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Narrativa

Triste inganno

Pubblicato il 01/05/2021

Sull’architrave marmoreo del portone d’ingresso, notevolmente annerita dal tempo, durava la scritta ‘Parva, sed apta mihi’. Sembrava una casa disabitata.

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Ambrogio Grande aveva la testa impegnata a escogitare il suicidio più rapido e indolore quando suonarono alla porta.

“Chi sarà a quest’ora?” si chiese infastidito dalla visita.

“Buongiorno professore! Si ricorda di me?”

Strizzando gli occhi da vero burbero, fissò lo sconosciuto con aria beffarda “Non mi sembra di conoscerti”

“Sono un suo ex allievo, professore; Pietrangeli, Pietrangeli Marco”

“Pietrangeli Marco” bofonchiò fra sé il vecchio volgendo di nuovo gli occhi al rompiscatole studiando le fattezze dell’uomo.

“La memoria, la memoria, ragazzo mio!” si lamentò picchiandosi la fronte “la memoria si deteriora rapidamente. Come faccio a dirti che non mi ricordo di te? Eppure è la verità”

“Beh, professore, sono passati tanti anni...”

Ambrogio si voltò puntando sulla gamba zoppa e con ampie oscillazioni del busto, imponente come quello d’un pugile messo a riposo, s’avviò verso la sala.

Marco lo seguì silenziosamente a piccoli, strascicati passi, non osando prestare l’aiuto d’un braccio, osservando intorno. Ogni oggetto e manufatto in casa era fermo al passato, come se si fosse rinunciato da tempo immemorabile ad apportare modifiche e miglioramenti. Gli arredi, i mobili, i tappeti, le sedie, i ripiani, i lampadari, le tende, però, pur avendo un’aria obsoleta, denunciavano un ordine perfetto. Di fatto un museo di vecchiume, d’infimo valore, dove l’unico segno di vita recente era rappresentato da un calendario su una parete dell’ingresso fermo a ottobre del 2001. Matilde gliene aveva parlato.

“Professore, è solo?”

“Sì, solo con me stesso”

“Non ha un figlio o un parente che viene a darle una mano?”

“No. Una signora provvede alla spesa, ma mi cucino da solo, faccio tutto da me”

Calando a sedere su una poltrona sfondata che ricordava la seduta di un coiffeur dell'anteguerra “Dimmi, piuttosto, cosa sei venuto a fare; non sarai anche tu un vigile in borghese mandato dal sindaco?”

“Un vigile?!”

“Sì, un vigile. Sono anni che cercano di mandarmi via”

“No, professore; io lavoro per un consorzio agricolo qui giù al paese. Io, vede, sono venuto su incarico...”

“No” lo bloccò il vecchio “Ti dico subito che non vendo. Già anni fa feci un madornale errore cedendo metà del colle ai Santacroce”

“Sì, conosco la storia”

E chi non la conosceva giù al paese?

Con la loro mania di grandezza i Santacroce volevano costruirsi una villa sul punto più alto di colle Grande. Non trovando roccia su cui ancorare le fondamenta, avevano avuto l'idea di scavare in profondità nel terreno rimuovendo lo strato di ghiaia argillosa che impediva all’acqua piovana di infiltrarsi pericolosamente nel sottosuolo. L’enorme buco, simile a un grosso imbuto, per uno straordinario temporale che si abbatté nella zona, convogliò ettolitri d’acqua all’interno del colle facendolo tracollare su se stesso. La punizione fu una beffa terribile. Il giorno in cui i Santacroce al completo andarono sul posto a osservare i lavori, finirono risucchiati con l’automobile in una voragine. Purtroppo prima che si potesse rimediare al danno, il terreno aveva continuato inesorabilmente a slittare causando rotture di tubi e crepe ai muri della casa di Ambrogio. Ormai erano anni che cercavano di convincerlo ad andar via dal colle. Lo stesso sindaco s’era scomodato di persona per procurargli in paese un alloggio alternativo.

Ma il vecchio s’era dimostrato tenace contro ogni previsione.

“Conosco, conosco la storia” confermò Marco “io sono venuto per Matilde, la signora che le fa la spesa e le pulizie”

Il vecchio parve rianimarsi.

“Cosa vuole quella ficcanaso?”

“Matilde teme di perdere il suo lavoro da quando ha trovato una corda con un nodo scorsoio nel cassetto dello scrittoio; sospetta che lei possa commettere un gesto insano”

“Quale gesto?”

“M'ha detto chiaramente che lei, professore, ha intenzione di uccidersi”

“Caro, non vedi? Sono già un cadavere! Ho cercato nel mio passato l'energia per continuare a vivere il presente, circondandomi di oggetti e ricordi della giovinezza, precipitando nel grigiore d'una triste recita. Sono scomparso con Giselda nel 2001 nel fosso che ci inghiottì insieme ai Santacroce; persi la gamba e la mia adorata moglie. Sarai tu che riporterai le cose al loro posto, Marco. Sei arrivato in tempo per compiere una sacrosanta missione: uccidermi. Non dire una parola. Vieni qua. Avrai tutto il mio patrimonio. Racconterai che m'hai trovato già morto, dopo che ti avevo chiamato per consegnarti un testamento. Uno scambio di favori tra uomini. Non ho parenti che arriveranno a indagare, nessuno ti romperà, men che mai la polizia dopo che avranno ascoltato Matilde”

Un'ora dopo, davanti a un archibugio ottocentesco impugnato da Marco, pallido e sudaticcio, il vecchio gongolava soddisfatto. Non avrebbe mai trovato il coraggio di uccidersi. Né poteva permettersi un killer professionista né un'arma moderna. Aveva studiato un piano basato sulle debolezze e fragilità umane. Far arrivare a casa un animo buono usando una donna pettegola e ciarlona a cui rivelare di un immenso, quanto inesistente, tesoro.

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Un bel stile complimentiSegnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Annacod ha votato il racconto

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di Mauro Serra

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