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Narrativa

Tre Sema-fari. Bonus Track. Ariminum Circus, Stagione 3

Pubblicato il 17/12/2020

FAN NEWS. Ariminum Circus è al centro delle conversazioni sul futuro del libro che si svolgono sul blog di NOVA100-Il Sole 24 Ore: https://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/category/librare

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Il nero stava lentamente inghiottendo il rosso. L’ombra crepuscolare – spessa, vaporosa, soffice come una massa di cotone, sfumata ai bordi e dalla forma vagamente rettangolare – era di un color ametista che andava via via scurendosi mentre si allargava sul piano infuocato dell’orizzonte. 

L’implacabile avanzare della tenebra progrediva verso la massima chiarezza, coincidente con la più totale oscurità: verso l’eliminazione di tutti gli ostacoli tra l’individuo e l’Idea sottesa alla realtà apparente, e, viceversa, tra l’Idea e l’osservatore del mondo fisico. Come esempi di tali ostacoli, si possono menzionare (tra gli altri), la memoria, la storia o la geometria.


Imboccata una stradina polverosa, una striscia bianca parallela al lungomare, il gruppo si avviò verso il porto. Gli amici avevano deciso di accompagnare Jay, che sperava di ritrovare là Daisy.

L’oggetto dei desideri era sulla banchina, poco lontana dal vecchio madrigalista olandese della pineta Wannes van de Velde che cantava uno dei brani più famosi del repertorio della tradizione ariminense, De Dulle Griet, a beneficio di una ampia e variegata cerchia di ammiratori. Fra questi spiccava un gigante che sorreggeva sulla schiena un moscone a remi sormontato da una sfera trasparente: dal sedere a forma di uovo espelleva monete aiutandosi con un cucchiaio. 

Era uno spettacolo bizzarro, cui la ragazza, stretta in un paio di jeans Diesel e in un pettorale in lamé simile a un’armatura medioevale, non prestava attenzione, nonostante sembrava ci fosse un rapporto di causa-effetto fra il progressivo svuotarsi della grande borsa a secchiello Luis Vuitton che teneva aperta appoggiata a terra, come il sacco in cui una strega avesse accumulato oggetti e tesori, e la distribuzione di quelle ricchezze operata dal mostro a favore del popolo, che accorreva, in preda all’eccitazione, sempre più numeroso.

Ma Daisy era incurante di tutto questo: fumava, con le mani strette sulla sigaretta più affilata di un pugnale, le gambe accavallate su un muretto come sulla comoda poltrona di prima fila nel buio di un loggione. Lo sguardo attonito, quasi delirante, fissava la cortina purpurea del teatro del mondo in procinto di spalancarsi su un palcoscenico privo di luce – la bocca dell’Inferno. Alle sue spalle, un manifesto su una struttura tutta arrugginita pubblicizzava il remake del primo film di Antonioni girato a colori.

Nonostante la giovane età, in quel momento apparve a Jay più vecchia dell’umanità stessa. Magari non fosse mai esistita, andrebbe molto meglio, gli venne da pensare. Perché lei è la nostra Zelda, con quei capelli rosso sangue. Vorrei che tanta bellezza fosse riservata alla Luna. 

Sarà bene che tu capisca, gli suggerì una vocina nella testa, che lei ci fa la guerra. 

Finiscila, disse Jay al subconscio, che non se ne dette per inteso. È quella fra tutte le donne di cui meno c’è da fidarsi. È Daisy la Pazza con il suo carico di morte. È una Piratessa, sempre impegnata con cannoni, palle e pistole. Credimi, ne ha spediti tanti all’altro mondo. E sarà bene che tu capisca: lei ci fa la guerra. 

No, cercò di difenderla Jay. Me lo ha detto: ha avuto pretendenti, sperando di vendere le sue passioni, e sì, è vero: è sempre pronta quando il tipo che la corteggia sogna potere e gloria e reprime l’uomo libero che è in lui. Ma alla fine, chi la vuole, davvero? Mi piacerebbe che fosse amata come la Luna … 

Sei un illuso. Gli specialisti del campo di battaglia, i fanti di professione, cadono alle sue ginocchia, davanti a quella pazza, e afferrano la propria spada a mani nude, e ne seguono strisciando il cavallo. Ma devi fartene una ragione: lei ci fa la guerra. 

