Voglio farti uscire da questi pensieri indecenti prima che tu fugga da loro. Se lo farai mai.

Ti farò uscire per dimostrarti che la febbre che m’ustiona è solo colpa tua, nel tentativo vano di convincermi che abbia un senso farlo, e che sia davvero così.

Ma alla fine, non importa.

Ti tirerò fuori questa notte.

Farò sì che mi t’incarni davanti, così da accarezzarti la fronte e gli occhi. Così da fare d'un bacio l'unico mai dato e della nuca e il collo carne da sospiro; dei seni un parco giochi per le labbra. Così da ripercorrere golosamente quei sapori già gustati, ma non a sazietà, riempiendoli della stessa meraviglia di quando li scoprii: quella del primo zucchero filato da bambino.

Con la stessa vorace innocenza, la mia lingua morbida di te e delle tue fragranze non lascerebbe al disonore della siccità nemmeno un solco di quella pelle diafana: proprio mentre s’increspa del gelo rovente che si fa largo su di lei, con un docile assalto umido incalzerei queste piccole truppe ghiacciate quando indugiassero ad un improvvido segnale di ritirata o a una cautela momentanea, inseguendoli al momento della carica, fino alle mete più imprudenti. Più impudenti.

Non sarei io, ma loro, i piccoli soldati dei tuoi sensi, a condurmi attraverso ogni più piccola asperità di quel tuo manto candido, verso la conquista di nuovi rossori; e fra le gocce ballerei con loro in questa strana danza spudorata fino a mescolarle con le tue, infradicendomi la bocca del desiderio che in te, lo so, esiste ancora.

La bocca, sì. Assetata d’una sorgente che fu mia. E dita, smaniose dei tuoi versi. Ed altra pelle tesa che ti brama. Tesa in questi stessi lombi in fiamme, in questo subbuglio di vasi sanguigni che senza quei respiri non sarebbe mai.

E sono qui, ora, ad inabissarmi in te, stremando le mie forze in tutta la veemenza concessa dalle reni e dall’impresa del dominio: in rude affondo e in docile blandizia.

Sono qui ad amare. Accompagnandoti piano in un oceano dolce, nell’inquieta e impareggiabile melodia di due corpi nati per incontrarsi, anche solo per uno sguardo affrettato, uno sfiorarsi lieve.

Qui a fottere. A scoparti il fondo. Nel sibilo e nell’urlo che compaiono solo quando l’ossigeno è risucchiato dalle viscere prima che arrivi alle cervici; quando del centro del giudizio rimane in piedi soltanto una banale antenna ricevente stravolta da un'onda troppo ampia per gestirla, e il resto è solo una poltiglia fuori luogo e tempo, un'insulsa zavorra senza ruolo.

Qui, ora, in un vertice di benefica incoscienza che trascolora il grigio, follia di un qualche disegno ancestrale. Nell'infinito dono che è perdersi ancora, con te, in questa burrasca. E affogare.

E in questa piccola morte, morire e morire, morire… e farlo ancora. Di gioia rinnovata.

Perché dei tuoi gemiti è nuovamente qui, la fonte.

Perché rivivo ora il privilegio di guardare dritto negli occhi del tuo orgasmo: riverbero del mio, nei miei.

Perché sei come strappare dalla mente un’eco luminosa che rimbalzava fra la carne e il cuore.

Ma è giunto il momento di farti rientrare: giusto il tempo del commiato.

E ti saluto. Di nuovo.

Scrutando per l’ultima volta in calce al paradiso che porti con te.

Mentre sento, immediato, l’inferno che resta.

Qui. Come infilzato nel ventre e poco sotto.

Un monito scomodo.

Vergogna e fierezza di quel che hai lasciato in me.

A meridione del resto.



L. L.