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Noir

Un posticino tranquillo

Pubblicato il 25/07/2020

Una pioggia leggera bagnava il parabrezza e si riuniva in svogliati rigagnoli...

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Una pioggia leggera bagnava il parabrezza e si riuniva in svogliati rigagnoli. Fuori, buio e nebbia. Lampi in lontananza rischiaravano l’abitacolo. Alice azionò il tergicristallo.

- Tanto siamo fermi – borbottò Leo e, inarcandosi sul sedile, tirò su i pantaloni.

- Non te la prendere, Leo, succede.

- Succede – disse lui, con una smorfia.

- Pensavi a quello che è successo alle ragazze?

Annuì stancamente. Alice gli prese la testa tra le mani e gli stampò un bacio da togliere il fiato.

Poi, scostate le labbra, disse: - Vedrai che lo troviamo un posticino tranquillo.

Un posticino tranquillo. - pensò Alice - Dopo due omicidi così, è normale che la gente abbia paura. Le coppie non devono appartarsi in auto, le ragazze è bene non escano da sole, è giusto che le mamme siano protettive. Ognuno si guarda attorno, con sospetto, e fa mille congetture. Certe volte mi viene da pensare… no…

- A cosa pensi, Alice?

- A cosa penso? Al nostro posticino tranquillo.


Da quando Alice aveva conosciuto Leo nelle aule dell’università e da quando si erano incontrati per caso in biblioteca e Leo aveva buttato lì di andare una sera a prendere una birra in un certo pub, e lei, con un misto di ritrosia e curiosità, aveva accettato; da quando avevano iniziato a frequentarsi con regolarità e qualcosa di elettrico serpeggiava tra di loro; da quando si erano messi insieme durante una passeggiata sotto un fantastico chiaro di luna; da quando il bisogno di vedersi, parlarsi, toccarsi, si era fatto impellente; da quando ai coinquilini di Alice e Leo, entrambi studenti fuori sede, proprio non era venuto in mente di lasciar loro libero, almeno per una sera, un appartamento; da quando, insomma, si erano svolti questi fatti, il bisogno di intimità era diventato incontenibile.

E’ l’attesa - rimuginava Alice – di una cosa che desideri più di ogni altra e che, quando ti sembra a portata di mano, si allontana. E i fatti terribili delle due ragazze accoltellate. Non ci posso pensare. Un maniaco invisibile, che si libra nell’aria e come un uccello rapace si posa dove non ti aspetti, pronto a ghermirti con il suo lungo becco. Un posticino tranquillo, ecco quello che ci manca.


- Baita del lupo? – biascicò Alice, leggendo l’etichetta in plastica del portachiavi.

- Si chiama così, che c’è di male? – sospirò Leo, scalando di marcia nel tornante che si inerpicava sulla montagna.

- Sono aggressivi, i lupi, non mi piace il nome. E non mi piace neppure il TUO padrone di casa, faccia da maiale e fisico da orco. Il tipico maniaco.

Lanciò il mazzo di chiavi sul cruscotto.

- Ti sbagli, Ali, vai avanti a pregiudizi. E’ una brava persona, un po’ strana, è vero, ma gentile.

- Viscida.

- Ma va’. E poi dove la ritroviamo un’occasione così: una baita di montagna tutta per noi, al solo prezzo di dover tagliare un po’ di prato? Vuoi smetterla di farti paranoie? Ti amo, Ali, lo sai.

- Anch’io ti amo – ripeté Alice, ma senza slancio.

Era un sabato pomeriggio di primavera inoltrata e l’odore di erba tagliata e di aghi di pino entrava dal finestrino insieme al vento, l’aria si faceva fine, la luce del giorno declinava.

Dopo poco la strada biforcava.

Un vecchio sedeva su una panca davanti a una casa. Leo accostò, si fermò e buttò giù il vetro.

- Scusi, sa dov’è la baita del lupo?

Era un vecchio rugoso, che aveva negli occhi una fissità indecifrabile. Teneva le mani nelle tasche dei pantaloni consunti.

- Ha mica sentito parlare della baita del lupo?

Il vecchio era immobile, lo sguardo perso nel vuoto.

- Lascialo perdere – bisbigliò Alice – non lo vedi che non è normale?

Leo insisté: - Conosce per caso la direzione per andare alla baita del lupo?

Il vecchio si riscosse come da un sogno: - Maledetta baita. Non passerò più di lì. Non dovete andarci. E’ dannata, troppe cose sono successe.

Alice tirò Leo per la manica della camicia.

- Torniamo indietro, te lo avevo detto.

