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Autobiografia

Un giro di valzer

Pubblicato il 27/05/2020

Pubblico di nuovo uno dei primi miei testi apparsi su typee. Ho apportato qualche piccola modifica non solo stilistica, ma anche di senso per rendere più chiari i legami che stringono gli eventi, le azioni, le sensazioni, i sentimenti. Spero sia più nitida anche la voce.

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Quando fu deciso che l’ora era giunta, i vermi la stavano già mangiando, dalla parte dell’ano. A niente era servito il carretto che le avevo costruito per camminare; l’infermità era ormai totale, niente la avrebbe riportata a correre. Lei, sdraiata sul fianco, seguiva con lo sguardo ogni movimento del dottore, in silenzio. Continuò a guardare fino a che la siringa fu vuota. Allora chiuse gli occhi.

Non ricordo suono o lamento, solo il sibilo sottile della vanga, in fondo all’orto. Mi nonno aveva preso a scavare, a pochi metri dal tronco del pesco, sotto i rami più bassi, dove la cagna stava sdraiata nei pomeriggi d’estate. La terra era dura, nemmeno una foglia sui rami, il tronco bagnato dal vento di mare. Era febbraio.

Lui malediceva in silenzio la terra ghiacciata, i sassi, i rami nudi del pesco che gli graffiavano la faccia.
Poi versò la calce, il sacco con la carcassa della cagna ormai rigida, e ancora altra calce. Al momento di ricoprire la buca si era fatto buio e a stento riuscivo a vedere i suoi occhi; la bocca tesa in una smorfia che piegava all’ingiù anche il baffetto leggero. Non era dolore, non era pianto; era la fatica della vita e della morte che gli faceva grondare la fronte. E quel sudore lui asciugava muto con il fazzoletto di cotone bordato di blu.

Io lo ricordo con quel fazzoletto sempre a portata di mano, sfoderato dalla tasca in qualsiasi occasione; quel fazzoletto candido con le righe di una stiratura perfetta, che passava veloce sui baffi, la fronte, gli occhi accaldati e tornava a nascondere in tasca come una magia, ripiegandolo furtivo sulle medesime righe della stiratura.

La stessa identica mossa l’aveva fatta tornando a sedere vicino alla moglie il giorno delle nozze d’oro, dopo il suo valzer con me.

Mi aveva invitato con l’inchino, aveva preso le misure del passo incerto sui miei primi tacchi e poi aveva cominciato a girare, ridendo sotto il baffetto lieve. L’orchestra pompava l’unduetrè, la pista improvvisata fra i tavoli si era fatta vuota. Io rossa per l’orgoglio lui per il vino, ci tenevamo stretti; lui aggrappato alla mia gioventù, io alla sua spalla robusta.

Né l’una né l’altra ci servirono quella volta: nel vortice perdemmo il senso, il verso, l’equilibrio e il nostro valzer finì tra le braccia del cameriere, sul suo vassoio di bicchieri. Fu lì che apparve il fazzoletto candido: lo vidi pulire le gocce di spumante dal mio vestito e poi rinfrescare il baffetto sorridente.

Come sempre non riuscii a vedere la magia di quelle pieghe che si componevano di nuovo in un quadrato perfetto; avevo lo sguardo incollato sui suoi occhi, che ridevano come non lo avevo mai visto ridere e mi guardavano come nessuno mi aveva guardato mai: una donna, la sua complice.

Tutti dicevano che avesse un debole per me; quando fu ricoverato dicevano che mandavo in tilt le macchine della rianimazione se andavo a fargli visita e nessuno della famiglia voleva più vedermi in quel reparto.

Quando il suo cuore si spaccò in due, però, io non c’ero.
Lui era solo a guardare la primavera fuori dalla finestra, convinto di arrivare per tempo a raccogliere le pesche del suo frutteto. Soltanto una pianta era seccata, quella dove la cagna era solita sdraiarsi all’ombra, a far niente. Bisognava sostituirla con una nuova che crescesse in fretta. Quella, là sotto, meritava ancora quell’ombra.

In seguito, nessuno ne fece più niente di quello spuntone d’albero sfigurato e nemmeno del resto del frutteto.

Adesso quel pezzo di terra è un intrigo di rovi e tronchi marci caduti tra i sassi. La cagna, o quello che resta, deve essere ancora là sotto, ma chi sa dove: sono passati troppi anni per tenerne memoria; troppi anche per mio nonno che, sfrattato da un giorno all’altro dal suo marmo discreto, ha dovuto rinunciare al suo riposo in pace.

Pare si debba fare spazio ai nuovi morti e chi è già stato pianto abbastanza deve inevitabilmente ritirarsi in buon ordine. Troppo vecchio quel cuore spezzato anche per la celletta di un metro quadro, ora utile per fiori, lapidi e dolore di lacrime fresche.

