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Narrativa

Un racconto breve di nome Vetro

Di Il Faro - Editato da Il Faro
Pubblicato il 18/03/2021

La memoria umana è uno strumento pazzesco, tanto forte quanto fragile. Come ogni cosa subisce cicli, e nella fine è possibile scorgere l'inizio.

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Esistere.

Esistere e farlo durante, come la luce che dapprima bagna le punte delle montagne e poi il profilo sino al lago ai loro piedi, terminando il disegno che finalmente con la calma dell’acqua trova la sua quiete metà. Così fa giorno, con un fascio perpetuo che colora ogni cosa.


*


Un ragazzo all’età di vent’anni inizia a rendersi conto di una sua particolare dote: ricordare parte di conversazioni avvenute molto indietro nel suo passato, ma non solo; ricorda anche alcune battute dei compagni, alcune parti di lezione o i rimproveri degli insegnanti, come erano vestiti e i loro volti.

Le espressioni e quello che significano, che tacitamente comunicano, sono la parte che gli piace osservare e ricordare, un po' per la sua smania di catturare l’invisibile, ma anche, e soprattutto, perché crede che spesso nella vita sia più il non detto.

 Gli piace perché, come lui stesso dice: 

<< Corrisponde a pescare da un contenitore di diapositive, vedere frammenti di vita e comprenderne gli insegnamenti silenziosi, pezzi del passato in cui hanno interagito centinaia di persone >>.

Già da qualche mese, di tanto in tanto, nota uno strano trascorrere dei giorni. Avverte di non essere completamente a fuoco, come se sfuggisse a lui stesso in una strana evanescenza, appannamenti lui li chiama.

Ha una memoria così forte però, capace di memorizzare il volto delle persone, talvolta anche quelle viste una sola volta. Si interessa a loro come un corpo da vivisezionare studiando i movimenti mentre parlano, il modo in cui posano il bicchiere sul tavolo durante una cena oppure come si appoggiano al muro in attesa ad un appuntamento, come impegnano le mani in quell’attesa o la cura con cui aprono la borsa per tirare fuori qualcosa.

Più tempo passa con le persone e le osserva e più progredisce il puzzle di carne nella sua mente, fino al completamento di quella sagoma umana che si costruisce nella testa, come se, appunto, più cose apprendesse delle persone che ha di fronte e più rapidamente in successione gli arrivassero i tasselli di carne da incastrare su quella forma. Ecco quindi il pezzo della simpatia, poi della vanità, della ribellione, della timidezza, della sincerità, della fedeltà, della falsità. E ancora, l’ottimismo, la modestia, la leggerezza, la generosità, la saggezza, la testardaggine, la permalosità, la dolcezza e l’amore.

Non crede all’esistenza del carattere delle persone. È infatti convinto, secondo una sua personale idea, che tutti a partire dall’infanzia coltivino dentro di loro un piccolo bonsai che solo in vecchiaia raggiungerà la sua ultima forma: una grandissima quercia dalle proporzioni magnifiche che con il tempo ha riassunto tutte le stratificazioni dei comportamenti umani, e grazie ai quali si sono formati gli anelli di accrescimento, le rughe o le pieghe del tronco; le contorsioni dei rami a seconda delle emozioni vissute con loro e i dialoghi intrattenuti le foglie.

<< Il carattere? Beh… secondo me non esiste. È solo un gigantesco scambio di modi di fare, in fondo, siamo fatti di persone di cui ci circondiamo. Attingiamo da loro come loro da noi senza saperlo, in silenzio. Il risultato si scorge alla fine >>.

Le persone diventano così centrali da far parte di una struttura complessa ed intricata; una goccia del flusso di acqua che le radici assorbono oppure le molecole di ossigeno per la nostra fotosintesi.

Il ragazzo, ormai adulto, continua a chiedersi il significato di quei leggeri capogiri, di quella sensazione provocata da jamais vu sempre più contorti ed inspiegabili; quando, arrivato alla soglia dei settant’anni, giunge a una definitiva conferma. 

Quei momenti erano l'incipit di qualcosa. Avrebbe sofferto di Alzheimer.

Nel suo corpo, più precisamente dentro al cervello, era presente un frammento piccolissimo ed angosciante del suo stesso futuro. Non si sa se già dalla nascita o se crescendo si fosse formato autonomamente. Un frammento come una piccola scheggia di vetro fastidiosa che non era mai sfuggita alla lente della sua testa, anzi, ogni tanto ritornava. Un graffio su un'immagine o su un cd che incanta il suono per un attimo ma capace di pervadere il suo corpo e ora anche la sua mente.

Che triste destino, avrebbe perso nel giro di pochi anni tutto ciò che riguardava la sua stessa vita; come se all’improvviso si fosse accorto che la pellicola di quelle diapositive non c’era più. Sparita. Bruciata. Solo cornici.

Dentro di lui sentiva l’autunno. 

La sua quercia magnifica e rigogliosa si stava piegando su se stessa perdendo man mano le foglie. A quell’età e in quel momento delicato. Proprio a lui, che dei ricordi e delle persone ne aveva fatto tutto.

Presto sarebbe stato inverno.


*


Sembrò che le nuvole dopo aver fatto il giro del mondo fossero tornate al punto di partenza, il sole aveva cullato il giorno e ora stava tirando le coperte alla notte. Le montagne diventarono prima rosse, poi lentamente blu. Come la vita quel giorno era passato, era esistito.

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Le beffe dell'umano destino, nell'indifferente (eppure proprio per questo poeticamente rassicurante) scorrere delle stagioni.Segnala il commento

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