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Narrativa

ULTIME PULIZIE

Pubblicato il 23/08/2017

Iniziò due giorni prima. Doveva assolutamente finire entro sera.

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Iniziò due giorni prima.

Cominciò dalla loro camera: sfece il letto, tolse coperta, lenzuola; la coperta la mise a prendere aria sul davanzale della finestra; le lenzuola le buttò in lavatrice a 90 gradi.

Guardò il materasso: era leggermente affossato dalla parte di lui, con qualche alone giallastro dovuto al sudore e all'usura.

Svuotò i cassetti e l'armadio di lui; li spolverò e risistemò ogni cosa ripiegandola con cura; prese poi due grosse borse e li appoggiò aperte davanti al proprio armadio; cominciò a cacciarvi dentro tutti gli abiti che sapeva a lei non sarebbero più serviti. Risparmiò solo il suo vestito da sposa appeso nella parte alta perché non si stropicciasse, ingiallito sotto il cellophane trasparente; e il completo scuro, comprato per il funerale di Tina.

Staccò le tende, lavò i vetri, lucidò i pomoli d'ottone del letto rendendoli brillanti come non erano mai stati. Infine rifece il letto con cura, e terminò con una spruzzata di deodorante alla cannella, il suo preferito.

Poi, passò alla cucina. Per prima cosa staccò frigo e congelatore perché si sbrinassero. Nel frattempo svuotò completamente la credenza: ne ripulì i ripiani, travasò i sacchetti di zucchero e caffè a metà negli appositi barattoli e fece la lista di ciò che mancava.

Cambiò l'acqua nella vaschetta del pesce rosso appoggiata accanto al televisore; Pinna - questo era il nome che aveva scelto Tina per lui - nuotava da giorni nell'acqua resa torbida dai suoi escrementi. Chissà se si era accorto del cambio di chi si occupava di lui.

Il ghiaccio del congelatore non ne voleva sapere di sciogliersi; così cercò con impazienza la spatolina che teneva nel mobile sotto il lavandino e cominciò convulsamente a staccarne i blocchi di ghiaccio dalle pareti, buttandoli in una grossa bacinella.

Smontò uno a uno i fuochi del gas: li pulì, li risistemò, accendendoli tutti per controllare di averli posizionati bene.

Doveva assolutamente finire entro sera.

Alle sette la cucina era perfettamente pulita; si sentiva più tranquilla. Aldo sarebbe rientrato di lì a due giorni.

L'indomani, uscì presto di casa; al supermercato comprò, oltre a quanto segnato sulla lista del giorno prima, tutto quello che piaceva ad Aldo: hamburger alle spezie, hot dog, un discreto numero di salse, frutta sciroppata.

Quanto odiava Aldo fare la spesa! Sbuffava ogni volta che lo mandava al supermercato a comprare qualcosa che aveva dimenticato; ma poi ci andava lo stesso. Era fatto così, un po' brontolone ma buono, e per lei – lo sapeva – avrebbe fatto qualsiasi cosa.

Adesso però, con una tale scorta, non avrebbe avuto quel problema, almeno per qualche giorno.

Rientrò a casa; era esausta, ma non poteva fermarsi.

Sistemò per bene le provviste e finì di riordinare e pulire quanto rimaneva dell'appartamento: bagno, ingresso, sgabuzzino.

Il mattino del giorno dopo si alzò e si diresse verso l'unica porta della casa che in quei due giorni non era stata aperta, né ripulita. La aprì con cautela, quasi con reverenza, abbassando piano la maniglia. Fu investita dall'odore di chiuso misto al tenero e dolce odore di lei: le piaceva; ma ogni giorno era sempre più odore di chiuso e sempre meno odore di lei. Non aveva più aperto la finestra da quel giorno, per non lasciarlo scappare.

– Se non ti decidi, prima o poi lo farò io – le aveva detto un giorno Aldo.

– No, no...lo farò...lasciami ancora un po' di tempo – aveva risposto.

Richiuse la porta di scatto.

Ritornò in cucina e si sedette al tavolo, sulla sedia che era di Aldo. Sapeva che lui avrebbe sofferto, che avrebbe pianto; sentiva il rimorso per un altro dolore che avrebbe provato quella sua natura placida e calma.

Nei dodici anni di vita insieme, lui era sempre stata la persona che calmava le sue sfuriate, allontanava le sue paure, faceva evaporare le sue ansie.

Ma questa volta no; non c'era riuscito.

Dentro di lei era scattato qualcosa che l'aveva resa impermeabile alle parole consolatorie di lui, ai suoi gesti affettuosi; voleva conservare la sua rabbia, la sua paura, la sua disperazione e non era disposta a farsele portare via, nemmeno da lui. Se ne nutriva ogni giorno da due mesi e ora erano ben radicate dentro di lei.

Uscì dalla cucina, andò in camera da letto e indossò il completo scuro; in bagno si pettinò, si truccò; calcò un po' di più con la cipria: non le piaceva l'idea che altri, dopo, le avrebbero messo le mani addosso. Si tolse tutti i gioielli: collana, fede, orecchini; sarebbe stato uno spreco inutile; lo fece lei perché sapeva che, dopo, nessuno avrebbe osato farlo.

Prese la boccetta dei tranquillanti dall'armadietto e si diresse in cucina; ingoiò le pillole una dopo l'altra: venti, trenta, a un certo punto perse il conto, facendole seguire da abbondanti sorsi di coca-cola che si concesse come ultimo desiderio.

Sciacquò il bicchiere e lo ripose.

Rimase un attimo appoggiata al lavello, dove spesso Aldo, la sorprendeva rientrando; le arrivava da dietro in silenzio, le alzava i capelli dalla nuca e la baciava tra i due nervi del collo; le sembrò quasi di sentirne il contatto leggero.

Ritornò nella stanza di Tina; ora era pronta.

I due grandi amori della sua vita avevano preso strade diverse e non era più possibile per lei vivere insieme a entrambi; aveva dovuto per forza scegliere.

L'occasione era venuta quando Aldo le aveva detto che sarebbe stato fuori due giorni per lavoro: il tempo necessario per lasciare tutto a posto come voleva lei, il tempo che le sarebbe servito per staccare il pensiero da quello sguardo dolce e preoccupato che la guardava ogni giorno.

Si coricò sul minuscolo lettino e aspirò profondamente gli ultimi residui dell'odore che tanto amava.

Volse la testa verso il comodino; la foto di una bambina sorridente la guardava.

– Sto arrivando – le disse con un sorriso.

Poi chiuse gli occhi.  

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di Sabrina Cinzia Soria

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