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Autobiografia

Trilogia dei primi baci - capitolo uno

Pubblicato il 29/12/2017

Di come e perché mi sono comprata il mio primo bacio.

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C'è un posto dove abito io da bambina. Se doveste cercarmi, ma cercarmi davvero, sicuramente mi trovereste lì. È un paesino rannicchiato vicino a una montagna spaccata da una grotta, una fresca gola dentro cui corre a nascondersi il fiume. C'è una casa che dà sulla piazza del paese, rivestita di carta da parati a fiori. Tutte le mattine, da piccola, mi svegliavo con stampati negli occhi roselline, foglie, viti e frutti tutti uguali. Il mio materasso sembrava una pagnotta scomposta. C'erano macchie di umidità, un linoleum scricchiolante che ricopriva i pavimenti e dai copriletti, sempre freddi, emanava un sottile odore di muffa, non sgradevole. C’erano colonie di insetti isterici aggrovigliati sotto la corteccia degli alberi e mazzi di lavanda da acciuffare mentre si correva al fiume. C’erano spettri gentili che  accoglievano ogni estate la mia famiglia, quando la città ci rivomitava fuori da un altro inverno di semafori, tergicristalli e interminabili discussioni.

L'odore di quella casa era il mio amuleto. Era l'odore di tutto ciò che era successo e doveva ancora succedere, l'odore del passato e insieme del futuro, che per me a undici anni più o meno si equivalevano.

L’anno della mia iniziazione avevo due migliori amici in quel paesino, Brigitte, mia coetanea, e Filippo B.

Tra Brigitte e me sussisteva un'evidente, dolorosissima gerarchia.

Brigitte aveva: due seni, i peli sotto le ascelle, i peli pubici, un cane vero, due fratelli piccoli, suonava il flauto velocissima, correva velocissima, era alta cinque centimetri più di me, rideva come un marinaio, sapeva arrampicarsi sugli alberi, usava la crema depilatoria, era povera e aveva un padre alcolizzato.

Io ero: piatta come un’asse da stiro, pronunciavo male la esse, odiavo correre, non sapevo arrampicarmi, non avevo neanche un accenno di peli, anzi sembrava proprio che la pubertà avesse deciso di non prendermi in considerazione neanche quell'estate, ero miope, prudente, benestante, avevo una mucca di pelouche e mio padre è sempre stato una bravissima persona.

Insomma, non potevo competere.

Avrei pagato oro per un solo grammo del fascino corsaro di Brigitte, lei rappresentava quello scalino breve ma intenso che portava verso il terrorizzante mondo delle donne, lei era già su e mi guardava impaziente mentre mi arrabattavo per raggiungerla accorciandomi le gonne e truccandomi gli occhi senza essere vista da mia madre, secondo la quale certi scalini, per me, non sarebbero dovuti esistere prima dei venticinque anni.

Me lo disse a testa in giù, appesa alle pertiche del parchetto giochi, Brigitte. Io la guardavo negli occhi a testa in su, perché soffrivo di vertigini. Guardandomi come Spiderman mi confessò che sì, certo, lei aveva già baciato. E tu? Ma certo, anche io, affermai con noncuranza, mentre un ago di sottile angoscia mi risucchiava lo sterno.

Il bacio. Maledizione.

Un altro gradino non ancora percorso. Brigitte andava troppo veloce. Immaginai anche l'elemento maschile in questione, era sicuramente un arguto avventuriero quindicenne con la barbetta che fumava Marlboro e la portava in macchina a sentire concerti proibiti. Mi sentivo in colpa per aver mentito a Brigitte. Non avevo ancora mentito molto, a undici anni, e pensai che l'unico modo per riparare a quella bugia era farla diventare vera. Ma io di seduttori quindicenni decisamente non ne frequentavo, così pensai di rivolgermi all'unico soggetto maschile vagamente idoneo, in quanto provvisto di labbra:Filippo B.

Con Filippo sfogavo tutti gli impulsi giocherecci che con Brigitte dovevo reprimere in favore di discorsi su gonne, maschi, trucchi e peli.

