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Storico

Ubi mel

Pubblicato il 12/02/2021

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- Annus Horribilis, Annus Horribilis! I confratelli di Santa Croce non sanno dire altro. Magari fosse sempre così, dico io, con le case svuotate dal Morbus Mortiferus e le strade dalla paura, - dice Bartolo dando di gomito al suo socio.

- È così facile che quasi ci perdi gusto a derubare quei disgraziati che finiscono al lazzaretto, - ciancica Nicola sostenendosi a un albero che non trova e finendo a terra.

- È per questo che ci ubriachiamo prima AH-AH-AH!, - ride Bartolo, aiutando il socio ad alzarsi. - Per dare alla cosa l’imprevedibilità che ha perduto.

- Stasera mi sarei ubriacato comunque, - precisa Nicola tirandosi su.

- LASCIA PERDERE LA ZINGARA! - taglia corto Bartolo che, sentito il socio tornare sull’argomento che più aveva impegnato la loro conversazione in taverna, torna a spingere il carretto, aggiungendo. - Pensa al vino piuttosto, che ti dà più ebrezza di una donna. E ricorda quel che dice Bernardo, che la castità riduce il rischio di contagio.

- Me ne frego di quel che dice lo speziale, prendo già le mie precauzioni, - e mostra al socio il sacchetto appeso al collo contenente polvere di rospo e salamandra*. - Questo non me lo tolgo nemmeno a letto, - sentenzia accalorato.

- Ubi mel ibi fel*, - biascica rassegnato Bartolo, fermatosi a prender fiato.

Sotto una falce di luna che sembra lo sghembo sorriso di un ubriaco, i due si rimettono in marcia verso il Borgo di Colegno*, dove, a detta di un confratello di Santa Croce, tutta la famiglia dell’oste era stata ricoverata nella chiesa di San Sebastiano, adibita a lazzaretto perché fuori le mura.

Giunti nei pressi del Borgo, in vista delle prime abitazioni, nonostante la torrida notte d’agosto i due si coprono il capo col cappuccio e stanno attenti a non alzare troppo la voce. Il Borgo è stato isolato e nessuno può entrare o uscire senza autorizzazione. Ma Bartolo e Nicola sono due gentiluomini incaricati dal Servizio Sanitario Ducale di informarsi ogni giorno sullo stato di salute della popolazione, e godono di una certa considerazione. Ciò però non li distoglie dal guardarsi bene attorno, perché difficilmente riuscirebbero a giustificare, a chi monta di guardia, la loro presenza lì in piena notte.

- Sei sicuro di sapere dove sia la cantina? - bisbiglia Nicola.

Bartolo fa un cenno d’assenso col capo.

Passato il ponte sulla Dora salgono verso il Borgo e si fermano dove la cinta muraria offre comodi appigli per scavalcare. Le due grandi gerle che sono sul carretto vengono scaricate e addossate al muro, e il carretto nascosto tra le frasche.

- Vai prima tu, - dice Bartolo.

Nicola arriva in cima aiutato dalle spinte del socio, che senza perdere tempo gli passa una dopo l’altra le gerle; stando attento a non far rumore Nicola le lascia cadere al di là del muro.

Raggiuntolo in cima, Bartolo si guarda attorno per controllare la situazione: sonda il silenzio e cerca la direzione.

- Andiamo, - sussurra nel buio, e si butta giù, atterrando male e finendo col petto e le mani nella rittana* attraverso la quale gran parte della merda dei colegnesi defluisce nelle acque della Dora.

- Cominciamo bene, - ironizza Nicola, cui è toccata la stessa sorte.

- Zitto e seguimi. Per di qua, - e caricatesi le gerle sulle spalle i due spariscono nell’oscure e maleodoranti vie del Borgo.

Sembra esserci solo lo zampettare dei topi ad accompagnare la loro sortita quando, in prossimità della piazza dove si trova la cantina dell’oste, Bartolo scorge le luci di alcune lampade a olio rischiarare la notte. Si ferma e indietreggia nel buio. Nicola, che lo segue dappresso, viene colpito in viso dalla gerla di Bartolo.

- Che succede? - chiede irritato, ma Bartolo lo zittisce mettendogli una mano sulla bocca. - C’è gente, - gli sussurra rauco, appiattendolo contro una casa e bloccandolo lì col braccio teso mentre si sporge di poco per vedere meglio.

- C’hanno preceduti, maledizione, c’hanno preceduti, - s’inquieta Nicola alzando la voce.

- Taci! Non sembrano ladri, - precisa Bartolo. - Sono homini della Coità*, ne riconosco un paio che fanno parte della Credenza*.

- Cosa fanno in giro a quest’ora? - chiede Nicola.

- Non so, stiamo a vedere.

Il gruppo di uomini avanza tra frizzi, lazzi e risa verso il pozzo al centro della piazza. Ora che tutte e tre le lampade sono state posate sul pozzo, per Bartolo è facile contarli: sono sette e sembrano anche loro ubriachi.