Mi piacerebbe tutto questo ardore per la Luna… provò a replicare Jay. Il suo doppio non lo lasciò finire. Bisognerebbe averne paura, non porta che dolore, quella pazza furiosa. Se Ariminum sarà ancora in fiamme, sarà stata Daisy la Pazza a farlo. Perché, ficcatelo bene in zucca: lei ci fa la guerra. 

Oh, sta zitto! gridò in silenzio Jay: e mosse verso di lei a passo di marcia, come un sol uomo.


Gli altri, in attesa che la Fortezza Bastiani aprisse, si divisero in gruppetti. Il Maestro e il Custode rimasero da soli. Tim attaccò con la solita litania di malanni assortiti. L’altro non proferiva verbo, ma l’espressione dipinta sul volto era eloquente.

«Maestro, perché tas, non parli, e mi lasci com un quaiòn, senza risposte? Devo prendere il tuo silenzio per na cundàna a la mort… cam dit voialter… una sentenza di morte?».

«La risposta, Tim, è nel Faro».


«Which one?».

«Quello Rosso, Fratello Custode. Rosso come il tuo cappello. Come l’amore e la passione. Come la parete su cui è appoggiata la donna nuda e lussuriosa ritratta da Franz Von Stucke con un serpente attorcigliato al corpo. Come le vene in cui pulsa il sangue. Il sangue che ti va alla testa quando l’ira ti fa “vedere rosso”. Come le lanterne delle prostitute, le bandiere dei comunisti, la sciarpa di Fellini. Come, nel Satyricon, le labbra tumide di Alvaro Vitali, l’ermafrodito, la tunica di Alfredo Capitani, il laido pelato che gioca a palla tra ragazzi ben chiomati, la veste di Aide Aste, la donna dal volto bianco, il mantello infuocato dell’anfitrione stesso, Corrado Gaipa – mentre Lina Alberti, la donna calva color porpora e Dolly Mayor, la donna col viso scarlatto, completano la serie di figure che si stagliano sullo sfondo del rosso pompeiano nel salone dove si svolge la cena Trimalchionis – e che si ubriacano bevendo vino rosso.

Rosso è il sostantivo semaforico segnalante ciò che è proibito, vergognoso, rischioso, se non letale».

In quel momento, Tim, di norma temuto da tutti, aveva assunto la posa di un cane bastonato ai piedi del padrone. Il Maestro era in piedi, irritato, minaccioso, imperioso, terribile – San Michele con la spada sguainata; il Custode prosternato, umile, supplichevole – il drago sconfitto ai suoi piedi.

«Tam fé strimulì… me la faccio addosso dalla paura! The Lighthouse che l’è più bsèn al jil e ad Dì… cam dit voialter… vicino al Cielo e a Dio, warns me against a deadly danger?».

«Sì, sei in pericolo. Il Rosso significa che devi rinunciare ai tuoi vizi o con il Rosso sarai marchiato».

«In che senso?».

«Nel senso cinese».


La quiete blu della sera aveva ormai spento la rossa inquietudine del Tramonto. Solo un ultimo raggio di luce arancione squillava ancora in lontananza, sempre più debolmente. Il forziere celeste stava chiudendosi sul rubino del Sole.

Il Pirata con l’Uncino era all’interno della stazione dei piloti vicina al Faro Giallo. A testa bassa, mezzo nudo – indossava solo una calzamaglia paglierina con le giarrettiere incrociate create da Malvolio per Ralph Lauren – giocherellava con una mazza-fenicottero, come se non volesse vedere Jay e Daisy che discutevano poco lontano. Alle sue spalle, su un grande schermo televisivo scorrevano dei cartoni animati: la prima puntata di SpongeBob, sit-com ideata dal biologo marino e disegnatore Stephen Hillenburg e prodotta dalla sua compagnia, chiamata United Plankton Pictures, subito dopo la cancellazione della serie La vita moderna di Rothko.

«Tu, maledetto Lord Jim, vile coyote dal ventre giallo, brutto bacarospo» lo riprese il Capitano.

