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Romance

The Amazing Packman

Pubblicato il 11/05/2020

Strana storia, fuori corda, fuori moda.

69 Visualizzazioni
31 Voti

Non sei uno di quelli che si chiamano rider, non esattamente, anche perché con il lavoro che fai c’è poco da ridere. La bicicletta non ce l’hai e non la userai mai, anche perché non ci sai andare. Com’è possibile? Non lo sai, fattostà che i tuoi genitori si sono lasciati quando eri piccolo, mamma era sempre al lavoro, e a te nessuno ha mai insegnato a pedalare. Non che ti dispiaccia, certo che no, se vedi i tuoi amici tutti pieni di lividi ti copri gli occhi e pensi che in fondo sei proprio fortunato. Solo ti chiedi che effetto faccia andarci e sentire il vento nei capelli prima di sentire l’auto nella schiena o nel fianco.


Non hai una casa, così tagli le spese. Quando non sei in giro a fare consegne, e le consegne devi farle di corsa, ti rannicchi sotto la scrivania del segretario quando lui va via e dormi sette minuti. Lo faceva anche tuo padre, prima di andare a vendere cavatappi. Lo hanno trovato qualche settimana fa rannicchiato in uno scatolone, ventinove bottiglie di vino e il vermicello di ferro nella carotide. Gliele avevi consegnate tutte tu, quelle bottiglie, e gliel’avevi detto di tornare a casa e darsi una regolata mentre gli lasciavi in mano anche un pacco da ventiquattro di San Crispino. Espressamente. Ma vabbè.


Al lavoro porti una divisa. Che è poi una semplice camicia marrone scuro con pantaloni beige che hanno un doppiofondo imbottito. Primo, perché così puoi sederti per terra e stare comodo, che qui non ci sono sedie, e secondo perché così anche se devi cagare non devi preoccuparti se il bagno non l’hanno costruito. Vorresti tanto un ciuccio, perché qui tu piangi sempre.


Tu non sei quello che fa i pacchi. Prima di tutto tu li tiri, i pacchi, dritti nelle tue braccia, e li porti a destinazione. Anche se non hai la patente, hai un ottimo sistema per riuscire a fare le consegne. Ti ingegnofletti tutto all’uscita e prendi il primo che passa. Sei anche l’addetto packaging, dacché ti è semplice infilarti in tasca le cose e infilarti nelle tasche degli altri. Ma non lo fai per avidità, no, no, tu vuoi solo un passaggio. Per prima cosa ti fai consegnare la merce da spedire, la impacchetti per bene con la pellicola speciale, e poi mandi giù tutto con un bel sorso di Malibu, che è bello fresco e ti dà la carica. Siccome la pancia che ti viene dopo, quando hai ingoiato tutto, ti dà fastidio, la sposti indietro, sulla schiena. Non è difficile. Basta insegnare allo stomaco a passare attraverso le costole ed aggirare la spina dorsale, per chi ce l’ha. Così la gobba ti viene dietro anziché davanti, ed è più maneggevole. Poi ti apposti all’uscita, e il primo che fa jogging, gli salti addosso e gli urli che c’è sua moglie che l’ha visto con quella figona della barista giù all’angolo, e che deve correre subito dove dici tu. Poi una volta che siete arrivati a destinazione gli dai una banconota da cento euro falsa che ti fornisce l’azienda e fai la tua consegna. E qui comincia la parte più dolorosa della faccenda.


Ora, tu viaggi leggero, senza niente addosso perché la merce te la porti dentro, e proprio per questo non hai nulla da usare per raggiungere il tuo stomaco. A seconda di quanto tempo è passato alla partenza, devi esplorarti con la mano infilata in gola o da basso, e non è un’esperienza elettrizzante. Un giorno, per esempio, ti è capitato di doverti contorcere molto forte, prima di suonare il campanello, e la graziosa signora a cui dovevi consegnare un lampadario di perline si è messa a urlare quando ti ha visto con le mani in pasta... ecco, be’, il lampadario che ha ordinato la signora è particolarmente pesante, così che non sei riuscito a vomitarlo da solo, con il tuo solito guanto da baseball con le dita di cinquanta centimetri, e sei dovuto entrare da sotto per sospingere il pacco verso l’uscita. Hai avvertito una resistenza in quel momento, e perciò sei costretto a tentare la manovra di emergenza. Essa consiste nel fare presa sull’oggetto ingerito e sospingerlo per l’uscita secondaria, che nero su bianco andrebbe usata solamente per i casi estremi. I clienti si lamentano sempre, dicono che annullano l’ordine, e tu devi ingoiare tutto di nuovo e tornare indietro, e sei sicuro che non è esattamente come mangiare una torta di Iginio Massari. Ma non oggi.