- Penso che il caro Renato, nostro ospite, meriti ora una buona boccata di erba di Santa Croce*, - dichiara uno dei sette estraendo dalla bisaccia una grande pipa; raccolta una paglia da terra, che pone sulla fiamma di una lampada, l’accende aspirando forte. Fatte due boccate la passa a Renato.

- Ti ringrazio Prospero, un amico come te è cosa rara, - commenta Renato portando la pipa alla bocca per poi tossire fumo. - E proprio perché mio amico, so che non te la prenderai a male e capirai: dopo che la peste si è portata via moglie e figli, quelle poche giornate di terra sono l’unica cosa che mi rimane.

- Capisco Renato, capisco. Ma quelle giornate te le avrei pagate bene, - ribatte Prospero, che dando le spalle all’amico continua. - Non ti nascondo però che il tuo rifiuto mi ha deluso molto, e proprio perché amici. Ci contavo sulle tue terre. Ma tu vuoi darmi questo dispiacere, e io che posso fare? Cosa ci posso fare? – ripete. E chiede ai presenti. - Posso mica obbligarlo. O sì?

Il silenzio sceso dopo questa domanda viene rotto dal riso sguaiato di Prospero, al quale si unisce quello di tutta la compagnia.

- Che succede? - chiede Nicola al socio.

- Zitto e fammi sentire, - risponde quest’ultimo.

- Da te, Renato, mi aspettavo più collaborazione, - continua Prospero riprendendosi la pipa. - Purtroppo a quelle giornate di terra non posso proprio rinunciare, per poche che siano, e tu sai che sono abituato a ottenere ciò che voglio, - e detto ciò fronteggia l’amico col suo marcio ghigno, mentre due bloccano Renato contro il pozzo e un terzo gli stringe un canapo al collo.

I tentativi che fa Renato per liberarsi dalla stretta sono vani, e non serve nemmeno scalciare alla cieca: pian piano si accascia a terra, accompagnato dal canapo che non ha mai smesso di stringergli la gola.

- Ti facevo più scaltro, amico! Niente mi impedirà ora di comprare la tua terra, visto che non hai eredi e stai giusto per raggiungerli. Causa del decesso? Peste. - e detto ciò afferra Renato per i capelli e gli sbatte ripetutamente la testa sul pozzo.

Il suono del cranio che si rompe è la sola cosa che si coglie nel silenzio notturno.

- Portatelo nella stalla, più tardi lo getteremo nella Pessina della Merla*, - dispone Prospero.

- Che succede? - chiede ancora Nicola a Bartolo, che pietrificato da quel che vede non sente nemmeno la domanda.

- Si può sapere che sta succedendo? - torna a chiedere Nicola, che impaziente e stufo decide di sporgersi al di la dell’angolo di strada che li nasconde.

Non è facile per un ubriaco mantenere l’equilibrio, e ancor più difficile è farlo con una gerla e un compagno che ostruiscono buona parte dello spazio. Così, cercando di vedere quel che non deve essere visto, Nicola cade e si porta dietro anche Bartolo.

- CHI VA LA’? - sentono urlare dal gruppo intorno al pozzo, mentre un paio di uomini accorre a circondarli.

- E voi chi siete? - chiedono ai due.

- So io chi sono, - interviene Prospero. - Bartolo Giai e Nicola Fraita. Vi informate sullo stato di salute della popolazione del Borgo anche a quest’ora della notte? E immagino che le gerle servano a raccogliere le dicerie che vi riferiscono? - ironizza suscitando l’ilarità dei compagni.

- Ci siamo trovati qui per caso, - commenta Bartolo.

- Per malasorte, sarebbe meglio dire. Tanti homini dabbene approfittano della peste per rubare nei borghi quel poco che c’è. Ma a Prospero Gilli non piacciono i ladri, e nemmeno le spie, - sentenzia duro parlando di sé in terza persona.

- Se pensate che andremo a riferire quel che abbiamo visto, vi sbagliate: sappiamo tenere la bocca ben chiusa, - afferma candidamente Nicola.

- Me ne compiaccio, ma il sistema migliore per tenere la bocca chiusa è sempre e solo uno, - replica Prospero.

Bartolo e Nicola, ancora a terra, si guardano perplessi.

Ci sono momenti in cui è l’istinto a guidare le scelte degli uomini, e altri nei quali è la ragione: in questa circostanza si legano insieme quando Prospero si mette a strillare “GLI UNTORI! GLI UNTORI! DAGLI AGLI UNTORI!”.

Mentre da una finestra qualcuno si affaccia sulla piazza per capire cosa sta succedendo, Bartolo e Nicola possono solo cercare di proteggersi alla buona dai calci che martellano i loro corpi; raggomitolati su se stessi non gli resta che attendere un epilogo che sembra non arrivare mai.

È Prospero a dire basta.

- Berto! Corri a casa e prendi le tenaglie, - ordina al figlio.

Quando Berto ritorna, consegnando nelle mani paterne le tenaglie, Bartolo si prostra chiedendo pietà. Ha già capito tutto; conosce bene il trattamento riservato agli untori.