- Puoi stare zitta? – poi, rivolto all’uomo: - Scusi, conosce la strada?

- Leo.

- Per di là, urlò il vecchio – I suoi occhi erano aghi di fuoco che schizzavano dalla faccia grinzosa.

- Per di là dove? a destra? a sinistra? non ho capito.

Alice implorava di andare via.

Il vecchio, in uno scatto d’ira, tirò fuori la mano destra dalla tasca. Era una mano mutilata, una mezza mano: pollice e indice erano stati tranciati di netto.

- A destra – urlò il vecchio.

Anche Alice strillò. Leo ripartì lentamente.

- O torni indietro o scendo.

- Da queste parti molti lavorano nelle segherie – sentenziò Leo, poi, poggiatale una mano sul ginocchio: - E’ la nostra occasione, Ali, non dobbiamo lasciarcela sfuggire. Non vorrai credere a un vecchio pazzo?

Alice detestava i toni mielosi che lui usava per convincerla, ma si morse il labbro per non rispondere.

La strada si faceva stretta e dissestata. Superarono un dosso. Al di là si apriva un pascolo. Alcune mucche invadevano la strada. Leo frenò bruscamente.

- Ci mancava solo questo – sospirò Alice.

Uscì dall’auto e, sbracciandosi, scacciava le mucche: via, sciò. Campanacci che risuonavano nel vuoto. Un paio di mucche si allontanarono di controvoglia. Solo una rimase ferma nel mezzo della strada. Lo sguardo di Alice e gli occhi acquosi e languidi della mucca si incontrarono. Avevano un non so che di umano, un qualcosa in cui era disciolta una infinita tristezza, senza speranza. Alice rabbrividì e non riuscì a sostenere lo sguardo. Infine, anche l’ultima mucca, chinato il muso, si allontanò. Turbata, tornò in auto, sbattendo lo sportello. Sguardi. Cupo silenzio. L’auto arrancava nella polvere e nel crepuscolo.

Arrivarono alla baita. Aveva l’aria trasandata, come se non fosse abitata da tempo. La targa Baita del lupo, un tempo graziosa, era sbiadita, la vernice degli scuri delle finestre scrostata in più punti. Sulla sinistra, al di là della staccionata, spuntava dalla sterpaglia un mazzo di cardi spinosi, dai fiori violetti in cima a lunghi steli. Un colpo di vento li fece ondeggiare e ad Alice sembrò che confabulassero tra di loro: tornate indietro ragazzi, tornate indietro, finché siete in tempo.

Leo girò le chiavi nella toppa e la porta si aprì cigolando. Senza timore infilò dentro e scomparve nel buio. Alice si arrestò sulla soglia. A tastoni, Leo andò in cerca del contatore. Urtò qualcosa e imprecò. Si decise ad accendere la torcia del cellulare e una fredda luce lo avvolse gettando ombre inquiete. Finalmente trovò il contatore e la stanza si illuminò. Alice si fece coraggio ed entrò. L’ambiente era arredato con una certa pretesa, ma appariva datato: un paralume rosso spargeva una luce pastosa, una poltrona di velluto porpora troneggiava al centro, stucchevoli quadretti alle pareti, il caminetto conservava la cenere di chissà quale fuoco.

- Finalmente siamo arrivati – disse Leo e l’abbracciò.

Alice si abbandonò a quell’abbraccio, ma sentiva il male incombere, come una coperta calata sulle loro teste da mani invisibili. Solo in Leo trovava protezione.

Esplorarono la piccola baita. Dal soggiorno si accedeva al disimpegno da cui si apriva la camera con il copriletto rosso e con un antiquato cassettone a specchio. Si affacciarono sulla cucina e sul bagnetto. Una ripida scala conduceva alla camera a mansarda e, dalla stessa scala, si scendeva nella cantina, colma di ogni genere di suppellettili. L’odore di umido e di chiuso prendeva alle narici. Leo scrutò tra i mobili. Polvere e ragnatele. Una porta rustica conduceva all’esterno. Alice ne controllò la chiusura e la solidità.

Per cena avevano portato prosciutto e melone. Leo li poggiò sul tavolo e, con un lungo coltello appuntito, apparso da un cassetto, incise la forte scorza del popone. La lama penetrò nella polpa, in profondità, e dal frutto maturo sgorgava il succo che si spargeva sul tavolo. Incurante, continuava con mani vigorose a guidare il coltello su e giù nella polpa e il succo continuava a fluire, mentre Alice guardava e si riempiva di orrore.

