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Narrativa

Trasferta in laguna

Di Vardaman Burden - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 02/02/2019

C'è da dire che siamo una squadra scarsa, ma scarsa davvero.

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Quando bisogna andare a giocare in laguna, non ci viene mai nessuno. C'è chi si inventa le scuse più improbabili e chi nemmeno quelle. Di solito sono partite desolanti, che iniziano con un paio di canestri fortunosi, seguiti impunemente da una serie di palle perse inguardabili. La parte migliore della serata è il viaggio, ma solo quando siamo in orario e non dobbiamo correre su è giù per i ponti per arrivare a una manciata di minuti dalla palla a due. Sarà anche per questo che iniziamo sempre in modo pessimo.

C'è da dire che siamo una squadra scarsa, ma scarsa davvero. Per dire, il nostro giocatore più forte è uno che si butta dentro a testa bassa mulinando i gomiti a destra e a manca. La pallacanestro è un'altra cosa. Però siamo quasi tutti dei bravi ragazzi e questo ci permette di autoassolverci e dire che possiamo giocarcela con tutti. Non è vero. Quando giochiamo contro squadre fatte di pescatori, gente del porto, camerieri non ancora alcolizzati, le prendiamo quasi senza resistenza. Ci facciamo fare il mazzo, ecco tutto. Prendiamo parziali di dieci a zero. Dieci a zero è un'enormità per questo tipo di partite, bisogna dirlo.


Io cerco di non giocare in tutti i modi. A me piace allenarmi, mentre le partite mi disgustano. Questa volta però mi hanno incastrato, perché avremmo rischiato di perdere senza entrare in campo. Sono scarso anch'io, lo ammetto. Una volta però sapevo giocare e ho pure qualcuno che sarebbe pronto a testimoniarlo. In campo ci sapevo stare, prima di aver smesso per dieci anni dopo un infortunio al ginocchio. Se proprio volete saperlo, per colpa di un'idiota che a malapena era in grado di palleggiare ed emetteva strani grugniti tornando in difesa, sono andato a discutere la tesi di laurea in stampelle. Per questo detesto le partite, a questo livello. Preferisco curare il gesto tecnico, un tiro ben eseguito, un passaggio di quelli fatti bene, piuttosto che fare a sportellate con gente allo stadio pre-verbale. Quella sera, insomma c'ero anch'io, anche se avrei voluto essere dall'altra parte del mondo. Non abbiamo nemmeno iniziato male. Un contropiede, un fallo subito, un paio di rimbalzi in attacco. Gli altri, invece, hanno cominciato sbagliando due canestri fatti e mandandosi affanculo platealmente. Poi ci hanno dato il solito parziale di dieci a zero. Nel secondo tempo entro in campo anch'io. Penso alla riunione del giorno dopo, al fine settimana con la famiglia faticosamente prenotato da due mesi, e provo a non farmi male. Quando esco dopo cinque minuti, non sono nemmeno sudato e siamo ancora sotto di due. L'arbitro della partita è sordomuto e fa il cassiere al supermercato. Quando chiama i falli al tavolo non capiscono un accidenti di quello che dice, ma con i gesti si fa intendere. Normalmente gli arbitri sono allo stesso livello del campionato, cioè pessimi. Lui però è uno sveglio e quella sera è nettamente il migliore in campo.


Nel finale siamo ancora incredibilmente in partita. A venti secondi dalla fine siamo sotto di uno, quando il loro centro decide di palleggiare a metà campo e perde il possesso. I compagni di squadra tentano giustamente di linciarlo, mentre noi li dividiamo. Abbiamo il pallone della vittoria. Di solito in questi casi facciamo delle azioni orribili. E anche questa volta rischiamo di perdere il pallone che viene deviato dall'altra parte del campo. Ci prepariamo al peggio, come sempre. Poi accade qualcosa di ingiustificabile. Il nostro play riceve palla a metà campo e invece di servire la nostra guardia per un comodo tiro da due, fa partire una parabola da oltre dieci metri e il pallone si infila nella retina senza nemmeno toccare il ferro. Seguono sfrenati festeggiamenti. La scena è imbarazzante, ma tutto sommato giustificata. 


Quando usciamo dalla palestra è mezzanotte e mezza. Andiamo alla disperata ricerca di un bar aperto per farci offrire da bere dal nostro play. C'è una nebbia che si fa fatica a vedere dall'altra parte del canale. Il nostro miglior giocatore, quello che entra con i gomiti, dice di conoscere un posto dove troveremo birra e figa. Facciamo fatica a trovare la birra. Quando arriviamo, il barista dorme sul bancone, mentre due vecchie alcolizzate stanno tentando di pulire il vomito del loro cane da sotto un tavolo con dei fogli di giornale. Il barista, dopo averci rivolto qualche insulto incomprensibile, ci indica il frigo delle birre, poi ci manda fuori in malo modo e iniziamo a bere in riva. Ovviamente non c'è nulla da mangiare, se non un pacchetto di arachidi scaduti trafugato dal bancone. Qualcuno si accorge che è tardissimo e stiamo per perdere l'ultima corsa del notturno. Corriamo al pontile. È l'una passata, apriamo le ultime birre dentro al vaporetto, dove ci siamo solo noi. Si vede che ridiamo e beviamo di gusto e non solo per farci coraggio. Non capita quasi mai. Intanto con una mano tengo la birra e con l'altra mi tocco il ginocchio. Poi penso alla maledetta riunione di domani mattina e il pensiero quasi mi consola.

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