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Romance

Ti porterò la vita che meriti

Pubblicato il 22/03/2019

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“Ci troveranno, presto o tardi, ci troveranno”. Lo pensò ma solo per un secondo.

Non avrebbe desiderato indossare altro se non quell’accappatoio bianco che profumava di lavanda, troppo grande per il suo corpo da bambina, eppure, perfetto per sprofondarci dentro.

Sdraiata sul letto di una piccola stanza d’albergo affacciata sulla spiaggia deserta di Venus, luogo che aveva rappresentato il sogno mai avverato di ogni estate della sua adolescenza, Amalia stringeva in una mano l’opuscolo del progetto Roxanne. Ricordava bene il primo incontro con Carmen, le sue parole di speranza che suonarono più o meno così: “se davvero lo vuoi puoi smettere con questa vita, credimi.”.

Forse sarebbe dovuta entrare nel progetto. Credere in quelle persone che le avevano promesso una vita diversa, lontano da quella strada alla periferia della città che un tempo era stata il centro del mondo. Sì, forse sarebbe stata la scelta giusta. Ma Amalia alle promesse aveva smesso di credere molti anni prima quando, un giorno di dicembre del 1989, suo padre esasperato dalle umilianti privazioni che non era riuscito ad evitare alla propria famiglia, si era precipitato fuori da casa, pronto ad unirsi alla sua gente in rivolta, pronto a riscattare la nazione che amava, pronto a diventare parte del cordone di martiri che avrebbe protetto dalla Securitate il pastore disobbediente della chiesa di Timisoara. Amalia non resistette all’impulso e trasportata dallo slancio dei suoi 9 anni lo rincorse più velocemente che poté ma lui la inchiodò con uno sguardo glaciale prima che riuscisse ad abbracciarlo. Appoggiò un ginocchio a terra per annullare la differenza di altezza e poterla guardare bene negli occhi, mai aveva visto suo padre compiere un gesto simile, e sfiorandole il viso le disse “ti porterò la vita che meriti, te lo prometto bambina mia”.

Amalia stava seguendo con lo sguardo una leggera crepa che ombreggiava l’intonaco del soffitto quando le sue labbra si schiusero a pronunciare lentamente quelle parole “ma io volevo solo che restassi con me”.

Anghel l’avrebbe aspettata seduto a un tavolino sulla spiaggia. Avrebbe indossato un’imperdonabile camicia hawaiana, sorseggiando un cocktail tropicale e canticchiando il motivetto di qualche canzonetta greca. Una lacrima le attraversò la tempia, la sentì scivolare calda fino alla nuca per poi spegnersi sul cuscino. Anche se Amelia non lo aveva mai considerato seriamente, dall’età di 12 anni, lui non aveva mai smesso di inseguirla. Non conosceva il significato della parola “resa”, quel testardo d’un greco.

E alla fine erano ancora insieme. Non sapeva come, ma lui era riuscito a trovarla.

Due notti prima, al volante dell’auto che si era accostata lungo via della Magnana non c’era un altro cliente, c’era Anghel.

Il finestrino scese con uno svogliato cigolio. Lui indossava il cappellino di lana con disegnato uno smile giallo che Amalia gli aveva regalato un natale di molti anni prima.

Solo poche parole, come era nel suo stile asciutto “Sali, è tutto finito”.

Quasi al termine del viaggio infinito che li avrebbe condotti sulle rive del Mar Nero, Anghel si voltò verso Amalia. La guardò veramente per la prima volta da che avevano lasciato Roma, per un paio di secondi al massimo, poi abbozzo un sorriso e con un cenno del capo indicò il borsone Adidas appoggiato sui sedili posteriori dell’auto.

Lo stupore fu tale che Amalia non poté evitare portarsi una mano alla bocca. Non aveva mai visto tante banconote tutte assieme. E il fatto che fossero state ammucchiate alla rinfusa in un borsone da palestra, di certo, non lasciava adito a dubbi circa la provenienza.

Si girò verso Anghel, le labbra scosse da un tremore di paura e adrenalina, la bocca arida come un deserto. Non riuscì a proferire una sola sillaba.

Inaspettatamente fu lui a parlare, sornione e placido come sempre “Ho trascorso gli ultimi tre anni a rendere credibile una falsa identità. E quella non è gente che si fa fregare facilmente. Ho usato l’accento greco di mio padre. Ho pianificato ogni cosa, ho anche finto una leggera zoppia. Tu non potevi vedermi ma io ero lì, in mezzo a loro. Sono dovuto diventare uno di loro, un trafficante di donne. Non dovevi vedermi finché ogni dettaglio non fosse stato pronto, finché non si fosse presentata l’occasione giusta per agire. Ed eccomi qui.”

“Aljna Chilian”. Non suonava male, sorrise pronunciando ad alta voce quel nome scritto sul passaporto.

Anghel, o qualunque identità avesse assunto ora, era seduto a pochi passi da lei. Canticchiava e sorseggiava un cocktail, così come lo aveva immaginato pochi minuti prima. Quando la vide il suo volto di pietra si spaccò e si ricompose in un sorriso radioso “Buongiorno Signora Chilian, ha dormito bene nel suo hotel?”.

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

Scrittore

Bel racconto e buona scrittura. Ritmo efficace dall'inizio alla fine. Piaciuto.Segnala il commento

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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di Michi21

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