Dopo cena uscirono nella sopraggiunta oscurità. Spilli di ghiaccio bucavano il cobalto del cielo. Ovunque regnava il silenzio. In fondo alla vallata tremavano dei lumi, e Alice pensò che lì scorreva la vita, mentre sulla baita alitava il mostro. Provò un brivido e si strinse le braccia al petto. Leo le passò dolcemente un braccio sulla spalla.

- Hai freddo?

- Ho freddo.

In altri momenti avrebbe abbandonato la testa sulla sua spalla, ma adesso non era nello stato d’animo adatto. 

In quell’istante intravide un’auto parcheggiata due curve più a valle.

- La vedi quell’auto? C’era prima?

- Mi sembra di sì.

- Non lo sai, in realtà. Sei un bugiardo.

Si scrollò il braccio dalla spalla. Leo le chiese cosa le fosse preso, qual era il motivo di tanta paura. Con gli occhi fissi sui lumini, Alice ripassò gli episodi del giorno: il vecchio pazzo, la mucca in mezzo di strada, il mazzo di cardi, il coltello che affettava il melone. Forse Leo ha ragione, pensò, ma una tetraggine la perseguitava e corse avanti, verso la baita, con Leo che la seguiva chiedendo spiegazioni. Rientrarono in casa.

Un fuoco avrebbe tolto quella vaga sensazione di umido e freddo. Leo pulì il camino e uscì per prendere della nuova legna nel capanno. Alice sbarrò la porta. Le cadde lo sguardo su una cornice rossa sulla mensola del camino. Dentro, una foto slavata. Accoccolato tra le braccia della mamma, un bambino di sei-sette anni, imbronciato, ma la faccia era quella: tonda, occhi piccoli e inespressivi. I lineamenti da maiale già prendevano forma. Era come se un braccio spuntasse dalla foto e una mano la stringesse al collo.

Tutta l’attesa accumulata, pronta a sbocciare in una serata intima, si era dissolta nell’attesa di un qualcosa di terribile. Era come una scheggia che le si fosse conficcata nella testa: la baita del lupo, ecco, si era cacciata dentro la tana del lupo.

Sentì bussare ma non aprì e rimase immobile, puntellando la porta.

- Sono io, Ali, apri – la voce era inconfondibile.

Leo entrò sorridendo con una bracciata di legna ben tagliata. Il caminetto tirava che era una meraviglia, la legna si consumava tra guizzi di luce e scoppiettii. Leo spense la luce e lunghe ombre si disegnarono sul pavimento. Abbracciò Alice e la baciò. Poi, con furia, buttarono i vestiti sulla poltrona rossa. Quando si trovarono di fronte, di nuovo si abbracciarono e i baci e le carezze erano più audaci.

Un rumore come di passi veniva da sopra, dalla mansarda. Ad Alice il cuore batteva come un tamburo. L’eccitazione svanì in un attimo. In fretta si rivestirono. Leo afferrò il coltello del melone.

- Andiamo via – urlò Alice.

Corsero alla macchina. Leo provò a mettere in moto: l’auto non partiva. Girò più volte la chiave, imprecando e maledicendo, niente. Il cigolio si faceva sempre più flebile, finché cessò del tutto.

- L’ha sabotata – piangeva Alice.

Leo le urlò di mettersi al posto di guida mentre lui provava a spingere: niente. Provarono a spingere insieme, ma l’auto, in un piccolo avvallamento, non si spostò di un centimetro. Cercò di tranquillizzarla, disse che non era niente, che era solo colpa della batteria vecchia, che si erano lasciati prendere dal panico. Con cautela rientrarono in casa, ma Leo avanzava puntando davanti a sé il coltello.

Avrebbe ispezionato la mansarda, da dove provenivano i rumori. Alice cercò di trattenerlo, ma le sfuggì. Allora, afferrato l’attizzatoio dal camino e con il cuore in gola, si mise a spalle contro il muro. Dopo un minuto o un secolo Leo rientrò. Niente di strano, disse, ma adesso occorreva controllare bene ogni angolo. Camminando dietro a Leo, entrarono in camera. Alice si trovò davanti allo specchio e si spaventò, ma l’immagine che le restituiva lo specchio opacizzato non era lontana dal suo animo offuscato. Leo controllò sotto il letto e dentro l’armadio.

- Lo vedi? Non c’è nessuno.

Entrarono in cucina e aprirono pure il frigorifero. Si affacciarono sulla soglia del bagno. Tutte le finestre erano sbarrate con gli scuri.

- Adesso controlliamo la cantina.

Con voce stridula Alice lo scongiurò e lo trattenne, ma lui si divincolò e scese le scale. Alice si accasciò per terra, piangente. Le sfuggì di mano l’attizzatoio.

