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Narrativa

Ti Chiamo Quando Tutto è Finito

Pubblicato il 13/06/2021

Racconto selezionato per la quindicina finalista del Premio Zeno 2020. Sette micro racconti sull'inizio della Pandemia.

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24 Voti

FEDERICO

Federico ha preso la statale da Innsbruck verso il Brennero. È salito sulla bici che gli hanno regalato mamma e papà. La strada era tutta in salita (ovvio, che semo!) C’era la neve ai lati della strada. Allo studentato non voleva più starci, tre settimane chiuso lì, e chissà quanto ancora sarebbe durato. Doveva andare in tutt’altro modo la sua esperienza di dottorato all’estero. No, voleva, doveva tornare a casa.

CINZIA

Era il silenzio, anzi l’assenza di suoni, che le pesava più di tutto, quando era a casa. Cinzia ha aperto la scatoletta di tonno, l’ha posata sul piatto bianco. Nessun toc, niente. Ci si può perdere dentro sé stessi senza i suoni del mondo. Ha portato il piatto in tavola. Si era detta, le avevano spiegato, di cercare di mantenere un minimo di normalità, dei rituali: preparare la cena, mettersi lo smalto, cose così. Avrebbe aiutato, dicevano. Nessuno le aveva detto che sarebbero scomparsi i suoni. Si è seduta. Ha guardato le sue figlie, suo marito: figure mute in movimento.

FEDERICO

Treni non ce n’erano più. Allo studentato gli avevano dato un numero: chiamalo ti porta lui. Lui, quello del numero, gli aveva sparato la cifra: duecento euro per lasciarlo al Grenze, al confine col Brennero. Ma è sicuro? Duecento euro? Sì, era sicuro. Ha attaccato. La bici rossa, bella, nuova, con i copertoni larghi era davanti alla porta. Non ci vorrà poi così tanto, si è detto.

CREEP

Alex guardava i suoi piedi enormi, nodosi con quell’alluce sproporzionato. Accanto, quelli minuti e sottili di Lisa. Alex ha messo i piedi a formare una specie di V che abbracciava la finestra, la vernice del telaio scrostata, i vetri opachi. Fuori, solo alberi e colline: la Toscana. È Marzo, venerdì mattina (già da un pezzo). Alex si è alzato, nudo, il corpo bello e selvatico. Lisa lo ha guardato tra le palpebre schiudendo un sorriso. Loro due lì, nudi, il casale dei genitori di lei, persi nella campagna mentre fuori, lontano o a pochi chilometri chissà, tutto si eclissava, tutto si esauriva.

INSANITY

“Mammaaaa! È bellissimo! Sono un’astronave.”

Bruno è entrato in salone in mutande bianche, correndo attorno al tavolo, orbitava emettendo un ciac-ciac di piedi scalzi.

Adele si è presa qualche istante prima di voltarsi, fumava sul balcone stretto ascoltando la radio di quello del piano terra.

“Ma che cazz… Bruno che fai?!” è entrata sbattendo sul vetro della finestra, impigliandosi nella tenda bianca, ha lasciato cadere la sigaretta che è rotolata fuori prima che la finestra si chiudesse. Ha corso dietro a Bruno per qualche orbita senza riuscire a raggiungerlo. Si è fermata senza fiato, piegata, sostenendosi sulle ginocchia.

CINZIA

Giorgio provava a separare le gemelle che litigavano come al solito, cercava di fermarne le mani, afferrarne i polsi, bloccare schiaffi che volavano facili, lo guardava lanciarle occhiate preoccupate, parlare forse sottovoce sulla testa delle bimbe, entrare tra i loro visi, ruotarle per le spalle, metterle sedute composte, costrette da qualcosa d’importante a interrompere la consueta battaglia serale. Di tutto questo Cinzia non sentiva nulla.

FEDERICO

Si diceva che ci fossero ancora alcuni treni che partivano dal confine verso Sud. Nessuno sapeva dove e se arrivassero però. Meglio di niente, mamma e papà mi verranno a prendere da qualche parte.

Ha pedalato per venti chilometri, contando quindici dei ventitrè tornanti che lo separavano dall’Italia, fermandosi diverse volte a pulire gli occhiali che si appannavo e si bagnavano, a sistemarsi lo zaino sulla schiena; ha rischiato di scivolare e cadere, si è bagnato le scarpe da tennis estive, ha pensato, Chi me l’ha fatto fare?, a ogni pedalata soprattutto quando la pendenza superava il sei percento.

