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Fantastico

Touch

Pubblicato il 05/02/2020

Mara è appena fuggita dal funerale della madre e ripensa al momento in cui tutta la sua vita è cambiata, all'attimo in cui ha scoperto il suo "dono" e ne ha compreso gli effetti.

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Mia madre è morta.

Provo a concentrarmi sul sapore amaro e confortante del caffè e ignoro il telefono.

Continua a squillare ininterrottamente, grida isteriche di un dolore a me sconosciuto.

Indosso ancora il tailleur nero, ho i capelli perfettamente raccolti in una treccia rigida, gli occhiali da sole a proteggermi dallo sguardo altrui e i miei immancabili guanti in pelle usurati dal tempo.

Avverto una cocente vergogna per non aver resistito, per aver lasciato la chiesa a metà funzione nonostante lo sconcerto negli occhi di mio padre e l’odio in quelli di mia sorella.

La verità è che mi sentivo in colpa, sapevo che non avrei pianto mentre tutti avrebbero pensato di trovarsi di fronte a una donna distrutta, al figliol prodigo pentito, scappato di casa e deciso a non farvi più ritorno, almeno fino ad oggi.

Un cameriere giovane dall’espressione annoiata mi chiede se voglia ordinare altro, declino col capo e pago il conto. È davvero una splendida giornata, calda, luminosa, una di quelle che ti fa venir voglia di sorridere, di godere di ogni singolo attimo, una di quelle che la mamma e Lisa amavano tanto, con i loro picnic al parco, i loro giochi, le loro risate sonore, mentre io restavo a casa, chiusa a chiave in stanza, senza osare disturbare la felicità altrui e pretendendo la stessa considerazione, il medesimo rispetto.

Quando è cambiato tutto, Mara?

Lei ci ha provato, questo non posso non riconoscerlo, ha cercato di capire perché abbia smesso di esserle amica, confidente, figlia. Ha chiesto, gridato, supplicato e alla fine ha accettato e indirizzato tutto il suo affetto sulla figlia meno problematica e più simile a lei. Mio padre ha semplicemente voltato lo sguardo, lui aveva i suoi problemi e io non ero fra quelli.

Tutto è cambiato a dodici anni, ricordo ancora l’esatto momento, l’attimo in cui le mie capacità sono affiorate passando da sensazioni latenti a innegabili verità e, per sua sfortuna, mia madre è stata la prima, colei che mi ha mostrato la realtà.

Noi non siamo chi crediamo di essere, non conosciamo noi stessi.

Se qualcuno mi tocca, se solo mi sfiora, io sono in grado di leggere la sua anima come fosse un libro dalle pagine consunte.

I suoi rimpianti, le sue colpe, i suoi più oscuri desideri, tutto mi è improvvisamente chiaro e quando questo accade il mondo diviene un luogo in cui la distinzione fra luce e ombra diviene labile, e la morale e la giustizia smettono di esistere.

Quando mia madre, quella mattina, finì di pettinare i miei lunghi capelli neri, io smisi di essere sua figlia perché ai miei occhi non era più la donna che tutte le mattine mi svegliava con un bacio sulla fronte e un sorriso sulle labbra, quello che lei dava a vedere, la felicità di essere mia madre, era una menzogna dorata, una bugia a cui si aggrappava disperatamente.

Io ero il suo più grande rimorso.

Se solo non fossi mai nata.

Se solo non mi avesse tenuta.

Se solo fosse stata attenta la sua vita sarebbe stata diversa, i suoi sogni realizzabili.

Io avevo preso la sua esistenza tra le mie piccole manine e l’avevo annientata.

In quel momento compresi anche che tutti avrebbero potuto ferirmi, mio padre che possedeva un’altra donna, mia sorella invidiosa del mio aspetto, le mie amiche, i miei insegnanti, chiunque fosse entrato a far parte del mio mondo. Allontanare gli altri era stato facile e fin troppo naturale, non volevo sapere, non volevo soffrire, anelavo il silenzio e l’ignoranza.

Nessuno è privo di peccati.

Nessuno vive senza rimorsi.

Nessuno sa davvero cosa desideri il suo cuore.

Ho imparato a camminare fra la gente a passi piccoli ma precisi, ad evitare qualunque contatto accidentale, a fare a meno del calore umano, ad ascoltare senza condividere tenendo tutti a distanza.

Il telefono squilla ancora, è mia sorella Lisa.

So già cosa vorrebbe dirmi, l’odio e il rancore che vorrebbe vomitarmi addosso per lenire il suo dolore acuendo il mio, dopotutto lei non sa che non c’è bisogno, che il dolore che porto dentro non sarà mai eguagliato da nient’altro. La persona che avrebbe dovuto amarmi e accettarmi più di ogni altra non mi ha mai voluto, nel suo cuore albergava il sogno di una vita alternativa in cui io non ero presente, e da oggi non avrò mai più modo di perdonarla, di perdonare me stessa per averla odiata e amata in silenzio.

Inizio a camminare velocemente, a testa bassa, spengo il telefono e respiro lentamente.

Osservo il mio riflesso su una vetrina, sembro lei, più giovane e meno energica, ma i miei occhi sono diversi, colmi di un’oscurità che prima o poi mi inghiottirà viva.

Spero solo avvenga presto.

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Commenti degli utenti

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Molto intenso ma un po' compulsivo sui sentimenti espressiSegnala il commento

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Verbal Kint ha votato il racconto

Esordiente
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Violeta ha votato il racconto

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nadelwrites ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Troppo autobio, anche se non lo fosse. Si nota la "costruzione" o la mancanza di distacco. Non c'è prossimità, ma fusione compulsiva. Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Soggetto interessante. Scavalo ancoraSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Bello e duro Segnala il commento

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RoCarver ha votato il racconto

Esordiente

Potentissimo, mi hai colpita molto. Ci vogliono più racconti così su Typee, brava!! Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Alessandro Mirante ha votato il racconto

Esordiente
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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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mencaa ha votato il racconto

Esordiente

Molto intenso, mi piace il tuo stile.Segnala il commento

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di DamianaG

Esordiente