Con gli occhi asciutti ho guardato per l’ultima volta il suo sorriso accondiscendente sulla fotoceramica sbiadita e ho fatto spazio al becchino e alla sua vanga. Per liberarlo nell’aria ci sono voluti comunque 1.250 euro per il Comune e cinque firme su documenti prestampati.

Sulle note di un valzer antico, ancora una volta come quella volta, l’ho visto girare e girare, nell’equilibrio instabile del vento di mare, che non sai mai dove ti porta. Poi all’improvviso il vortice delle ceneri è collassato sui sassi.

Nessun fazzoletto è apparso a ripulire la scena; nessuna magia ha cancellato la traccia di un gesto così definitivo da non avere rimedio. Questa volta le pieghe di quel ricordo sono rimaste scomposte, cotone troppo stropicciato per tornare in una tasca come se niente fosse.

Riesco a intravvedere lontano un cane che abbaia, un vecchio che lo richiama con un fischio silenzioso. Entrambi lasciano orme che non fanno rumore; solo un sibilo sottile, come di acufene.

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Federico Baccomo ha votato il racconto

Scuola

Il racconto ha spunti e immagini interessanti, raccontati con una lingua che, pur con qualche incrinatura, si tiene all’altezza del tema. Tuttavia, c’è qualcosa che alle mie orecchie stona: un’ambiguità nel rapporto tra nonno e nipote che temo non sia voluta. Si dice che gli occhi di lui “mi guardavano come nessuno mi aveva guardato mai: una donna, la sua complice. Tutti dicevano che avesse un debole per me; quando fu ricoverato dicevano che mandavo in tilt le macchine della rianimazione se andavo a fargli visita e nessuno della famiglia voleva più vedermi in quel reparto.” Se non fosse il nonno si penserebbe a qualcosa di diverso da un semplice affetto. Vorrei capire meglio, il che non vuol dire che l’ambiguità in un testo sia negativa, il contrario semmai, ma deve essere controllata. È giusto liquidare un sentimento così importante, che è il nucleo del racconto, con parole come “aveva un debole”?Segnala il commento

Commenti degli utenti

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Bruno Leri ha votato il racconto

Esordiente

Racconto di una commovente, struggente tenerezza. Stupendo.Segnala il commento

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Cristina Z. ha votato il racconto

Esordiente

Dove sei riuscita a portarmi con questo pezzo? Giravo e giravo, proprio come quel valzer, tra una sequenza e l'altra, come se le scene non fossero nemmeno collegate tra loro e invece... Tutto perfettamente costruito, incastrato, sorretto da immagini ed emozioni vivide. Ottimo!Segnala il commento

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Laure h ha votato il racconto

Esordiente
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unacatastrofe ha votato il racconto

Esordiente

"Io rossa per l’orgoglio lui per il vino, ci tenevamo stretti; lui aggrappato alla mia gioventù, io alla sua spalla robusta" è bellissima. Altrettanto belli alcuni dettagli: il fazzoletto, il valzer. Che tenerezza, mi si è stretto un po' il cuore.Segnala il commento

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Bianca F ha votato il racconto

Esordiente
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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Un incipit fulminante. Uno sviluppo ad alto tasso emotivo. Un finale spettrale. Poe avrebbe dato il visto si stampi Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Quanta tenerezza in quel "Mi aveva invitato con l'inchino...lui aggrappato alla mia gioventù, io alla sua spalla robusta". Il resto, esprime il chiaro bisogno di essere amati e sentirsi "speciali" per qualcuno, almeno una volta nella vita.Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Brava! Solo chi conosce la complicità che si può creare tra nonno e nipote conosce la profondità di certi sentimenti, che non hanno bisogno di ulteriore spiegazione, ma stanno nella natura profonda che lega le radici all'albero e attraverso quello, ai suoi frutti.Segnala il commento

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Valentinacomesai ha votato il racconto

Scrittore

1250 euro è perfettoSegnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Racconti la morte in modo lieve, l’accetti per quello che è, qualcosa di inevitabile. C’è tanto amore nel descrivere la figura del nonno, e una serie di dettagli che arricchiscono la narrazione. Un gran bel giro di valzer.Segnala il commento

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Pier Giuseppe Politi ha votato il racconto

Esordiente

Ricchezza di spunti per altri racconti . scrittura piacevole.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Roberta ha votato il racconto

Scrittore
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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Annalena ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Non avevo letto la precedente versione, ma questa mi piace molto. Tutto il tessuto è tenuto insieme da qual fazzoletto, dalla sua grazia antica che ormai è andata perduta. Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Zeta Reader ha votato il racconto

Scrittore

un ballo che coinvolge, con dettagli molto efficaci secondo me. mi ha colpito il passaggio dalla sepoltura a terra del cane già in decomposizione allo spagimento delle ceneri del nonno, quasi un volo :)Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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di Roberta Spagnoli

Scrittore
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