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Narrativa

Una giornata tranquilla

Pubblicato il 09/05/2020

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Un’altra giornata ha inizio. Uguale a ieri, che vita. Ho l’ansia tutte le notti, sarà un mese che non riposo. Ho provato a sostituire cuscino, materasso, ho cambiato anche casa. Ho bevuto una camomilla, due, ho assaggiato tisane orientali, smesso il caffè. Nulla, nessun effetto benefico. È come una condanna, parlo con me stesso fino all’alba e riverso sugli altri la rabbia che la conversazione mi lascia in eredità ad ogni sorgere del sole. E fortuna che ho ancora un lavoro, un lavoro che detesto, ma almeno mi toglie del tempo per pensare. Sarà questo il problema? Uno dei tanti, almeno. Ci ho pensato, eccome se ci ho pensato. Hai un contratto a tempo indeterminato..che fai, lasci? Sarei un pazzo, meglio torcersi le budella ad ogni trillo di sveglia. E vai avanti, giorno dopo giorno. Magari è perché per quel lavoro hai perso la ragazza sognata per un paio d’anni, quando ancora si dormiva sonni sereni. Ma chi ti lascia per un lavoro? Chi non ti merita, avrebbe detto mia nonna. Tutte cazzate, potrebbe essere vero il contrario. Forse è per il tuo migliore amico, al quale hai soffiato la donna che ti aveva infestato i sogni? Beh, quella è stata una batosta. Per entrambi, ma più per lui. Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, ecco la nonna che torna dall’Oltretomba. Farebbe più effetto pronunciato da lei, col suo tono gracchiante. Nella mia mente era tutto scandito dalla voce di Nicole Kidman, mica male.

Ogni respiro è uno spreco di ossigeno. Scosto la tenda e guardo giù, c’è un cane che gironzola. Mi ricorda Pallino, il dobermann decrepito di mio zio. Si può dare quel nome a un dobermann? Se l’ha fatto, si può, forse è un virus che circola in famiglia. Micio era il nome del mio gatto. Senza fantasia, che pena. Forse per questo mi aveva lasciato. Forse è per questo che avevo un lavoro da pistola alle tempie. Guardo giù e mi chiedo chi sentirebbe la mia mancanza, se saltassi il parapetto. La nuova collega, credo, spera ancora in una raccomandazione. I miei genitori, per dovere. Forse tre o quattro scappati di casa ai quali mi accompagno di sera, al bar, perché gli pago da bere. Avrò lasciato metà dello stipendio in quel posto, maledetto il barista che non mi blocca il gomito quando lo alzo troppo. Oggi c’è nebbia, ma chi me l’ha fatto fare? Del cane ora vedo solo le orecchie a punta. Sembra un mare grigio. Chissà se è il clima a rendermi nervoso. Sono meteoropatico, me lo dissero da ragazzino quando la pioggia mi permetteva di confondere le lacrime, ma per gli occhi rossi era più complicato. Neanche la scusa del fumo reggeva, non avevo mai tenuto una sigaretta tra le dita. Dicono che dalla sofferenza nascano idee geniali. Ne avessi mai avuto una buona.

Scegliamo cosa indossare. Ho tre giacche, tutte nere. E ho tre cravatte, tutte rosse. Ho già dato la colpa alla mancanza di fantasia? Mi sa di sì, troppa pigrizia per alzare lo sguardo e leggere qualche rigo. Forse è la pigrizia ad avermi fregato, mai che volessi organizzare un viaggio. Ad uno, però, ho partecipato, lo ricordo perfettamente. A Dublino, da liceale. Mi piaceva Joyce e volevo conoscerli, i dublinesi. Pure qualche viaggetto al mare, qua e là. Gli altri in spiaggia ed io nel bungalow a guardare in replica i mondiali di sci alpino. Ma si può? Che hai in testa? Bella domanda, me lo chiedo tutte le sere. Forse è un virus di famiglia, mio fratello aveva dei braccioli nella baita in montagna. L’avevo già detto? Non ho molto da raccontare, sono monotono e fastidioso come quelli che applaudono all’atterraggio. Bella, eh? Non è mia..è una citazione, neanche l’ho mai visto un aereo. Ah no, dimenticavo Dublino. Che memoria.

Ecco la mia scrivania, gli altri hanno fotografie, cornici, quadretti, gingilli. Io appena un portapenne con tre matite, tutte Staedler. Ottima marca, ma neanche le usavo. Perché avevo delle matite accanto al monitor? Non me l’ero mai chiesto, ecco una cosa nuova su cui bruciare altri neuroni. Le avevo comprate e basta. O forse volevo regalarle, ma a chi? Certo non a quella banda di ubriaconi del bar. No, credo mi piacesse l’accostamento del giallo e del nero, tutto qui. Avrei comprato tre cravatte gialle, se non mi fosse stato proibito dal capoufficio. Rosse, questa era la livrea. Forse non era solo colpa mia. Neanche un temperamine avevo, neppure la speranza di poterle usare avevo serbato, comprandole. Però le spolveravo ogni tre giorni, detestavo la polvere. Maniaco del pulito. Maniaco e basta. Mi sa che per questo non stavamo più insieme.

“Rossi! In ufficio tra due minuti”. Ecco l’ottavo nano, il boss milanista. A pensarci bene era dell’Inter, vallo a capire. Strana la vita, forse il pazzo non ero solo io. Troppo presuntuoso credere nell'unicità.

Ah, Rossi sono io. Mario Rossi, mi chiamo davvero così. Un destino segnato già all’anagrafe, sarà questo il vero problema.

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Chiamare Mario uno che di cognome fa Rossi? Il massimo della pigrizia! Segnala il commento

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Pier Giuseppe Politi ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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Lilith ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Ben scritto. Ben descritto il tormento.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Chiedidime ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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Isa.M ha votato il racconto

Esordiente

Alla faccia della "giornata tranquilla"...Segnala il commento

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di Graziano

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