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Narrativa

UN SERVITO DA TAVOLA MAI USATO

Pubblicato il 02/06/2020

Anche il ricordo di un vecchio paio di pantaloni rammendati può essere lo spunto per comprendere i propri cambiamenti e iniziare una vita consapevole.

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Prima di uscire dalla doccia mi strizzai i lunghi capelli facendo attenzione che le gocce non mi cadessero sulla schiena. Presi l’accappatoio e mi asciugai con cura. Indossai velocemente boxer, calzini e maglietta. Sapevo che mia madre mi avrebbe fatto trovare, come sempre, i vestiti sul letto e con meraviglia vidi, accanto ad un maglione nero, i pantaloni che avevo rovinato qualche giorno prima cadendo dal motorino. Quei pantaloni che adoravo da almeno due anni, dal giorno in cui l’indossai per la prima volta in seconda superiore e che ero certo di aver buttato nel cestino dell’immondizia di cucina.

- Sono tornati bene? - disse mia madre che apparve improvvisamente nella stanza.

Notai subito una cucitura che, nonostante fosse stata ben fatta, risultava ancora molto visibile.

- Hai perso il tuo tempo, avresti dovuto buttarli, non l’indosserò con quella vistosa cucitura.

A mia madre non importava niente di quei pantaloni e non si offese per le mie parole, in fondo a lei premeva soltanto della mia felicità.

Dopo qualche giorno stavamo cenando e mentre guardavo distrattamente il telegiornale mia madre mi porse una busta. Non era usanza farci regali e senza dire una parola ci ficcai il braccio dentro e tirai fuori un bel paio di pantaloni identici a quelli che avevo rovinato nell’incidente.

Gli angoli della bocca mi si alzarono e sulle guance comparvero due profonde fossette.

Non si intendeva di moda, di vestiti e di marche però era riuscita, non so come, a trovare proprio lo stesso identico modello. Mi disinteressai del cibo e mi tolsi rapidamente i pantaloni della tuta, ne feci una palla e li gettai su una sedia, quella dove non si sedeva mai nessuno, quella che sarebbe dovuta essere per mio padre.

Indossando i pantaloni notai che erano leggermente più attillati degli altri, non me ne preoccupai, avrebbero sicuramento ceduto con il tempo.

Ringraziai mia madre e volai in camera per osservarmi allo specchio e ricongiurgermi con l’immagine che avevo di me, vestito in quel modo apparivo di nuovo come volevo essere.

Quei pantaloni li ho finiti, il tessuto, dopo tre anni che li mettevo quasi ogni giorno, era consumato a tal punto che dovevo fare attenzione perfino a infilarli, ogni movimento rischiava di allargare gli strappi e i buchi che si erano formati in ogni dove.

Quando decisi di buttarli mi accorsi che quei pantaloni simboleggiavano tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento ma che non mi rappresentavano più. Stavo chiudendo un capitolo importante della mia vita. Erano finiti i tempi dei jeans neri attillati e delle converse rosse basse, dei capelli lunghi asciugati al vento e del motorino senza casco.

I miei amici trovarono quel cambiamento troppo repentino, ma cosa ne potevano sapere loro che frequentavano tutti l’università? Era come se fossero ancora a scuola, indossavano gli stessi vestiti e parlavano di ogni argomento con quella presunzione che hanno quei tipi che parlano di guerra ed hanno sempre vissuto in tempo di pace.

Io mi spaccavo la schiena facendo due lavori, volevo andarmene a stare con Lilù, avere una casa nostra, un letto nostro, una cucina, un tavolo e due sedie che non sarebbero mai state vuote.

Amavo Lilù con la stessa naturalezza con cui mangiavo la cioccolata al latte, e allo stesso modo ero certo che mi sarebbe sempre piaciuta.

Mi piaceva stuzzicarla mentre era indaffarata a truccarsi, a vestirsi oppure a cucinare. Ero solito abbracciarla da dietro quando si dava un’ultima controllata di fronte all’anta a specchio dell’armadio. Una volta mi disse, cercando il mio sguardo nel riflesso, che eravamo bellissimi ed io confermai con un sorriso. Osservandomi in quell’immagine apparivo nuovamente nell’esatto modo in cui avrei voluto essere e mi venne naturale ripensare ai miei vecchi pantaloni.

Nonostante fossi nel punto in cui volessi essere, con la vita che stava andando nella giusta direzione, venni travolto da una lieve nostalgia. Mi tornarono in mente una moltitudine di avvenimenti e l’immagine che più mi restò nella memoria fu quella dei vecchi pantaloni sul letto dopo che ero uscito dalla doccia. Mi ricordavo ancora nitidamente la cucitura sul ginocchio e lo facevo con affetto. Era veramente ben fatta, mia madre ci sapeva proprio fare con ago e filo. Non avrei dovuto buttarli, nel mio ricordo quella cucitura mi sembrò bellissima. Mi sentii stupido a non essermene accorto allora, a non essere riuscito a rinunciare alla perfezione per qualcosa di vero e di unico. Perché è così, la perfezione è falsa, è una messa in scena, una fregatura. È una foto ritoccata, una rosa regalata per un secondo fine, un servito da tavola mai usato dentro una vetrina.

In quell’istante capii che il ricordo di quella storia mi servì a comprendere che Lilù era la sola che avrei voluto indossare e pur di averla sempre con me avrei cucito ogni suo strappo.

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Più che da un paio di pantaloni rammendati, il passato è rappresentato dalla sedia "dove non sedeva mai nessuno", e il futuro da "due sedie che non sarebbero mai state vuote". Segnala il commento

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