TI CHIAMO QUANDO TUTTO È FINITO

“Va be’ ma’, va be’, come vuoi tu. Buona notte allora.” Andrea ha messo giù il telefono (quello di plastica grigia, col disco combinatore, quello che mamma Emma gli aveva dato quando si erano trasferiti a Firenze, Perché cor filo ce se sente meijo e io ‘sti còsi tacci, tabblet, come li vòi chiama’ nun me piacciono.)

“Come sta Emma?” Paola era già nel letto con un nuovo libro aperto tra le mani.

“Non so che dirti sono preoccupato.” Andrea si è seduto sul letto osservando il suo viso riflesso nello specchio dell’armadio.

“Tu sei sempre preoccupato.” Paola ha finito il prologo, ha voltato pagina: capitolo primo.

INSANITY

“La mia astronave è più veloce della tua, mamma!”

Adele ha spinto forte sulle reni e si è raddrizzata.

“Siamo in casa io e te, mamma. Possiamo stare sempre insieme ora. Giocare tutto il giorno! Sempre insieme. Sempre.”

La vista di quel figlio, grande e bambino, senza più la possibilità di qualche ora di abbandono, delle fughe in metropolitana e dei ritorni sempre uguali alle 14.00, ora la spaventava.

“Va bene Bruno,” Adele non sapeva dove guardare, “ma ora vestiti per favore che le finestre sono tutte aperte.”

Bruno si è avvicinato ad Adele, lasciando impronte sudate sulle piastrelle, si è avvicinato a due palmi dal viso di Adele, ha messo su una faccia seria, il corpo nudo di un figlio davanti ad una madre stretta nel maglione (nonostante Aprile, nonostante Roma).

CREEP

Alex ha preso un disco, pescandolo dalla fila di vinili dalle copertine consunte e le costole parzialmente illeggibili e scrostate.

“Certo che tuo padre di musica ci capisce.” Ha detto agitando il disco e sorridendo.

“È uno dei motivi per cui i miei si sono lasciati.” Lisa si è girata a pancia sotto scoprendo la schiena lentigginosa (e un bel culo.)

“Perché, comprava troppi dischi e tua madre si è incazzata?”

“Fa il fotografo, il fotografo di gruppi Rock.” Lisa ha afferrato un cuscino e si è coperta la testa, i capelli sparsi sulla schiena, così la sua voce usciva attutita. “E di tutto quello che gli gira intorno.”

“Mi sa che è un bel figlio di puttana tuo padre.”

Alex ha messo su il disco, ha ruotato il braccetto, ha lasciato cadere la puntina sul solco. Il crepitìo della polvere è cominciato. Lui si è girato verso Lisa, il suo pene oscillava libero e si stava di nuovo ingrossando. Creep dei Radiohead ha iniziato a fuoriuscire dalle casse.

CINZIA

Il fruscio persistente cominciava sempre quando spegneva l’auto davanti a casa. Sapeva che doveva entrare, lavarsi con cura e disinfettarsi, mangiare qualcosa e riposare almeno qualche ora e poi uscire di nuovo per tornare all’ospedale per il turno. (Non erano abbastanza loro, le infermiere, i medici, gli operatori sanitari, li chiamavano anche eroi ora.) Poi c’era Giorgio che le parlava, le sorrideva — e cos’altro poteva fare! — non sapeva come e se toccarla, quindi le raccontava cose senza chiedere. Lei ci provava ad ascoltare. Ma non sentiva. Non sentiva più nulla.

TI CHIAMO QUANDO TUTTO È FINITO

“Ah be’ non lo so, hai acceso la televisione ultimamente?, hai guardato fuori dalla finestra?, lo senti che silenzio che c’è? Non posso essere preoccupato nemmeno ora?” Andrea ha disteso le gambe appena un po’ divaricate sotto le lenzuola. Haafferrato gli occhiali e il Kindle sul comodino. Si è abbandonato sul cuscino guardando il soffitto.

“Dico solo che non si può campare sempre preoccupati per ogni cosa, tutti i giorni, ogni momento del giorno.” Ha detto Paola e sembrava le leggesse le parole.

“Io proprio non ti capisco… ma che, hai iniziato un altro libro?” Andrea ha inforcato gli occhiali.

“Comunque, dovete proprio parlare così tanto in romano?”

La frase è rimasta come non detta. Andrea si è levato gli occhiali si è voltato su un fianco scompigliando la superficie della coperta.

“Sono preoccupato. È per una cosa che mi ha detto.” Andrea si è concentrato sul profilo del viso di Paola.

“Mm, e cosa sarebbe?”

