altrettanto fortunati e al posto dei libri sottobraccio raccoglievano sassi per accumularli poi nei cesti sulle spalle dei genitori. L’immondizia galleggiava ovunque occupando la pace fluttuante dei fiumi. Quante madri indaffarate ad affondare panni e pene, in luridi rigagnoli d’acqua sporca e quanti mariti sudati ad impastare cemento e a dipingere camion. Figli accucciati come cani solitari, caprette affamate sotto i covoni di fieno. Alberi, templi e ciabatte si alternavano ciclicamente. Tika rossi sulla fronte dei devoti in ogni luogo. In ogni simbolo, dalle bandiere di preghiera appese al vento ai fusti di bambù usati come impalcature c’era il racconto dell’umanità. I canti tibetani addolcivano il cammino di Tara ma tutto si congelava improvvisamente quando, in abiti bianchi, i viventi si radunavano attorno ai corpi inanimati, amati e ormai giunti al rogo del saluto: bruciati e affidati alle acque del sacro letto acquatico.

Fu poi il turno dei nomadi. I due non fecero che sussurrare delle meraviglie e delle contraddizioni di quel posto attraversato per settimane. Trattenevano il respiro mentre parlavano dell’immobilità che accomunava le immense vette himalayane, delineate dal sole all’alba, e i coccodrilli a zanne all’aria incontrati nella giungla.

Ad un tratto la fioca luce delle stelle tutt’intorno divenne fonte dell’arrendevole sonno per l’insolito trio. Al risveglio però una scelta attendeva tutti: avrebbero preso la stessa direzione o si sarebbero salutati? L’elefantessa non ebbe alcun dubbio e offrì la sella, chinandosi. Nessuno pensò minimamente al rifiuto e fu così che un nuovo viaggio ebbe inizio.

Il manto d’oro sulle spalle del cielo è ricoperto di fiori. Le nuvole si confondono come grappoli di glicine all’imbrunire. L’elefantessa di Bhaktapur è in cammino. Tara procede fiera. Tara non dimentica mai.

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Violeta ha votato il racconto

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Phi ha votato il racconto

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Mi è piaciuto lo stile, particolarissimo. Sembra un miscuglio tra Kerouac ed Hesse...Segnala il commento

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Dalcapa ha votato il racconto

Scrittore

Belle immagini. Piaciuta l'idea di dare voce a Tara, di usare la sua memoria per raccontare. Bello il finale. Ritmo lento dei ricordi.Segnala il commento

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Danilo ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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di LaMeffe

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