- Eravate venuti a rubare e disgraziatamente siete incappati nei miei affari: ubi mel ibi fel.

È una sentenza funesta per i due, che vengono tenuti spalle a terra, e mentre uno gli apre la bocca e gliela tiene aperta, Prospero vi infila le tenaglie per strappargli la lingua.

- Portateli in taverna e date loro da bere il vino che cercavano tanto! Domani li condurremo a Torino.

Il giorno dopo, pesti da essere irriconoscibili e con la bocca tumefatta, Bartolo e Nicola sono condotti da Prospero in persona fino in piazza Castello. Dal misero carretto sul quale sono stesi e che piano si fa largo tra la folla che accalca la piazza, scorgono a stento il palco e le Croci di Sant’Andrea destinate a dar meritata fine agli untori.

- In nome del Signore Nostro Iddio, l’anno d’esso 1598, la terza interdizione, et alli vintitre del mese di Agosto… - annunciano dal palco mentre i due vi vengono condotti.

Bartolo piange e dispera.

Nicola vorrebbe gridare al mondo la sua innocenza ma dalla bocca escono soltanto suoni animaleschi. Quando tra gli untori legati alle croci riconosce l’amata zingara, nuda, coi seni scarnificati, le braccia e le gambe rotte, annichilisce per la bizzarra espressione di sensuale agonia che le trapela dal viso. E nel momento in cui il boia le si avvicina per tagliarle la gola, Nicola è inaspettatamente in balia dello stesso trasporto che provò quando la trascinò nel Magnus Nemus* per violentarla.


Note:
* Polvere di rospo e salamandra: uno dei bislacchi rimedi dell’epoca per non essere contagiati dalla peste.
* Ubi mel ibi fel: dove c’è il miele c’è il fiele.
* Borgo di Colegno: toponimo della città di Collegno all’epoca dei fatti narrati.
* Rittana: canale di scolo.
* Coità: comunità.
* Credenza: organismo elettivo che regge la comunità.
* Erba di Santa Croce: denominazione con la quale in Italia, nella seconda metà del XVI secolo, si identificava il tabacco e che deriva dal nome di chi lo importò in Italia, il Cardinale Prospero Pubblicola di Santa Croce.
* Pessina della Merla: laghetto che all’epoca era sito nei pressi della stazione ferroviaria di Collegno.
* Magnus Nemus: Gran Bosco, toponimo dell’area boschiva al di là della Dora.


Bibliografia: Mario Porro - Collegno 2000 anni di storia, volume primo: Dalle origini all'estinzione dei Savoia Acaja di Collegno (1598) – Ed. Ad Quintum, Gruppo Archeologico – 2003

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gionadiporto ha votato il racconto

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jakov ha votato il racconto

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una cosa seria, fatta come si deve, allusivamente attuale e con tanto di bibliografia. Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

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Bravo bravo bravoSegnala il commento

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Imago ha votato il racconto

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Complimenti emozionante l’atmosfera... fino in fondo!Segnala il commento

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Sepulzio ha votato il racconto

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Editor

Un racconto eccezionale. Ho apprezzato particolarmente l'uso del presente nella narrazione, dona al lettore un sapore di contemporaneità all'azione che, a mio modesto parere, risulta perfetto per la trama. Una cosa che non mi convince del tutto, ma che mi risulta gradevole alla lettura, è l'uso di "annichilisce" nella penultima frase. Non sarebbe "corretto" usare un verbo intransitivo (ci tengo a precisare che la mia domanda nasce dalla mia genuina ignoranza più che dalla voglia di correggere)?Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Montag ha votato il racconto

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Wow! Avrei voluto più pallini per votare lo stile.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Hai uno stile implacabile, spietato. Trasformi il lettore in un testimone oculare. Ottimo.Segnala il commento

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Howl ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Mauro Serra ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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un piacere leggerlo. a tratti divertente nonostante il lato tragico.Segnala il commento

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Emanuela ha votato il racconto

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Sempre bello leggerti. Complimenti, mi è piaciuto davvero tanto. Segnala il commento

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Biodegradavide ha votato il racconto

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Ben documentato e con molti spunti di riflessione interessanti. All'inizio non mi convinceva l'ultimo riferimento alla violenza di cui è vittima la zingara, perché calato apparentemente troppo all'improvviso, poi ho cominciato a vederlo più come un concatenarsi di ingiustizie e miserie, quindi anche questo interessante.Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Amira Di Costanzo ha votato il racconto

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Francesco Scarciolla ha votato il racconto

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Sonia A. ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Ma sai che leggevo Collegno e pensavo Codogno? Molto interessante, storia truce senza essere troppo truculenta. Atmosfera ricreata benissimo. (non mi piace quel “raggiuntolo”)Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

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Andrea S. ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Storie di altre epidemie, tra il faceto e il tragico. Ho apprezzato le annotazioni storiche e culturaliSegnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

L'atmosfera non manca.Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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di Ti Maddog

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