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Autobiografia

Tentativi di fuga per afflitti

Di Bah
Pubblicato il 05/09/2017

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Mia madre diceva sempre che me le andavo a "cercare col lanternino".

La mia prima compagna di banco è stata Rosa de’ Monaci. Con i capelli biondi mossi che le sfioravano il culo, gli occhi verdi e una irritante serenità che derivava da una testa sgombra da ogni pensiero o preoccupazione, era il mio esatto opposto. Io, che con le scarpe ortopediche, l’apparecchio ai denti, gli occhiali e l’occlusore per correggere l’ambliopia, a otto anni già sentivo sulle spalle il peso del mondo, guardavo a lei come a un modello per la prossima vita.

Suo padre veniva a prenderci a scuola in Porsche o in Ferrarri rossa, e io mi deprimevo perché il mio, di padre, che riuscivo a vedere solo la sera prima di chiudere gli occhi, guidava una Simca 1000 color bronzo.

“Ma tuo padre che lavoro fa?”, avevo chiesto masticando un panino burro e zucchero preparato dalla sua tata tedesca.

“Vende Coca-Cola”.

Anche lei l’aveva ignorato finché, una sera tardi, aveva sentito i genitori litigare e suo padre affermare che vendere la coca era molto redditizio. Ma non sapeva cosa significasse “redditizio”, così l’aveva dovuto cercare sul dizionario che avevamo in classe e, in seguito a ulteriori consultazioni, aveva scoperto che significava “che dà molti soldi”. Mi ero domandata perché mio padre, Direttore del Personale in Fininvest, guadagnasse meno di uno che vendeva Coca-Cola. Ma mi ero data la solita risposta, il mondo è un luogo profondamente ingiusto, e avevo piantato lì il panino.

Neanche una decina di anni dopo, la coca, oltre che redditizia, era diventata anche una dipendenza, e il padre di Rosa aveva fatto un tuffo ad angelo dall’ottavo piano in una notte di pioggia, atterrando nel giardino condominiale, tra le ortensie.

Alle medie la mia compagna di banco era Palma Greco, da Corleone. Aveva lasciato la Sicilia da cinque anni, ma conservava un accento palermitano che cercavo di imitare senza successo, giusto per darmi un tono.

A tredici anni, pur essendo “fimmina”, aveva i baffi che, a sentire lei, aveva ereditato da madre e nonna. Sosteneva che in Sicilia i baffi non li avevano solo gli uomini, ma anche parecchie donne e che nessuno lo trovava strano. Io ne ero affascinata, perché mi raccontava storie di gente che spariva e non veniva mai più ritrovata (come suo zio Gaetano, detto U Biunnu), di auto che saltavano in aria per misteriosi difetti di fabbricazione, di come suo padre le ripeteva che per vivere in Sicilia bisognava essere ciechi, sordi e muti - ecco perché se n’erano andati.

Un pomeriggio, a casa sua, rovistando nell’armadio dei genitori in cerca di qualcosa con cui mascherarci per il Carnevale, avevamo trovato una pistola con silenziatore dentro una ventiquattrore. Palma non era affatto sorpresa e siccome io non avevo mai visto né toccato un’arma da fuoco, me l’aveva messa in mano per provarla. Ma era carica, e nel maneggiarla avevo fatto partire un colpo che si era conficcato nel divano di pelle nera del salotto, sotto uno dei braccioli.

“Bedda Madre!” aveva esclamato Palma, “Siddu me matri s’innaccorgi, m’ammazza ca pistola i me patri!”.

Ma era bastato spostare il ficus benjamin più vicino al divano per nascondere il piccolo foro, della circonferenza non più grande di un mignolo.

Al liceo, dopo un anno che non prometteva niente di buono, era arrivata Camelia Trincia. Alta e magra, con quel pallore, quei capelli castani lunghi, gli occhi scuri, oltre ad avere una remota rassomiglianza con Morticia Addams, era la gemella che non avevo avuto.

Parlava poco e la voce le usciva sottile e roca, cosa che io attribuivo alla cicatrice che aveva in prossimità della base del collo e che lei cercava sempre di coprire. Mi aveva confidato che fino a un anno prima pesava quarantacinque chili in più: era dimagrita con una dieta sperimentale e ammazzandosi di ginnastica da Figurella.

Io ero incuriosita da quella cicatrice che sembrava un sorriso, ma non osavo chiedere nulla. Una volta, vedendo che gliela fissavo, se l’era come accarezzata e mi aveva detto che era stato un incidente.

Quando l’avevo raccontato a casa, mia madre, a sentire quel nome, era sobbalzata e mi aveva chiesto di ripeterlo.

“Ma sì, era su tutti i giornali!” aveva detto spalancando gli occhi.

Il fidanzato della madre di Camelia l’aveva ammazzata a coltellate dopo che lei l’aveva lasciato - trentasette coltellate, ricordava mia madre -; poi, aveva tagliato la gola alla figlia di lei e si era impiccato. Camelia, che all’epoca dei fatti aveva undici anni, era sopravvissuta solo grazie a una malformazione congenita della carotide. E io mi ero chiesta come avesse fatto la mia compagna di banco a sopravvivere, non tanto al taglio della gola, quanto all’orrore.

Negli anni a seguire, all’università, sul lavoro, ai corsi di teatro, lingue, scacchi, fotografia o scrittura, non ho mai ritrovato compagne di banco come Rosa, Palma o Camelia. Certo, ci sono stati una regista lesbica candidata all’Oscar dagli occhi color ambra, una ex suora con una insospettabile passione per Bettina Rheims e Nobuyoshi Araki, un ragioniere gay che di notte diventava una nota drag queen e un Social Media Manager che voleva essere Capablanca. Ma non sono stati che pallide ombre rispetto a loro, macchie di colore che il tempo si porta via. Al contrario delle macchie di sangue, che rimangono, perfino quando sono diventate invisibili agli occhi.

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