«Ciucciati il calzino e datti una calmata. Vedi il Faro? È giallo».

«Mi-ti-co! Esattamente come il mio cappello. E allora?».

«Quel colore, sospeso in una gabbia invetriata al modo di un aggettivo-atmosfera in una parentesi, si sfrangia e dilaga illuminando una realtà sinistra: simbolo di quarantena, mira a isolare le vittime della febbre gialla, gli innamorati affetti da gelosia morbosa o gli infettati dal morso di un Vampiro. È uno sballo, ma meglio essere prudenti».

«Doh… Sei in errore. Il giallo è un colore giocoso, come quello smagliante dell’abito che Emma Stone indossa in La La Land per ballare il tip tap, più agile di un delfino che danza fra le onde del mare».

«Un abito da donna… forse è giallo perché è quella la tinta dello zolfo, dell’invidia e del tradimento, della gelosia e della menzogna».

«Ma che dici. Fin dall’antichità, il giallo è il colore del Sole, dell’oro, della prosperità. Della buona fortuna: Federico Fellini segnò nel suo quaderno un sogno premonitore che aveva fatto all’inizio della carriera cinematografica. Nel sogno gli era comparso davanti agli occhi, in primo piano, un grande piatto di portata, ripieno di una crema densa, divisa in due da una linea a S, a formare due pesci Yin e Yang che si rincorrono: da una parte di colore bruno, dall’altra di colore giallo».

«Dimentichi che era gialla la stella imposta dai nazisti con la scritta “Jude”. Che erano vestiti di giallo i buffoni e le prostitute. Che la Yellow Press era la stampa scandalistica. Aveva un passaporto giallo Jean Valjean nei Miserabili di Victor Hugo – e ai datori di lavoro non faceva buona impressione. Che il Fulgor è dipinto di giallo. Il giallo, in conclusione, è associato a un cumulo di nefandezze, che arriva oggi ai gilet gialli dei terroristi francesi».

«Terroristi… Piantala di sproloquiare assurdità, alza la testa e guardati intorno. Ricorda le parole di Herman Melville: “Ho sempre creduto che siano le immagini a farci vedere il mondo. Soprattutto certe immagini folgoranti, certe visioni filtrate attraverso il ricordo delle letture incerte e frammentarie della scuola, che portano ad avere un rapporto con fatti, oggetti o eventi lontani, magici, perenni, quali gli astri, il paesaggio, le stagioni, le tempeste, le balene o le ragazze”. E tutti noi abbiamo bisogno di credere in qualcosa: io ad esempio credo che tra un attimo mi farò una vodka al lime. Almeno provaci, fai un tentativo».

«Fammi pensare. Non sei tu a sostenere che tentare è il primo passo verso il fallimento?».

«Solo dopo il terzo bicchiere di vodka. Sai com’è: dove entra il bere, esce il parere».

«Mmm. E quali sarebbero i vantaggi di questa opzione? Perché questa scelta è preferibile? Quali sono le conseguenze di questo progetto, volto a liberare il potere emanatorio delle immagini, che, se Melville ha ragione, invaderebbero l’ambiente non solo come un riverbero di luce, ma anche come un fenomeno acustico, un fischio lancinante che perfora le orecchie magari, come un profumo, o una puzza, e forse come un pugno in piena faccia?».

«È semplice. In questo modo potrai scoprire che viviamo tutti in un sottomarino giallo».


Era ormai calata la mannaia di una notte verde e dura come il ferro quando il suo stato di ossigenazione arriva a + 2. Una notte ferma, implacabile. Non si muoveva in alcuna direzione e non aveva alcuna nota di gioia, di tristezza, di passione. Non desiderava niente, non aspirava a niente. Era immobile, soddisfatta di sé, limitata in tutte le direzioni.

«Buona fortuna, Jay, devo andare. Il Capitano mi attende, la nave dei Pirati è pronta a salpare. Facciamo vela verso il porto di Eutropia, la mia città natale».