“Mi ha detto così: Se vedemo quanno tutto finisce e annamo insieme ’n pizzeria.”

CINZIA (GIULIO)

Cinzia ha chiuso la porta tirandola piano, sentendo nei palmi lo scatto dello scrocco della serratura. Il fischio tra le orecchie si era attenuato dopo le tre ore di sonno. Ha lasciato Giorgio che dormiva, forse, girato sul fianco, respirava piano, fermo in un’immobilità attenta. Si è voltata ha individuato l’auto nel parcheggio, ha guardato i palazzi alti che la circondavano, le finestre spente, le tapparelle chiuse o mezze aperte. Ha sentito una musica (sorpresa per la musica stessa e per il fatto di riuscire a sentirla), un pianoforte, delle note brevi. L’ha presa un’onda di desiderio, rimanere lì ad ascoltare. Ora le sembrava tutto di nuovo normale, i suoni, loro, rendevano tutto quasi normale. È salita invece nel silenzio ad alta pressione dell’abitacolo e si è avviata verso l’ospedale.

INSANITY

“Non devi preoccuparti, mamma.” Bruno ha sussurrato nell’orecchio di Adele. Poi è scattato di lato, è quasi scivolato, è uscito dal salone, è rientrato poco dopo con il cellulare tra le mani.

“Guarda è su YouTube.” Bruno è avanzato verso Adele tenendo il telefono come uno scudo, lo schermo rivolto verso di lei. Un video mostrava un tizio rasato e seminudo che mangiava infilando la testa in una ciotola posata in terra. Poi si sollevava e gridava qualcosa sputando residui di cibo.

“Senti, senti cosa dice: per non diventare pazzo, bisogna fare cose pazze!” Bruno ha girato lo schermo verso di sé osservandolo con occhi luccicanti.

Adele ha guardato la tenda impigliata nella finestra, il balcone stretto, il palazzo di fronte. Ha sentito lontana la radio dell’uomo al piano terra.

CREEP

“Ma, ancora? Vuoi farlo ancora?” Lisa si è sollevata inarcando la schiena in una torsione e ha guardato il corpo aperto e in attesa di Alex.

“Perché, cos’altro abbiamo da fare qui per le prossime settimane?” ha detto lui gettandosi poi sul letto mentre le note dure ed oscure della chitarra distorta facevano tremare le casse.

TI CHIAMO QUANDO TUTTO È FINITO

Paola ha chiuso il libro di scatto, l’ha lasciato cadere sulle cosce, si è voltata con gli occhi sgranati. “Ma davvero! Ti ha detto così?!” ha detto ostentando stupore e finta paura.

Andrea è rimasto perplesso. Poi si è girato sul fianco destro, ha posato sul comodino gli occhiali e il Kindle e ha spento la luce strattonando la coperta corta nel tentativo di coprirsi almeno la spalla.

“Cretina, non mi prendi mai sul serio. Lo sai che mi fanno paura le promesse, anche se è solo per andare in pizzeria. Domani la richiamo però. Mi sembrava respirasse a fatica.”

Paola ha ripreso il libro. È andata al punto che aveva appena lasciato. La scena si concentrava su una donna chiusa in una cassa.

FEDERICO

Al sedicesimo tornante, il bosco di abeti si è diradato e Federico ha potuto fermarsi e guardare la strada fatta da un lato e quella ancora da fare dall’altro. In sella alla bici, le gambe ghiacciate, il fiato che si condensava, ha osservato le montagne, il grigio ferroso delle rocce, il marrone dei larici, le macchie di neve bianca; in basso uno scorcio di autostrada dove passava ogni tanto un camion. Il confine era ancora lontano, troppo. Ha girato la bici, si è pulito gli occhiali, ha stretto la giacca di tessuto tecnico (regalo di mamma e papà) e ha lasciato che la bici prendesse ad andare da sola in discesa. Si torna a Innsbruck.

GIULIO

Dall’ultimo piano, le note del pianoforte si sono esaurite. È rimasto solo il silenzio che da giorni riempiva i luoghi e le ore.

All’ultimo piano Giulio ha chiuso i vetri, si è fermato a guardare il parcheggio fumando. È tornato al suo pianoforte verticale nero lucido, ha accarezzato il coperchio, il lungo cilindro di cenere si è staccato dalla sigaretta cadendo soffice su tutto quel nero. La mano ha continuato la sua corsa raggiungendo un cellulare ancora acceso.

