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Fantastico

Un nano da giardino

Pubblicato il 17/02/2019

Una villa fatiscente, ormai in abbandono. Un nano da giardino vuole salvare il suo amore e sfidare la condanna all'immobilità, forse a costo della sua stessa vita.

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Il vecchio è morto da ormai quasi un anno e stiamo perdendo le speranze, giorno dopo giorno. Dei pochi possibili acquirenti che si sono aggirati per questo giardino e tra le grandi stanze ormai fredde, nessuno è poi tornato una seconda volta.

Ora le ragnatele si stanno impadronendo delle stanze e i rovi stanno soffocando il giardino. Noi stessi, qui, a custodia del parco, perdiamo vigore e per la prima volta sentiamo la nostalgia della morte, che ci è negata. Pietre condannate a una vita eterna.

Io poi mi dispero ogni giorno di più, tanto più ora che la siepe è cresciuta in volute selvagge, che mi coprono la vista di lei. Ma continuo ad amarla, forse più disperatamente di allora, quando il giardino viveva e noi con lui, quando lei non mi considerava affatto, forse per la mia giovane età, per il mio silenzio, per il mio aspetto deforme e sproporzionato, ma io potevo comunque ammirarla risplendere nel suo sorriso luminoso, nel profumo dei fiori. Da quando il padrone è morto, però, lo sguardo di lei si è spento, poco a poco si è fatto vuoto e stanco finché, alcuni giorni fa, le sue palpebre si sono chiuse, come per non sostenere più la vista di questo disordine, di questa desolazione. E la sua pelle levigata si è fatta opaca e rugosa e ora crepa in piccolissime fessure e briciola a briciola presto si sfalderà. Come noi, come me. Vorrei lottare contro questo ramo di edera che mi ha avvolto il braccio e cerca di imprigionarmi qui, nano da giardino, in mondo senza più ordine e bellezza: secca la fontana, sfatte le aiuole, azzoppati i sentieri tra l’erba gialla.

Sapevo di poter fare qualcosa, l’ho sempre saputo; ma il prezzo è altissimo e l’attesa di una salvezza che venisse da fuori era più facile, ogni istante sperata e disperata subito dopo.

Finché tre giorni fa mi sono deciso. Ho mosso il mio piede corto, affondato nella terra nera, ho scosso la ghiaia, inclinandolo piano, che mi sembravano passati secoli dall’ultima volta, e poi ho fatto il primo passo. Per un nano da giardino disubbidire al vincolo dell’immobilità significa perdere un pezzo di pietra al giorno, significa in poche settimane frantumarsi e disfarsi in mucchio di sassi informi e senza bellezza. Ma lei sta morendo con questo giardino e dunque che altro avrei potuto fare? Devo ricostituirlo per lei: potare le siepi, dare nuova aria alle rose. Forse la bellezza le riaprirà lo sguardo, forse allora, finalmente, mi vedrà.

La prima notte ho lavorato lento: le braccia e le gambe non rispondevano bene dopo la lunga immobilità, la mia altezza faceva di ogni siepe un massiccio da scalare, e mi incastravo continuamente tra i rovi. Ma ci ho dato dentro e ho liberato le rose e falciato il prato. Mi sono fermato che già albeggiava, accanto a lei, distrutto dalla stanchezza.

Biancaneve non ha aperto gli occhi, ma la linea della sua bocca, dipinta di un rosso ormai sbiadito, mi pareva più morbida e serena. Mi sono addormentato e al risveglio la mia mano destra era a terra, in frantumi. Proprio la mano! Avrei voluto avere lacrime in quel momento, ma sono solo un nano di pietra. Un cucciolo di nano di pietra.

La seconda notte, con la mano rimasta, ho strappato le erbacce e fatto un piccolo falò di ortiche dentro la fontana spenta. Poi ho preso la cazzuola dal capannone, ho scavato piccoli nidi per i bulbi e ce li ho posati dentro, piano. L’ultimo l’ho piantato ai piedi di Biancaneve, perché possa sentirne il profumo con la brezza del mattino. Poi ho dormito ancora e al risveglio ho trovato questa frana all’altezza del ventre: un buco nella pancia fino al livello del cuore. Dovrei fermarmi, lo so. Ma il mio amore ancora non le ha riaperto gli occhi.

Ieri notte, infine, una luna piena, stranita e lontana, ha illuminato i miei sforzi e imbiancato il mio corpo duro e rotto: ho osato sfiorarla, ho strappato i tralci spinosi che le offuscavano il volto e ho appoggiato la mia schiena alla sua, ho posato piano la mia testa senza capelli ai suoi riccioli neri.

Stamattina ho provato ad aprire gli occhi, ma non riuscivo a muovere le palpebre; con terrore mi sono toccato il volto e le dita della mia mano superstite sono affondate nella pietra: buchi gli occhi e frantumi le grandi orecchie di cui tanto avevo vergogna un tempo. Non avrei più potuto vedere la sua salvezza, se anche il miracolo si fosse compiuto. Né udire più il suo canto. Poi ho avvertito qualcosa, come uno sfrigolio, proprio all’altezza delle scapole. Un brivido rugoso e dolce a un tempo, che mi attraversava il corpo come una crepa. Ed è stato allora che ho riconosciuto le sue mani, le mani di Biancaneve sulla mia schiena: nuvole, bambagia, carezze. E mentre quell’abbraccio finalmente si avverava, i pezzi del mio corpo si staccavano, brano a brano, scaglia a scaglia, frantumandosi al suolo. Mi disfacevo e tornavo a essere ghiaia, sabbia, polvere che la brezza avrebbe fatto volteggiare nell’aria sopra al giardino rinato. Addio, Biancaneve. Addio.

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Giata ha votato il racconto

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Superfrancy ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Racconto pieno di poesia, mi hai davvero emozionata. Trovo che sia anche ben descritto, in una forma ricca ma scorrevoleSegnala il commento

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Dalcapa ha votato il racconto

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Immagini molto belle. Racconto malinconico. Scrittura a volte un po' poco incisiva, ma molto dolce... Alla fine riesce a emozionare.Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Bello!Segnala il commento

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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di Elisabetta Condò

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