Jay assimilò l’informazione senza esserne sorpreso. Da dove altro poteva venire Daisy, se non da Eutropia, la città composta da un insieme di città, tutte uguali, di cui se ne abita una per volta e che le persone cambiano quando sono stanche della precedente? Per fare un altro lavoro e avere un’altra famiglia, altri amici, per sperimentare insomma quei percorsi scartati in precedenti biforcazioni della loro labirintica vita e appurare, con inconfessabile sollievo, che si era cambiato tutto per non cambiare niente. Capì di non avere speranze, ma provò a insistere.

«No, Daisy, la luce verde del Faro è spenta: è un segno di sventura. La nave non partirà prima di tre giorni».

«La tua è solo invidia. O gelosia?».

L’ennesimo fallimento esacerbò Jay. «No, baby, puoi anche spogliarti nuda, tenendo in testa quel cappello verde, e otterrai solo la mia indifferenza. La fiducia in te stessa è mera supponenza».


«Meglio la mia supponenza che la tua bile». Daisy chiuse la discussione allontanandosi da lui a un cenno del Pirata con l’Uncino, che, rivestitosi e uscito dal gabbiotto dei piloti, la richiamava accanto a sè.

Jay desistette dall’inseguimento, benché fosse deluso per la fuggevolezza dell’incontro. E per il fallimento delle ambizioni da Casanova. Ma Daisy, pensò, non solo era una perfetta eutropiese: nel DNA di Piratessa portava anche i geni di Ulisse, di Sinbad, di Flint, di Sandokan, di Corto Maltese, di Jack Sparrow. Era consustanziale alla sua natura l’anelito a una routine fatta di spostamenti ricorrenti, di avventure prevedibili, di andate e ritorni da luoghi ben conosciuti – l’assuefazione a un viaggiare ininterrotto, circolare, che mascherava il desiderio più intimo e vero: annullare se stessa, la Vita, l’Universo e tutto quanto in oceanici spazi di dissipazione senza Tempo.

Fece un ultimo tentativo. «Devi sapere, mia cara, che impegno con una donzella come te, ogni sera dopo il Tramonto, una vaga lotta delirante. In quelle scene umbratili la servo a tavola con verdure cotte e la uso per accendere il fuoco: ma se mai un giorno la incontrerò, in un momento (di questo sono sicuro), dolcemente svanirò!» le gridò.

La donna non si degnò di rispondere. Ma la sentì cantare, mentre andava verso la nave:

«I am sailing, I am sailing, Home again… ».

Rod Stewart. Sempre meglio che Nonno Emilio, pensò Jay.

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Mi par di capire che questo sia l’ultimo della terza stagione. Mi ha lasciato come un senso di straniamento, dovuto a cosa non saprei, forse alla figura di un Jay quasi alienato ( saranno stati quegli esperimenti)? E finirà davvero così fra loro? I colori accesi del tramonto e le ombre della sera chiudono metaforicamente un sipario più ampio e si resta qui, spettatori in attesa.Segnala il commento

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Marco Verteramo ha votato il racconto

Scrittore

Direi in gran forma, ma del resto quando non lo sei? Segnala il commento

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Luigi Celardo ha votato il racconto

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MargheMesi ha votato il racconto

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Tra Kieslowski e un madrigale di Monteverdi. Voci e colori che si inseguono. Drammatizzi le idee mentre lo spettatore/lettore si appiglia cognitivamente ad accordi e raccordi.Segnala il commento

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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Mi fai pensare al Pasto Nudo di Burroughs se fosse stato un fumetto di Zerocalcare. Ma disegnato da Hugo PrattSegnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente

Bellissima fantasia cosparsa di belle frasiSegnala il commento

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Helenas ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Ottimo.Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Isabella Ross ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore
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Enrico R. ha votato il racconto

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Cinzia m. ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Bello. Una puntata in rosso giallo e verde. Come un semaforo, che blocca o lascia passare senza distinzioni di ceto, cultura, genere. I riferimenti colti mischiati alla filosofia dei Simpson, e l’amore cieco come sempre.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

Grande come sempre. Mi hai fatto ricordare quanto era bello guardare Spongebob. Grazie Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Dal principio alla fine: spettacolo!!!Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

Esordiente

Bello, bello bello. Segnala il commento

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di Federico D. Fellini

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