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Narrativa

Un bicchier d'acqua

Pubblicato il 11/11/2017

Ha l’impressione che sia tutto troppo semplice. Che qualcosa manchi. "Andarsene così" – le viene in mente.

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L’autobus 94 attraversa la nebbia e il buio non del tutto scomparso.

Non le è stato difficile trovare posto a sedere, così presto al mattino.

Quando arriva, l’ingresso dell’ospedale è ancora vuoto. Si trova da sola anche sull’ascensore che la porta al quarto piano.

Raggiunge la sala d’aspetto e solo lì incontra le altre. Sono cinque. Sono tutte accompagnate.

Una sorella, il marito, un’amica. Molte parole e qualche sorriso di troppo. Commenti banali dietro i quali si accumula qualcosa da non nominare.

Le infermiere mostrano un contegno che le sembra attento, sensibile. Danno l’impressione di sapere cosa ci si aspetta da loro.

Ecco perché ci fanno venire così presto. Il vuoto del reparto e la giornata non del tutto iniziata le permettono di sentirsi al riparo.

Prima che chiamino il suo nome deve attendere quasi mezz’ora. Occupa questo tempo camminando avanti e indietro lungo il corridoio, fuori dalla vista delle altre pazienti. Misura piccoli passi cadenzati, cercando di concentrarsi sulla pressione che la pianta del piede – ora la destra, ora la sinistra – esercita contro il pavimento a ritmo del proprio respiro. Non ha potuto fare colazione, per via dell’anestesia che verrà. Ha mandato giù solo un bicchiere d’acqua.


Si interrompe per guardare in strada, attraverso i finestroni appannati: c’è già qualche persona che esce per andare al lavoro. La mattina sta cominciando, la vita prende corpo. In questo ospedale riesce a non sentirsi irreale. O mostruosa.

Qui avvengono altre nascite. Altre morti.

Una delle infermiere indica agli accompagnatori dove aspettare. Saranno riammessi a parlare con le pazienti solo due ore dopo l’intervento. E solo con il loro consenso.

Non piangete, dice anche l’infermiera, senza che sia chiaro a chi si sta riferendo. Nel suo tono, però, non c’è rimprovero.


Qualche settimana prima di scoprire la gravidanza, si era accorta di sognare spesso ambienti chiusi. Soffocanti. Sogni in cui dominava un senso di stasi. Raggrinzimento, a volte. Declino. Al risveglio le mancava pienezza.

Il segno che qualcosa sta davvero per giungere alla fine. Ha un’età in cui quel che è erotico corre il rischio di sembrare ridicolo.

Le case in cui è entrata, negli ultimi venti anni, erano abitate – così le pare – solo da madri beate con neonati deliziosi. Ha lasciato che quelle porte si richiudessero alle sue spalle. Un ridursi definitivo, ha creduto. E invece.

Poter smettere con l’infinita, nevrotica, cura della casa – ha sperato per un momento – con l’esercizio palliativo del potere. Al diavolo anche il risveglio sensuale della maturità. Nulla resiste al confronto con l’idea – eroica – di crescere da sola il proprio figlio.

Ha avuto il buonsenso di ritrarsi in tempo. Questa gravidanza, a quasi cinquant’anni, ha tutto il sapore di un’autocelebrazione.


Per otto settimane ha mercanteggiato con se stessa. Ancora un giorno, ancora un’ora.

Poi ha deciso di prepararsi, per farcela. Ha cercato un libro. Uno come ce ne sono tanti per la gravidanza e il parto.

Inutile. La letteratura, nell’altro caso, è ridotta a un formulario in quattro copie e un foglietto di istruzioni nei consultori. Per il resto, qualche indicazione a voce. All’ultimo momento. Parole che, per l’emozione, le sono in parte sfuggite.

E i consigli? Le diete? La cura del corpo? Che so, qualche suggerimento per il partner. Anche se non è il suo caso. O per sconfiggere la depressione che – lo sanno anche i muri – segue quasi sempre una perdita.

Manca tutto. Gli indirizzi e le informazioni pratiche passano di bocca in bocca, se va bene. I consigli non lasciano traccia. È un evento che non deve diventare storia.


Prima di arrivare fino al quarto piano quel mattino presto, ha seguito tutta la trafila: il colloquio preliminare, la visita, l’attesa di due settimane per darsi il tempo di un ripensamento. Anche l’ecografia.

Due dottoresse, giovani. E le confermano che, sì, è tutto a posto. Le indicano, soddisfatte, un pezzetto di schermo bianco e nero che pulsa, sulla sinistra. Glielo ripetono: è tutto a posto. Perché lei tace e credono che non abbia capito.

Quella più vicina alla scrivania butta l’occhio alla cartella clinica: IVG, interruzione volontaria di gravidanza. Imbarazzata, ruota veloce il monitor in modo che, finalmente, il battito non sia più in vista. Le offrono un bicchiere d’acqua.

Lo assorbe, più che berlo.


In ospedale è andata sola. Ha preferito così. Si tratta di un intervento di routine. Tutto si svolgerà in giornata. Ha dovuto segnare un solo giorno di ferie. Non chiederà che le rilascino un certificato di malattia.

Terminato l’effetto dell’anestesia, si sorprende che tutto sia già passato. Ricorda di aver guardato l’orologio appena prima di entrare in sala operatoria: sono trascorsi solo trentacinque minuti.

L’infermiera le ricorda che non può assumere alimenti per le prossime due ore. Sentirà qualche crampo. Deve inghiottire la compressa di Vasosuprin, quella gialla che vede sul comodino. Accanto a un bicchier d’acqua.


Divide la stanza con una ragazza. L’ha notata in sala d’attesa. È molto più giovane di lei, un’adolescente. Un gruppo di amici le ha portato un enorme mazzo di fiori. Sembrano aver voglia di festeggiare.

Nessuno sa che lei si trova lì. Poter rimanere un altro giorno in ospedale. Stare dove qualcuno si prende cura di lei. Senza la paura di non recuperare le forze abbastanza in fretta. Di perdere troppo sangue. Di dover dare spiegazioni al lavoro.

Trascorre distesa a letto la mezza giornata prescritta.


La sala d’attesa e i corridoi del reparto si sono riempiti e adesso ospitano il caos abituale. La ragazza è andata via per prima. Si sono salutate con uno sguardo. L’infermiera entra nella stanza per dirle che, anche lei, può tornare a casa.

Mentre si piega per infilare le scarpe si sorprende di non avvertire dolore. Prova forte l’impressione che sia tutto troppo semplice. Che qualcosa manchi.

Andarsene così, le viene in mente.

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