Oggi sei arrivato di buonora, e quella che vedi è una villetta color crema. Ma non il classico crema che ti fanno vedere gli imbianchini, no, proprio il colore del sangue che schizza dalle briosce grasse che prendevi tanto tempo fa prima di andare a scuola, che avevano dentro chissà quale colorante per sembrare belle, che in effetti le rendeva ancora più buone. È una casa di crema, e la strega dei dolci è più bella che mai. Ti ricorda un po’ Famke Janssen quando recitava in Goldeneye, e pensi che peccato che si sia rovinata così. A te non piacciono le brioche di plastica, l’unica che tolleri è quella che hai messo sul pacco prima di ingoiarlo, così non si scioglie. Lei sembra la Famke ancora giovane, ti piace, ha un bel sorriso e una voce da contralto. Sì era suo l’ordine, sì il pacco quello grosso. Devi ravanare un bel po’ per raggiungere la cordicella che hai legato sull’involucro per consegnare la merce, ma da quel momento è tutto più semplice. L’unico segno visibile all’esterno è il tuo collo che si gonfia, come la pappagorgia di un pellicano obeso, fino alla bocca che si allarga, e tu pensi ai serpenti e alle loro mascelle. Al punto critico devi chiudere gli occhi, ma senti il rumore di un rigurgito. È la donna, deve essere la prima volta che ordina da voi. Poverina. Ma c’è una cosa nel pacco che ti fa male, lì sul pomo. Te lo preme verso il fuori, e quasi ti sembra che si stappi come a capodanno. E il pacco dentro non si muove più.


E poi, tutto a un tratto senti il soffio dell’erba sulla faccia, è un giardinetto inglese come pochi ne rimangono, una lucertola beata che sorseggia il sole su una pietra, e ti guarda incuriosita, come fossi tu l’alieno a sangue freddo.


E poi succede altro, molto in fretta, più di quanto il tuo cervello riesca a registrare. Passi da tronco morto ad albero, uno cavo, è una cintura, quella al petto fatta da due braccia, belle bianche, due serpenti che costringono. E come un anaconda poco attento rifiuti ciò che ti fa male con l’aiuto di qualcuno. È la tua amica Famke ad aiutarti, ti cinge con le braccia e ti restituisce quella forma che assumevi prima del lavoro.


È stato assurdo, tanto strano, mai avevi visto un getto simile dalla bocca tua o di un altro rider, e mai nessuno ti ha toccato così prima d’ora. Salvandoti la vita, una vita che non hai chiesto e che in fin dei conti non ti è mai piaciuta quanto hai fatto credere a tua madre. Però ora sei qui di fronte a lei che ti guarda con gli occhi strabuzzati e aspira forte, come fosse soffocata insieme a te in quei pochi istanti che avete passato vicini. È proprio bella, Famke, come si chiama veramente?


Non capita tutti i giorni di conoscere una che si chiama Matilde, glielo dici e lei sorride, lo sa benissimo, d’altra parte tu ti chiami Fulvio, neanche tu sei proprio un filo d’erba. E non hai mai sentito un paragone così strano che ti attira proprio tanto, e scopri che in fin dei conti passeresti ore a parlare con Matilde, ma hai qualcosina da consegnare ancora, no? Non ti sei dimenticato il blocco delle ricevute? No, certo, eccolo qui lo sputi fuori in una busta, lo spacchetti e fai firmare, ecco fatto uccellino, puoi volare via, sei più leggero. Eppure mentre giri l’angolo correndo come un pazzo, il tuo collo non riesce a stare nella direzione giusta e riesci solo a vedere la bella casa color crema farsi un pasticcino e poi una macchia sempre più chiara.


Passano dei giorni, e ancora la testa non ti è tornata a posto, ti guardi sempre indietro, convinto di scorgerla ancora, tra la nebbia e gli alberi spenti, quella candela color crema.

