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Narrativa

Taranta

Di TheStain - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 15/05/2020

Un ragno che morde, entra dentro e non se ne va più.

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Estate. A Nardò i campi sono riarsi dal sole che spacca la terra, l’acqua stenta a scendere dal cielo e la stagione scivola via in nugoli di polvere, che entra nei polmoni e annebbia la mente.

Il caldo svuota, rende vulnerabili. I tarantati dicono di sentire la noia, all’inizio del male.

«Asséttati» Franco obbedisce a sua nonna, e si arrampica sulla sedia, sistemandosi per bene.

«Tieni» la nonna gli passa una grossa cornice con l’immagine di un signore barbuto e gliela sistema in grembo, in verticale, poi sfiora con una nocca il vetro del quadro e se la porta alle labbra.

Franco non fiata, è un po’ preoccupato. Dicono che sua madre è stata morsa dalla taranta, e che adesso ce l’ha dentro e la devono cacciare via. Abbassa lo sguardo: la mamma sta lì, vestita di bianco, coricata su un telo bianco che copre quasi tutto il pavimento della loro piccola casa. Tiene un braccio steso nel quale stringe un fazzoletto, e l’altro sul ventre, mentre la testa è posata su un guanciale, coi capelli neri tutto intorno. Sembra dormire. C’è tanta gente: alcuni stanno dentro, addossati alle pareti, ma la maggior parte si accalca fuori dalla porta e dalla finestra, nel tentativo di assistere a quello che sta per accadere.

I musicisti sono pronti: Franco riconosce Mestu Gigi, il barbiere, col violino in mano, e poi ci sono altri due uomini più vecchi, uno col tamburello, l'altro con la fisarmonica.

Finalmente iniziano a suonare, e il ritmo cadenzato e stridente della tarantella riempie il piccolo ambiente, entra nelle pareti bianche di calce e nei corpi dei presenti, che seguono il tempo con movimenti accennati. Ma, soprattutto, entra nel corpo della madre di Franco, e risveglia la taranta.

La donna inizia ad agitarsi, inarcando la schiena, poi si rigira e si mette faccia a terra, e comincia a dondolare su e giù, stringendo forte tra le mani il fazzoletto rosso, unica nota di colore nel candore asfissiante della stanza.

Si solleva per un attimo, poi torna giù di scatto e rotola col corpo fino ad addossarsi alla parete, e prende a muovere con ritmo spasmodico le gambe, mentre la musica continua e il tamburellista inizia a intonare una canzone. Franco ha gli occhi fissi sulla sua mamma, le braccia incrociate, i capelli che le nascondono il volto, le sottili calze bucate che le coprono i piedi e parte dei polpacci; poi la segue mentre si sposta di nuovo, e rotolando si piazza tra le gambe del tamburellista e si dimena ancora, ancheggiando avanti e indietro. Gli altri due musicisti le si fanno dappresso, e la stringono in una morsa creata dalle note dei loro strumenti.

La donna punta piedi e mani per terra, infine si alza sulle gambe e prende a vorticare per il perimetro del telo bianco, le spalle basse, lo sguardo assente. Fa due, tre giri, poi si ferma davanti a mestu Gigi e balla, pestando i piedi per terra come a schiacciare la taranta che la possiede. I suoi movimenti si fanno sempre più frenetici, la melodia sempre più grattante, a tratti disturbante, poi la tarantata crolla al suolo e la musica si arresta, lasciando dietro di sé una scia di note discordanti.

Silenzio. I bambini affacciati alla finestra si mordono le unghie, altri si nascondono dietro gli adulti. Poi la donna si rialza, fa due passi e si siede a gambe incrociate di fronte a Franco, che ancora regge il quadro tra le braccia. Gli occhi di sua madre ne sono totalmente rapiti, probabilmente non si è neanche accorta di lui. Si avvicina ancora di più, afferra tra le dita i due lati della cornice e la stringe forte.

«Cce m’ha fattu spicciare osce?» chiede a san Paolo, fissandolo dritto in volto.

«Teni pacenzia, teni pacenzia» a parlare è sempre la donna, ma la sua voce esprime, stavolta, il volere del patrono, che la invita a resistere ancora un po’. Scende di nuovo il silenzio, attimi durante i quali la tarantata non stacca lo sguardo dal quadro, come fosse in ascolto di parole che solo lei è in grado di udire.