A Filippo B. Brigitte dava fastidio, credo che lo turbasse sottilmente quella donna provocante che si faceva largo a gomitate nel suo essere ancora bambina, era un'offesa al suo mondo ancora sicuro, fatto di maschi e femmine che giocano insieme senza malizia.

Con me era diverso. Quando ero sola con Filippo B, che Brigitte non considerava in quanto "troppo piccolo", mi rituffavo beata nel cosmo dell'immaginazione, che non chiedeva nessun tributo al mio corpo di bambina, e ridiventavo guerriera, astronauta, cacciatrice, piratessa, e andava benissimo che non avessi le tette e i peli, sarebbero stati solo ingombri imbarazzanti mentre combattevamo sui prati, ci inseguivamo in casa o ci sfidavamo a Pokemon sui gradoni della piazza del paese. Quello in realtà avveniva raramente, io mi annoiavo sempre di più a giocare a Pokemon, e comunque perdevo sempre.

L'episodio più erotico avvenuto fra me e Filippo B. fino a quel momento, a parte quando ci sferzavamo con asciugamani umidi lanciandoci tremendi improperi, era stato chiuderci insieme in un armadio mentre i nostri genitori pranzavano in terrazzo. Avevamo riso per mezz'ora. Poi eravamo usciti.

Insomma, bisognava agire. La scala andava percorsa prima che i gradini diventassero troppi. Un pomeriggio, in piscina, mentre lottavamo in acqua, a un certo punto ci ritrovammo inaspettatamente vicini, e io gli dissi che quella sera avremmo potuto pensare di darci un bacio. Lui rideva, ci scherzò su, sembrò favorevole. Quando arrivò il momento giusto però, il sole era già sparito dietro la grotta, l'euforia dei giochi in piscina si era affievolita, e fra noi si era ricreata una distanza fisica difficile da colmare.

La mia camera era in penombra. Gli adulti erano chissà dove a risolvere chissà cosa.

Eravamo sul letto, paralizzati come davanti a un macchinario ignoto, spento, pieno di pulsanti e leve, del quale nessuno dei due conosceva il meccanismo di partenza e che nessuno dei due era certo di saper guidare. Filippo tentennò. Io lo detestai per la sua vigliaccheria. Ma non potevo farmelo scappare:ero troppo vicina al mio scopo. Allora, senza nessun pudore, gli dissi che se mi avesse baciata gli avrei concesso nove partite di pokemon. Accettò. Ci sdraiammo affiancati e rigidi come coltello e forchetta. Lui aveva gli occhi spalancati e l'aria di uno che avrebbe preferito non essere ancora nato. Io presi fiato e mi chinai su di lui. Lui fece in tempo a bofonchiare “sono troppo piccolo”, ma io non ebbi scrupoli. E' vero, avevasolo nove anni, ma era altissimo per la sua età. Premetti la faccia contro la sua come un timbro, cercando di sentirmi a mio agio fra tutti quei denti serrati. Fu una strana meccanica entrare in contatto con quella pelle così sorella della mia, che ci eravamo sbucciati tante volte insieme. Ci staccammo. Lui era spaventato. Io perplessa. Poco dopo gli adulti tornarono, reduci probabilmente da baci molto più complicati di quello che ci eravamo scambiati noi.

A Brigitte raccontai che il mio primo bacio era successo mesi prima, con un bassista di quattordici anni pieno di piercing.

Così mi sono comprata il mio primo bacio.

Avevo già capito con una certa inquietudine che nella vita ci sono alcuni a cui le cose capitano e altri che le cosese le fanno capitare. Io non sapevo bene da che parte sarei stata in futuro. Ah, comunque le nove partite le ho perse tutte.

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Commenti degli utenti

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rheya ha votato il racconto

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Pieno di arguzia e umorismo, brava. Segnala il commento

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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rebecca raineri ha votato il racconto

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LaZada Tralenuvole ha votato il racconto

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Fantastico linguaggio!Segnala il commento

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Kadermaria Aly ha votato il racconto

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Claudia Lombardi ha votato il racconto

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Matteo Malaspina ha votato il racconto

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Phi ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Danilo ha votato il racconto

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di Giulia Lombezzi

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