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Narrativa

Ti ricordi di me?

Pubblicato il 20/05/2020

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Ci sono persone delle quali non dai per scontato il futuro.

Avrei mai scommesso che D. arrivasse a quarant'anni? No.

Dalla faccia che ha fatto lui nel vedermi probabilmente nemmeno lui scommetteva su di me.

Erano 15 anni che non ci vedevamo. Ogni tanto mi capita di pensare a persone che ho conosciuto e mai più visto, immaginando matrimoni, figli, case, lavori, trasferimenti all'estero, successi, pance da birra e pelate incipienti. Non avevo mai pensato a lui ma mi rendevo conto ora che davo per scontato sarebbe morto giovane.

La voce dell'altoparlante del supermercato ricordava di fare gli acquisti in fretta e mantenere le distanze di sicurezza, nonostante la mascherina e la distanza ero sicura fosse lui, e che mi avesse riconosciuta.

In coda stava 2 persone avanti a me, praticamente 3 metri, non riuscivo a spiare nel suo cestello. Mi sarebbe piaciuto vedere se aveva bottiglie di vino e preservativi, o merendine e assorbenti.

Non ha mai guardato nella mia direzione. Forse mi ero sbagliata. Ho finito il resto della coda immersa nei ricordi.

Lui era l'amico di un mio coinquilino, anni universitari, uscivamo tantissimo, la vita era tutta una cena, un aperitivo,notti a ballare e esami mai dati e lavori precari per arrivare a fine mese.

Avevo trovato quella casa per caso, amici di amici, nonostante un inizio di convivenza promettente, le diversità caratteriali ed etiche si erano fatte sentire. Io arrivavo dalla profonda periferia, lavoravo per mantenermi agli studi, i miei genitori non mi cagavano di pezza, la mia rabbia giovanile era sfogata in manifestazioni politiche contro padroni e polizia, andavo a ballare in case occupate o ai rave e i miei amici erano tutti gli ultimi, gli ultimi degli ultimi che potevo raccattare in giro. Senza famiglia, senza patria, senza ragione, ma ci divertivamo un sacco e facevamo gran uso di alcol e qualsiasi cosa potesse farci staccare un po' dalla realtà che vedevamo come triste e senza via di scampo.

Le cose per me poi negli anni sono cambiate. La vita è fatta di scale, c'è chi scende e c'è chi sale.

In barba a tutte le previsioni io ho fatto quei gradini.

Con D. non c'era mai stato troppo contatto, come dicevo i primi mesi con il mio coinquilino erano andati bene, il mio mondo lo interessava, mi seguiva alle feste e ascoltava le mie idee. Il sabato sera per mesi abbiamo fatto cene in cui i suoi amici si mischiavano ai miei, e casa nostra diventava l'incontro tra la media borghesia, quella curiosa, e uno dei gradini più bassi della catena sociale, quello disilluso ma ancora incazzato.

Avevamo tutti la stessa età e sembrava andassimo tutti nella stessa direzione. Non è durata.

Non ci eravamo accorti che l'unica cosa che ci univa era che ci piaceva tantissimo annegarci di sostanze. Per qualcuno era un gioco di cui non ha pagato le conseguenze, qualcuno aveva creduto di aver trovato un riparo per le sue insicurezze.

Verso l'arrivo dell'estate la casa era scoppiata, noi due non ci parlavamo se non per le bollette e l'idea delle cene non balenava in testa più a nessuno. Lui era ormai solo concentrato sul suo esame di stato e sull'interesse per un abbigliamento e delle frequentazioni più adatte al ruolo che stava per assumere nell'azienda di famiglia.

Alla resa dei conti, io ero l'esagerata, distruttiva, scoppiata sociopatica e lui, il coinquilino, un noioso figlio di papà, uno col culo parato, egoista e arrivista, falso e sfruttatore.

Più o meno questo è quello che ci urlammo addosso prima che io lasciassi la casa. Condito con più parolacce. Ovvio.

C'è da dire che io e i miei amici eravamo comunque sinceramente affezionati ai sui amici, e se fortuitamente capitava di uscire ancora insieme lo facevamo. Era diverso ora che non c'era più casa nostra da cui partire e tornare.

In quel periodo D. è stato quello che più di tutti ha esplorato altri gruppi di amici, con gran dispiacere delle mie amiche, c'è da dire che era un gran bel tipo, un po' strano, ma faceva parte anche quello del fascino che aveva su di loro, su di me meno, sarà che per i miei gusti aveva troppo la faccia da bravo ragazzo, i lineamenti delicati e gli occhi sognanti. Era uno su cui non avrei mai potuto contare per partecipare ad una manifestazione ecco.

Lo incrociavamo spesso in giro per serate, ogni tanto girava pettegolezzo stesse con una poi con un'altra, donne più grandi, che però non c'erano quando lo incrociavamo e con lui quell'aria sempre un po' triste abbondantemente bagnata di drink e bottiglie. Non so se abbia mai lavorato o finito di studiare. So che via via che gli altri del suo gruppo si sono laureati e hanno occupato il loro tempo in cose importanti. Qualcuno ce l'ho tra i contatti fb, vite di successo e vacanze divertenti di cui si ricordano con foto che li ritraggono a fare cose stupide.

Mentre pago la spesa mi pento di non aver presa una birra, mi aiuterebbe a dimenticare quell'attimo di amarezza per quei rapporti finiti nel dimenticatoio e per questo contino giudicare gli altri che ci serve per sentirci meglio.


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esteban espiga ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Bel soggetto (tema e protagonista) e bella lettura che i due refusi di battitura nella frase finale non inficiano ;)Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Un bel flusso di ricordi in uno stile fluido, scorre liscio come l'olio. (Unica stonatura, per me, è la citazione del proverbio sulle scale: banalizza un po' i pensieri di questa donna, che banale non è). Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di Sonia Jurlina

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