Rumore di oggetti trascinati, con regolarità, senza fretta: senza dubbio era lui che scandagliava. All’improvviso, i rumori si fecero violenti e assordanti, schianti, strepitii. Alice singhiozzava e urlava. Poi fu il silenzio, solo un silenzio mortale. Leo rientrò con la faccia stravolta e la camicia insanguinata.

- L’ho ucciso – disse – prima che uccidesse noi.

Il pianto di Alice si fece convulso. Leo la prese per mano e la trascinò nella cantina. Nel mezzo, in un lago di sangue, giaceva supino il corpo di un uomo, e subito Alice riconobbe la faccia da maiale del padrone di casa. Morto. Inoffensivo. Sconvolta, tra il terrore e lo scampato pericolo, volse lo sguardo verso Leo. Era imbrattato del sangue dell’uomo e aveva una faccia mai conosciuta. Alice poteva attraversare il suo sguardo e penetrare in una cavità misteriosa e terribile. Leo impugnava ancora il coltello macchiato di rosso, che adesso puntava contro di lei.

E, in un attimo, Alice capì che l’orrore era appena iniziato.

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Naoomi ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Fab McCraw ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello, davvero, complimenti!Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Stile impeccabile, gestisci bene la tensione. Il finale e la costruzione però risente di un percorso prevedibile. Riprova cercando un soggetto meno battuto.Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Sei uno dei pochi che scrive dei veri e propri racconti, il cui obbiettivo è di coinvolgere il lettore e inchiodarlo a leggere fino in fondo. Ci riesci anche qui, malgrado la prevedibilità del finale che lasci emergere prima del tempo. Insomma, c’è tutto quel che serve e anche di più, ad esempio, la macchina che non parte è un cliché sfruttatissimo negli horror, l’avrei evitato a priori. Per il resto, la scrittura e l’impostazione sono ottime ma il troppo spiegato azzera la tensione. Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Ottimo.Segnala il commento

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MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

Mi sono ritrovata nei "Quindicimila passi" di Vitaliano Trevisan. Sei riuscito a intrecciare mirabilmente la tensione emanata dallo spazio fisico in quella della spazio mentale, fino a costruire il disorientamento. Anche per il lettore!Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Condivido i pareri precedenti. Il pezzo è scritto molto bene ma la sorpresa finale non è così sorprendente a causa dei troppi indizi lasciati al lettore che fin dall'inizio viene avviato lungo un sentiero già molto battuto che conduce verso una meta non così imprevedibile.Segnala il commento

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Andreasololettore ha votato il racconto

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RoCarver ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Nel momento in cui lui taglia il melone e lei lo guarda con orrore, si capisce che è Leo l'assassino, e si intuisce che è anche lui l'assassino delle coppiette che si appartano. Credo che dovresti mettere meno indizi per non togliere la sorpresa al lettore. Bella tensione, comunque. Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore
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blu ha votato il racconto

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Giorgia Nicolini ha votato il racconto

Esordiente

Il racconto mi è piaciuto molto. È facile immedesimarsi in Alice e vivere con ansia il dramma che accadrà in modo inevitabile. In certi momenti ho compreso che era Leo il pericolo. Che il lupo, travestito da agnello, stava tessendo la sua trama. Ma devo dire che poi ho cominciato a sospettare che il mostro fosse il proprietario della baita. Diciamo che il finale mi pare concluso forse in maniera un po' frettolosa. Non sono riuscita a capire come mai il ragazzo, rientrato dalla cantina dopo aver ucciso l'uomo che si è intrufolato nella loro intimità, è diventato il carnefice.Segnala il commento

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

Scrittore

Il racconto, ampio e articolato, si dispiega in modo equilibrato e riesce a catturare l’attenzione e la partecipazione del lettore. In alcuni momenti lo stile cede il passo ai luoghi comuni. Anche la trama probabilmente si attarda su scene che fanno parte del “già visto” fornendo troppi elementi in grado di smontare la tensione che la storia meriterebbe.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Una bella tensione. Forse, omettendo alcuni particolari troppo espliciti, saremmo più sorpresi dagli eventi. Voglio dire che io avrei messo meno indizi, ecco, ma naturalmente sono scelte.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Il paralume rosso, il copriletto e la cornice sulla mensola dello stesso colore, il succo del popone, tutto lascia presagire l'epilogo.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore
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eyepizzapie ha votato il racconto

Esordiente

Molto coinvolgente!Segnala il commento

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di Paolo Sbolgi

Scrittore
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