“Giulio, grazie. Era molto bello. Sì, bello.” ha detto la voce di due persone proveniente dal telefono in viva voce. “Ci fai molta compagnia. Noi li abbiamo comprati i tuoi dischi sai? Tutti quanti. Tua madre e io volevamo dirti… Lascia stare… Va bene, Be’ niente. Grazie ancora Giulio, sai. Se ti va ci sentiamo, ti ascoltiamo anche domani, se ti va, tanto non dormiamo più molto. Ma tu stai bene?… Certo che sta bene, suona no?!… Sì è vero, scusa. Noi se vuoi, stiamo qui anche ad ascoltare il silenzio. Poi ce n’è tanto di silenzio ‘sti giorni. Però non è mica proprio un male no? Certo se la gente facesse un po’ più di…”

Giulio ha premuto il pulsante rosso. Ha lasciato il telefono lì dov’era, nero nel nero.

OSSIGENO

L’avrò pensato mille volte, diverse volte al giorno come sarebbe stato finire dove sono ora. Ho discusso con Francesco mille volte di come sarebbe stato avere bisogno di più ossigeno di quello dell’aria (lui mi diceva, Sono io il tuo ossigeno, e mi infilava la lingua in bocca. Poi mi diceva, Lascia perdere non ci pensare, non sei una categoria a rischio, siamo giovani — io dicevo, Be’ abbastanza, o, Non proprio, e lui mi rispondeva, Parla per te io sarò sempre giovane.)

Devo essere svenuto. Vedo tutto come attraverso un vetro… oddio il casco! L’ho visto, ho visto una foto sui giornali, come si chiama, ha un nome ridicolo, Francesco ci rideva sempre su.

Sono svenuto ancora, c’è un frastuono tremendo dentro al casco, aria calda che turbina. Sento freddo, sento caldo. Ho bisogno di chiedere, qualunque cosa ma devo parlare con qualcuno. Agito le mani, le braccia, tutto è fuori fuoco, fuori da me, ogni singolo oggetto sembra allontanarsi. Un’infermiera si è avvicinata. Le grido, Ho paura, non voglio essere intubato, l’ho letto sui giornali, il casco non lo sopporto.Ho gridato nel casco ma non so se mi ha sentito. Le ho afferrato i polsi. Ho bisogno di toccarla. Lei mi ha sorriso credo, dietro la mascherina e gli occhiali, ha degli occhi cerulei e grandi come quelli di Francesco. Ha preso le mie mani con le sue e piano piano me le ha posate sulla pancia. Ha liberato le sue fissandomi con i suoi occhi stanchi e mi ha toccato le spalle: è stato un gesto che mi ha fatto sentire bene, ho pensato che tutto andrà bene. Ha annuito e sono sicuro che ora sorrida. Ha osservato qualcosa sopra di me, ha premuto dei pulsanti, ora si guarda intorno. Mi scruta: nel blu dei suoi occhi la pupilla si stringe. Poi si allontana da me in uno scatto, vedo un nome sulla targhetta: Cinzia. Mi sento svenire.

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Anle ha votato il racconto

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giumer1972 ha votato il racconto

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Un buon racconto . Alla prima lettura mi ha dato l'impressione che i brani fossero "montati" in modo casuale. Non è affatto così: segui una logica che si comprende alla fine.Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Umberto ha votato il racconto

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Sonia A. ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Bello, sì...Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Mi ci sono ritrovato. Complimenti. Segnala il commento

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doktor ha votato il racconto

Scrittore

scritto in maniera molto attraente e nitida. Hai coperto sicuramente molte delle situazioni più emblematiche che abbiamo vissuto l'anno scorso. Mi è piaciuto anche il modo in cui le hai montate. Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

bello !Segnala il commento

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Rosnikant ha votato il racconto

Scrittore
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Bello. Verosimile come una cronaca, molto più emozionante di una cronaca.Segnala il commento

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Il puma del Sîambù ha votato il racconto

Esordiente
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Annacod ha votato il racconto

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Mauro Scremin ha votato il racconto

Esordiente

Molto scenografico con questi spaccati di vita: racconta la pandemia molto meglio di tutti i numeri e comunicati stampa.Segnala il commento

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occhineri ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello. Sei riuscito a trattare un tema ancora troppo vicino, troppo doloroso, in modo credibile, asciutto, essenziale ma, allo stesso tempo, emozionante.Segnala il commento

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Isabella☆ ha votato il racconto

Esordiente
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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Notevole, un incrociarsi di vite e di angosce, in una cronaca asciutta e ricca di intenso taciuto.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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di Maurizio Ferriteno

Scrittore
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