«Nu n’aggiu sordi tti dicu la messa, nu n’aggiu, nu n’aggiu, è inutile ca ‘nsisti» si lamenta, e accompagna le sue parole con un gesto stizzito della mano.

«La pozzu spicciare?» chiede infine, esausta, nella speranza che il suo tormento sia stato sufficiente a soddisfare il volere del santo. Ma quello risponde di no, che ancora non basta. La donna scaglia un pugno nervoso sul vetro del quadro. Poi gattona nuovamente verso il centro della stanza, afferra un santino che sta lì per terra e lo straccia rabbiosamente, scagliandone i brandelli il più lontano possibile. Si allaccia il fazzoletto attorno al collo e rimane così, con le gambe stese e le mani sulle ginocchia, come una bambina che fa l’offesa. Intanto i musicisti hanno ripreso la loro nenia, e tra poco sarà tempo per lei di ripartire, perché la taranta è ancora lì, dentro di lei. Franco guarda la madre mentre inizia a muovere una gamba a tempo, poi la testa, e infine mentre si rialza e riprende la sua danza vorticosa, e intanto spera, prega, che tutto finisca presto e quel brutto ragno diventi solo un amaro ricordo.

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Marina Mander ha votato il racconto

Scuola

Complimenti, davvero: bello il soggetto, bella la scrittura padroneggiata con sicurezza. Bella l’idea del bambino che assiste a un rito incomprensibile e forse terrorizzante. Posso dare solo un suggerimento: accentuare attraverso il ritmo il contrasto tra il bambino che immagino pietrificato, più che preoccupato, e la madre posseduta. La descrizione dei gesti della madre potrebbe essere più concisa, sincopata, stravolta, come se anche la lingua fosse stata morsa dalla tarantola e le parole seguissero l’incalzare della musica. Per intenderci: “la donna si agita, inarca la schiena, si rigira, faccia a terra, dondola, il fazzoletto rosso tra le mani, unica nota di colore nel candore asfissiante della stanza”. Una specie di crescendo di isteria. Forse spiegherei, parafrasandola dopo la battuta, la frase in dialetto. Se ti va, riscrivi ascoltando una taranta e scrivi come se suonassi.Segnala il commento

Commenti degli utenti

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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

Esordiente
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Livido amniotico ha votato il racconto

Esordiente

Complimenti. Hai racconto la taranta in maniera sublime. Mi sono emozionato.Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello, scritto con mano ferma e sicura. Ottimo il ritmo del racconto, con la musica che fa da colonna sonora. Ben descritto il contrasto tra il bambino impietrito e la frenesia della mammaSegnala il commento

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Naoomi ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Laria982 ha votato il racconto

Esordiente

L'amore per la mia terra non mi fa essere oggettiva, ma se mi unisco al commento di tutti, un motivo c'è. Molto bello, avvolgente e intenso. Realistico.Segnala il commento

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

Scrittore

Descrizioni centratissime. bello..Segnala il commento

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Salvatore Greco ha votato il racconto

Esordiente
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Cartapesta ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Bella descrizione e soprattutto il finaleSegnala il commento

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Stefano Adesso ha votato il racconto

Esordiente
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Nuela Or ha votato il racconto

Esordiente

Si legge d'un fiato! ComplimentiSegnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore
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Giuseppe Buono ha votato il racconto

Esordiente

Solo un poco di difficoltà con le frasi in dialetto. Ma oggettivamente si riesce a “vivere” la storia. Molto bello.Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Che bello, me l'ero perso. Sono felice che la Scuola l'abbia consigliato. Davvero un bel ritmo, una angoscia lucida che ti tiene incollato. Ho visto la madre attraverso gli occhi del bambino.Segnala il commento

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Gemma Avolio ha votato il racconto

Esordiente

C’è una frase in dialetto che non ho capito, “Cce m’ha fattu spicciare osce?”per il resto la storia è bella.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Esordiente

C'è tutto l'antico sud in questo racconto. Bellissimo. Complimenti per il meritatissimo passaggioSegnala il commento

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Fab McCraw ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello, complimentiSegnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Mauro Scremin ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Travolgente, bellissimo.Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello. ComplimentiSegnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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Ondine ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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RoCarver ha votato il racconto

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E' allucinante, disturbante, originale, assurda .... e scritta benissimo. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

PotenteSegnala il commento

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Zeta Reader ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Graziano ha votato il racconto

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AdeleArt ha votato il racconto

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di TheStain

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