Ti senti strano, non è insolito con quello che ti fanno mangiare, ma mai ti è successo così, ti fa male lo stomaco, ti brulica la pelle e sei ossessionato. Bignè alla crema, bignè alla crema. Quasi soffochi in pausa pranzo. Erano rimaste solo ciambelle.


Ma ecco il tuo raggio di sole! Un altro ordine, l’indirizzo color crema, lo prendi tu, cascasse il modo, e devi fare tante tante consegne oggi, ma Matilde la devi rivedere subito.

Barcolli per viuzze, appesantito, tanti pacchi grossi oggi che non ti ci stanno più lì dentro e hai paura di strozzarti, ma devi arrivare, arrivare almeno da lei, è la prima tappa del tuo percorso che hai studiato apposta questa notte.


Quasi svieni al pensiero che lei non sia più in casa, che non sia lì dentro ad aspettarti, e barcolli e ti sostieni sugli stipiti di legno, cercando di trovare una ragione o forse due del suo ritardo al campanello. E poi ti apre, ed è bellissima, occhi accesi, un fuoco d’acqua. Subito incominci il tuo procedimento da applicare alla consegna e preghi nel profondo che ti ricapiti qualcosa. Ti dovrà abbracciare, e tu respirerai. Però va tutto liscio, due tre, quattro pacchetti belli grossi, e senza rendertene conto hai rigettato anche quelli che non eran suoi, vedi l’amore cosa ti fa fare... e lei ti sorride che ti trova tanto buffo, tanto meglio, si diverte e tu sei bello, dopotutto. Ed ora questi pacchi come fai a tirarli dentro? Sai che schifo rimangiarli dopo questo, ma non è un problema suo, alla fine siete estranei ancora, perché non ci pensi mentre vi prendete un tè?


Ha una casa che è dolce anche dentro, con quelle imbottiture gonfie e pelli morbide che sembrano gatti sazi di piume, ma non fanno un suono quando le tocchi. Quando tocchi lei invece, è una sinfonia quella che senti nella testa.

Ci hai messo un po’ per scioglierti, ti capita, in queste situazioni. Sei in ritardo, è la prima volta, e come tutte le prime volte ti chiedi se ne valga davvero la pena. La stanza è un mattatoio, c’è liquido e ciarpame dappertutto, i tuoi vestiti, i suoi vestiti, le parrucche, i pacchetti e un po’ degli intestini, tanto vi siete rivoltati assieme come il telepod col cane nel bel vecchio film. Quello con la mosca. Raccatti in fretta le tue cose, quella tibia, ti servirà davvero il pancreas? E dell’appendice ne parliamo un pochettino? Fermati, prendi almeno la torta, ma sei in ritardo, hai molto da fare, dove sono i pacchi? Li hai vomitati in mezzo all’atto, erano tutti belli ordinati per starci dentro a pelo, e adesso? Ti potrà aiutare Matilde? Anche lei è un bel casino però, l’hai spremuta così forte, dice, mentre raccoglie la sua vescica dal lampadario e ti lancia un rene che ha trovato sotto al letto. E tu sei in ritardo, non hai il tempo di rimetterti in ordine, raccatti i pezzi che ti sembrano i tuoi e te li schiaffi in gola, raccatti anche i tuoi pacchi che ti sembra un miracolo sistemarli al loro posto, e quasi esplodi, non ti pettini o abbottoni, non hai tempo di portar la pancia indietro e ti lanci fuori casa dopo un solo bacio, a perdifiato per la strada, non ricordi dove devi andare e corri in tondo senza sosta, adrenalina a mille e non ti puoi fermare. Poi la testa ti si sblocca e rammenti l’indirizzo. E corri. E pensi se avessi lasciato qualche organo lì in casa, uno inutile ti sarebbe poi più facile correre veloce, ma ricordi la vuotezza, l’apatia, e sai che poi non l’ameresti come prima e non ci torneresti più. Bella casa color panna, bella casa color crema. Ricordi ad un tratto una cosa che ti ha detto la tua mamma, tanto tempo fa... riguardava l’alimentazione e il movimento, qualcosa sul bilancio, ma non aveva niente a che fare con le calorie, e te la ricordi nel momento in cui ti pieghi verso il basso e fai cadere tutti i pacchi un’altra volta insieme ai mille baci di Matilde sull’asfalto, ed è lì che te ne accorgi che correvi tanto forte e stavi male ché hai ingoiato un cuore in più. Poveretta, dovrà stare tanto male a causa tua. Ma il problema è anche il tuo, che di cuori ne hai gettati a terra due, e dunque qual è il tuo? Cerchi di palparli un pochettino per capire se tastando puoi verificarne il contenuto, ma non sono esattamente come i pacchi che consegni. Ad ogni modo vi rimane poco tempo, a tutti e due e sai che per quanto si riempia, per quanto riesca a dilatarsi, il grande Packman ha posto per un solo cuore.


