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Un giorno diverso

Pubblicato il 02/05/2019

Un pomeriggio diverso e raro in un tempo non troppo lontano, forse già presente, in un luogo che potrebbe essere qui.

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Un altro giorno uguale a tutti gli altri in ogni parte di quel mondo. Da troppo tempo le stagioni avevano dimenticato la loro funzione ed erano solo una vecchia parola senza significato, buona per i proverbi, mescolata in una poltiglia di fango secco e sole a picco senza odore, l’inverno dentro la primavera dentro l’estate e dentro l’autunno come bamboline russe, ma di un unico disperato colore. Senza distinzione. Un pomeriggio piatto di piccoli gesti nervosi per scacciare gli insetti curiosi dai pozzi mezzi vuoti dei bicchieri, di pagine frustate ritmicamente ad evocare un’aria inesistente, di piccoli e vani sbuffi di vento dalle labbra rinsecchite.

Eppure era un giorno diverso. Ugualmente diverso come raramente accadeva in qualche angolo del pianeta. Me ne stavo seduto sotto la veranda di un bar cigolante di vecchie travi a guardare la strada e il suo misero movimento, spettatore e comparsa di un patetico film d’essai, affascinante e noioso come nella TV di quelle notti rumorose che non portano il sonno, immobile e vigile cercando di cogliere quei piccoli particolari nella fissità del pomeriggio che mi causavano la scomoda sensazione di ansia e prurito.

E in un attimo imprecisato accadde. Un momento sempre troppo breve e sfuggente rispetto alle ore, giorni, settimane di straziante attesa. Le nubi velocemente si addensarono, un esercito chiamato a raccolta dallo squillare delle continue preghiere. E subito dopo il cigolio di un’anta socchiusa. Un timido rombo di risposta. Occhi affacciati nell’oscurità. Un lampo di conferma. Una mano. Una goccia. Dei passi. Altre gocce. Ed altre ancora, in file disordinate, fino a perdere il conto. E in un crescendo di movimento verticale ed orizzontale il mio film si animava. Al suono di tamburi di cielo e cembali di grondaie, violini di porte e cascate di note stillate sul piano della terra, assistetti al più incredibile, rumoroso, disperato e frenetico spettacolo che la vita potesse offrirmi.

Una moltitudine di fantasmi si riversò per le strade, vomitati da case e baracche troppo stanche e disgustate per poterli trattenere. Madonne dal capo reclinato, uomini dallo sguardo combattivo come serpenti in amore, vecchi zoppicanti e catarrosi di bestemmie, angeli bambini con il cuore fuggiasco dalle bocche spalancate. E rotolando verso la strada, questi fantasmi acquistavano una nuova consistenza al contatto con la pioggia, perdevano a poco a poco la polverosa trasparenza di fantasmi e acquistavano nuovi e soliti colori, i colori della vita. Ritornavano dal deserto dei morti.

E in questa umanità caotica, in questa sorta di diluvio universale al contrario, dove gli animali si gettano dall’arca verso la pioggia promessa, ognuno aveva il suo graal da riempire con quel vino miracoloso: i più fortunati trascinavano vecchi bidoni di latta arrugginiti che producevano un suono simile al tuono, solo più patetico, un suono che in tempi antichi aveva spaventato e tenuto in pugno il mondo, un suono di guerra, di fame, di morte. Qualcuno aveva latte più piccole ma non meno arrugginite, e contenitori di plastica di ogni forma che tenevano sulla testa e sulle braccia in bilico, immobili come figuranti nelle piazze dei giorni di festa. Altri non avevano niente, perché anche tra chi non ha niente c’è sempre qualcuno che ha di meno, e allora si spogliavano nudi ed esponevano alla possibilità di salvezza quei quattro stracci sporchi che erano la loro coperta e la loro casa, e qualunque altra cosa che potesse trattenere o rallentare la folle corsa di quella pioggia suicida. E tutti fermi, fissi a bocca aperta in un disperato grido muto verso il cielo, madonne piangenti, guerrieri sconfitti, vecchi morenti e bambini crudeli, tutti sospesi nel tempo in quel presepe d’orrore e speranza.

Non avevo il coraggio di muovermi, affascinato e spaventato da quello spettacolo. La mano serrata sulla penna e un indurimento dei muscoli del viso erano le uniche manifestazioni dell’esplosione che avevo nel cuore e in testa. Soppesavo sulla bilancia degli occhi le lacrime della mia fortuna e dell’amore che sentivo per quelle persone, fantasmi di una vita la cui sola redenzione consisteva nel sollievo di un altro respiro, per poi ricominciare nuovamente in una ruota infernale e impossibile da fermare. Attimo dopo attimo. Respiro dopo respiro.

La tempesta non durò a lungo e l’esercito di nuvole cominciò a ritirarsi frettolosamente e disordinatamente, colpito e bucato dai raggi del sole. Poco a poco le figure immobili iniziarono a muoversi. Lentamente, controvoglia, il lungo risveglio di un paese addormentato da secoli. Guardavo queste figure rallentate riacquistare ad ogni passo la trasparenza e ritornare fantasmi, scomparire miseramente, inghiottiti per chissà quanto tempo ancora nelle viscere delle baracche già bollenti e maleodoranti. Il mio film terminò, con uno sforzo mi scossi e ancora stordito mi alzai e mi inoltrai in quel labirinto. Sul tavolino avevo lasciato una banconota e un bicchiere di vino mezzo pieno.

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