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Narrativa

Un Buon Motivo (Diario di una quarantena)

Pubblicato il 05/04/2020

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Nonostante fuori fosse ancora giorno andò a chiudere le finestre, tirò giù le tapparelle. Non gli era mai piaciuta l’idea che qualcuno potesse guardare dentro casa, figuriamoci adesso con quei maledetti flash mob almeno una volta al giorno. Così alle cinque, prima che facesse

buio, chiudeva tutto e alzava il volume dello stereo: non aveva nessuna intenzione di sentire quelle voci stonate e l’inno di Mameli gli aveva sempre fatto ribrezzo.

Erano passati tre giorni dall’inizio dell’isolamento forzato e il professor Roberto Deledda si aggrappava alla sua routine come un naufrago fa con la scialuppa. Il caffè al mattino, gli esercizi, pochi, sul tappetino del bagno. Una doccia, sei, sette minuti al massimo: i ritardi ipotetici valevano come quelli reali. La scelta dell’abito, le scarpe perfettamente lucide. Pronto.

In attesa dell’ora di lezione con i ragazzi, fissata per metà mattinata, leggeva online i suoi due quotidiani di riferimento, fumava mezza sigaretta e faceva due passi sul balcone che dava sul soggiorno. Dopo la lezione cominciava a prepararsi il pranzo, al quale seguiva un altro caffè e un’altra breve passeggiata sul balcone, accompagnata da un’altra mezza sigaretta, perché, come diceva a tutti da quasi 

un anno, ormai aveva smesso di fumare.

Se fuori era sereno, si metteva a leggere qualcosa appoggiato al davanzale. Un solo telegiornale al giorno, guardato sul laptop perché lui di tv non ne voleva neanche sentir parlare.

Prima di chiudere tutto, innaffiava le poche piante che gli erano rimaste: da quando Carlo lo aveva lasciato, era stato disattento e la maggior parte si erano seccate.

Lo vide lì, mentre innaffiava il rosmarino. Era seduto sul davanzale della finestra di fronte, le gambe penzoloni. Non lo aveva mai visto prima eppure qualcosa di lui gli sembrava così familiare. Poteva avere venticinque anni. Le labbra grosse scoprivano un sorriso dolce di denti irregolari. Era buffo e bellissimo con quegli occhi enormi e verdi e i capelli arruffati. Gli aveva fatto un cenno e lui aveva risposto con un timido “Ciao” con la mano. “Regge il rosmarino? Resiste a tutto” la sua voce era alta e il tono allegro: “Pronto per il flash mob ? Oggi si canta De Gregori”

Scosse la testa “non sono bravo a cantare e preferisco il silenzio”, rispose Roberto. “E non le basta tutto il giorno per stare in silenzio? Come si sfoga?”

Quella domanda lo destabilizzò. Come si sfogava? La lettura? Quei quattro esercizi? Il cibo? No, la verità era che non si sfogava affatto. “Ci vediamo tra un’ora allora!” Aggiunse il ragazzo scendendo dal davanzale con un rapido movimento.

Stette un momento a pensare, poi decise che no, non era il caso. Chiuse la finestra e andò a prepararsi un bagno caldo. Quella notte dormì poco e niente, ripensò a Carlo, che glielo diceva sempre “Devi lasciarti andare, sei troppo chiuso, troppo abitudinario! Hai quarantaquattro anni, Roberto, se non ti alleggerisci adesso non lo farai più!”

L’indomani era giovedì. Bevve il suo caffè e saltò gli esercizi. Non faceva che pensare a quel viso. Quanto era vero, quanto era vivo. Il resto della giornata lo passò ad aspettare il pomeriggio, e appena finito di mangiare si piazzò sul balcone con un libro tra le mani. Il cielo era grigio ma si poteva stare. Intorno alle quattro sentì un rumore, eccolo. Indossava soltanto una camicia azzurra, aperta davanti, e un paio di boxer bianchi. Le sue gambe glabre incrociate, i piedi scalzi. “Come ti chiami?” Gli chiese subito, senza neanche salutarlo. “Fede” rispose lui sorridendo “E Lei?”

“Mi chiamo Roberto e, per favore, dammi del tu”. Il ragazzo portò la mano alla fronte e ridendo aggiunse “signorsì signore” e scoppiò a ridere. “Non so perché, ma ho penato fossi un militare. Sei un militare, Roberto?”