È stato il primo segno della croce che tu abbia mai fatto, e non sai dire se davvero servirà. Lo senti adagiarsi nel tuo fondo, un po’ più in basso di quanto dovrebbe essere. Ed è in quel momento che davvero prendi vita. Torni Packman, finalmente, con uno scopo, quello lì, di consegnar pacchetti a goccia. Eppure in quel momento senti un grido che ti chiama. Non viene dall’esterno e di certo non è un pacco, quelli con allarme non li danno a te. E poi, e poi, all’improvviso fai una giravolta e riempi le orme umide che hai lasciato sull’asfalto, e vai a tempo con i grilli che sussurrano al tramonto. Pesti una lumaca e non raccogli, non ti importa, ormai è spacchettata, e hai una chiamata, una urgente, devi subito tornare. Dove non lo sai, ti lasci trascinare.


E torni sotto casa color crema e non sei solo, era sposata, lo sapevi? Però che uomo basso e tanto bello era di Matilde sposo, e in fin dei conti, in cuor tuo comprendi perché dovesse amarlo tanto. È poi davvero il cuore tuo? Un dubbio ti rimane mentre ti avvicini, è tornato a casa, e lo vedi mentre sale in camera tua. Entrate anche voi, tu e Matilde, assieme ancora. Glielo spiegherete, vi dispiace, e forse troverete un modo per tornare a farvi due. E sperate tanto, sempre insieme, che capisca.

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Esordiente

Insolito, assurdo, irreale, ma con una scrittura che spacca un capello in quattro. Hai uno stile fantastico (in tutti i sensi)Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Filippo Hanemann ha votato il racconto

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Andrea S. ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Lo trovo ben scritto, la seconda persona è coinvolgente, l'assurdo regge benissimo. Insomma, bello!Segnala il commento

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paroleemusica ha votato il racconto

Esordiente

Un racconto di denuncia sociale che colpisce come un pugno allo stomacoSegnala il commento

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Mauro Bertoli ha votato il racconto

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Sonia Jurlina ha votato il racconto

Esordiente

Sei sempre genialmente surreale, ma questo ha qualcosa in più. Segnala il commento

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Rossana07 ha votato il racconto

Esordiente
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palu ha votato il racconto

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Mi è piaciuto molto. Una storia d'amore, forse proibito. Dove, attarverso la tua personalissima chiave di rappresentazione, metti in luce di riquadri sociologici importanti. Vi trovo un riferimento ai "fantasmi" della nostra società, uno strato di persone che non hanno alcun diritto: men che meno quello di essere amati, o quello di amare. Bravo davvero.Segnala il commento

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ceciliasmeraldi ha votato il racconto

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mariorima ha votato il racconto

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ipa ha votato il racconto

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Giranda ha votato il racconto

Esordiente

Saró esagerata, matta, ignorante ma a me ricordi il bar sotto il mareSegnala il commento

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Anonimo Piacentino ha votato il racconto

Esordiente

Squisitamente surreale.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

;)))Segnala il commento

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Graziano ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

C’è una cosa che accomuna i personaggi dei tuoi racconti, tutti quanti suscitano empatia. Sagome tristemente grottesche, ma anche simboli di una realtà spietata, non umana.Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Per essere strano, è strano parecchio. Ma come tutti i tuoi racconti è travolgente, ti ci lasci andare. Un po' un viaggio, via. Ho tanto apprezzato, tra l'altro, la citazione del Maestro e i riferimenti ai dolci. Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
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Helena ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Max Musa ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Interessante la scelta del racconto alla seconda persona singolare.Segnala il commento

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di Lorenzo V

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