“Sono un professore…”

Era cominciata così una nuova routine: era un botta e risposta continuo, un’ora prima dell’appuntamento per tutto il vicinato. Fede, che poi si chiamava Federico, era in visita da amici quando è scoppiato tutto, così si era trovato bloccato lì, in quella città e su quell’isola, a guardare il mare soltanto dalla finestra. Aveva lasciato da poco l’università e aveva deciso di girare il mondo per un anno o giù di lì. Pendeva dalle sue labbra, Roberto, e questo lo incuriosiva ogni giorno di più. Era perfino “arrivato in ritardo” a lezione, due giorni dopo, perché era rimasto a letto a leggere una cosa che gli aveva scritto lui. Si erano scambiati i rispettivi numeri, ma avevano deciso di usarli solo per scambiarsi cose da leggere o da ascoltare. Le conversazioni le rimandavano sempre a quell’ora, in cui avevano cominciato a raccontarsi la vita.

La seconda settimana era iniziata con un umore nero per Roberto e con una brutta tosse per Federico, che stavolta gli aveva comunicato con un messaggio che sarebbe rimasto a letto per tutto il pomeriggio. Alla sera però, poco prima delle otto, gli aveva chiesto di affacciarsi.

Roberto riavvolse la tapparella e aprì la portafinestra del terrazzo: di fronte a lui Federico, due passi indietro rispetto alla finestra, lo guardava da dentro la stanza, nudo. Lo invitò con un gesto a fare lo stesso, così Roberto, vinto l’imbarazzo, indietreggiò verso il soggiorno e, spente le luci, lo seguì. Avevano così inventato quel modo nuovo di fare l’amore, di toccarsi senza nemmeno essere nello stesso posto. E gli occhi erano diventati mani. Gli scrisse ancora, quella notte: “Questa tosse non mi abbandona, non avrei dovuto aprire la finestra. Già mi manchi, professore”

L’indomani, nessun segno di lui. Roberto gli scrisse più volte, inviandogli un saggio su Rilke che aveva scritto anni prima, poi un brano che avrebbe voluto ascoltasse. Nessuna risposta. Pranzò in terrazzo e attese fino alle diciotto: niente.

Il giorno dopo ancora nulla, Roberto cominciò a preoccuparsi. Passò quasi tutto il giorno fuori a guardare quella finestra, finché qualcuno non la aprì. Non era lui, era una ragazza bionda dal viso simpatico. Lo guardò con aria interrogativa e Roberto le spiegò.

Lo avevano portato via, gli disse, i sintomi erano peggiorati e la mattina prima erano arrivati in quattro, con le tute e le maschere, per fargli un test. Era positivo. Ancora non avevano avuto notizie, ma lei e il suo compagno gli avrebbero fatto sapere qualcosa non appena qualcuno si fosse fatto vivo. Si erano scambiati i numeri, poi ognuno era rientrato in casa.

Andò a prendere le sigarette dal mobile all’ingresso e ne accese una. La fumò fino ad arrivare al filtro, in piedi, di fronte alla finestra chiusa.

L’indomani mattina il telefono era pieno di notifiche: era lui. Si era ripreso ed era stazionario, dicevano, poteva di nuovo comunicare col mondo fuori. Si era scusato per l’assenza e Roberto aveva pianto. Non gli succedeva da chissà quanto.

Per le due settimane a seguire non fece altro che scrivergli, comprargli degli e-book che poi gli mandava via mail, a volte si sentivano per brevi chiamate. I suoni che venivano dell’ospedale erano orribili e per coprirli Federico alzava la voce, quella voce che gli aveva scombinato i giorni di quella nuova routine. Oltre alle canzoni, le telefonate e gli abbracci virtuali, erano le promesse a riempire gli spazi delle loro giornate: un weekend al mare, i musei della città, un viaggio a Londra. Insieme, facevano i piani per un “dopo” comune. Il tempo passava, fuori tutto era fermo, il silenzio era rotto soltanto dalle camionette della polizia che, con gli altoparlanti, intimavano ai cittadini di restare a casa.

Era praticamente estate, dopo quelle lunghe settimane, la natura era scoppiata e la città aveva già cambiato vestito. Dopo tutto quel tempo i colori quasi lo accecarono.

Aveva comprato un mazzo enorme di gigli, chi se ne importa se sono i fiori dei morti, aveva detto al fioraio, sono quelli più profumati. Fuori dall’ospedale, a fargli compagnia, una decina di persone in attesa. Tutti quegli occhi brillavano di speranza e quell’energia lo commosse. Stavano ancora tutti ben distanti l’uno dall’altro, quegli uomini e quelle donne, eppure stare nello stesso posto in quello stesso momento equivaleva ad una festa del “mondo di prima”.

Federico arrivò poco dopo, un po` pallido e dimagrito. Si muoveva piano, ma i suoi occhi avevano mantenuto tutta la vita che gli aveva visto addosso la prima volta. “Che ci fai qui?” Gli chiese sorridendogli. “Sono venuto a prenderti, andiamo?” Rispose lui, sfiorandogli una mano.

Federico lo fermò “Roberto, io devo andare. Ti ringrazio, ti ringrazio per tutto. Ma io devo tornare a casa, alla mia vita.. c’è qualcuno che mi aspetta. Insieme, riusciremo finalmente ad andare per il Mondo.”

Roberto rimase immobile, non riusciva a capire. “Ma allora che senso ha? Che cos’abbiamo fatto, per tutto questo tempo? Ed io? Che cosa sono stato?”

“Un buon motivo, Roberto. Sei stato un buon motivo per affacciarmi alla finestra, ogni giorno. E dopo sei stato un motivo ancora più buono, per farmi stare sveglio. Mi hai aiutato a combattere, a distrarmi e per questo ti sono estremamente grato. Ma io adesso devo andare.”

Tornato a casa, Roberto corse a prendere, d’istinto, il pacchetto di sigarette. Ne prese una tra le mani, ci giocò facendola girare con le dita e poi la spezzò. Buttò via il pacchetto e andò in soggiorno, si lasciò sprofondare sulla poltrona. “Un buon motivo”, si ripetè sorridendo.

Andò verso il balcone e spalancò la portafinestra, erano le sei e di lì a poco sarebbe arrivato il buio. Uscì e si sedette sul davanzale, qualche vicino dai balconi accanto stava innaffiando le piante, alcuni stavano brindando alla finestra. Una musica partì dalla finestra di fronte, che era rimasta chiusa. “Un buon motivo”, urlò Roberto, con tutta la voce che aveva. I vicini si girarono a guardarlo. Rise tra sé e sé e, dopo averli salutati con un gesto della mano, tornò dentro casa. Ripensò a quel ragazzo, alla loro piccola storia inutile, e si diresse in camera da letto, dove avrebbe preparato la valigia: l’indomani lo aspettava il mare.

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Federico Baccomo ha votato il racconto

Scuola

Come si dice, i gusti sono gusti, e per questo racconto, piuttosto che dettagli tecnici (che, anche loro, son poi spesso soggettivi), mi vorrei ritagliare un commento calibrato sui miei gusti: non amo troppo la piena circolarità, quando un racconto si apre e si chiude con grande precisione. Tizio è avaro e nel giro di 2000 battute diventa generoso; tizio è impaurito e diventa coraggioso; tizio è chiuso e diventa aperto. Il cuore della narrazione non è la soluzione (in questo caso il grido liberatorio, l’andare al mare) a un problema dichiarato (in modo didascalico: “Devi lasciarti andare, sei troppo chiuso, troppo abitudinario! Hai quarantaquattro anni, Roberto, se non ti alleggerisci adesso non lo farai più!”); il cuore è proprio il problema, è su quello che andrei a concentrarmi. (E, in questo senso, allora attenzione: quando Federico si spoglia nudo e Roberto lo segue un secondo dopo, in questo momento lui ha già risolto il problema, senza esitazioni si è buttato, ha gettato alle ortiche l’abitudinarietà, il racconto finisce per essere già – forse sbadatamente – risolto.)Segnala il commento

Commenti degli utenti

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ipa ha votato il racconto

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Ellerrepi ha votato il racconto

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Lisa M. ha votato il racconto

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Philostrato ha votato il racconto

Scrittore

stile molto bello, dall'andamento leggero ma intenso. Segnala il commento

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mifrari ha votato il racconto

Esordiente

"Un buon motivo" non è poco. Non è stata inutile quella storia.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Un po' perplesso dalla reazione finale e da parte del contesto. Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Davvero bravo.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

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bello Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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A. Bibi ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Piuttosto bello: e per il tema, e per la tua scrittura, piana e "tranquilla", apparentemente, che però scandisce bene tempi e umori. La chiusa, forse, è troppo facile. Ma neanche troppo.Segnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
Editor

stile pulito, narrazione scorrevole, bella storia. solo che non si capisce bene come faccia il fioraio a lavorare, 10 persone a stare in attesa, il ragazzo a partire e il professore ad andare al mare nonostante le restrizioni.Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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di lucioaru

Scrittore
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