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Narrativa

Un uomo al piano

Pubblicato il 25/03/2021

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C’è un uomo al piano.

Fa per accendersi una sigaretta, l’ha sfilata da un astuccio d’oro, sopra ci sono le iniziali del nonno. La porta alla bocca, con le labbra ne sente la consistenza e ne apprezza il sapore. Poi cambia idea. Mette la testa di lato e sorride. Nella bocca ha sempre la sigaretta, con la mano destra accarezza i tasti, inizia a suonare.

Nel locale c’è solo una donna, anche lei con una sigaretta, accesa. Ormai le resta una boccata, forse due se non sarà avida. Vorrebbe ascoltare la musica, ma non ci riesce. Sente freddo all’altezza del petto, e tanti brividi le corrono lungo la schiena, come dei ragni con gambe di ghiaccio.

L’uomo al piano non suona più. Apre un poco la bocca, la sigaretta cade per terra. Fischia.

Succedeva intorno alle sette e mezza, se non c’era traffico per arrivare al paese. L’uomo parcheggiava la sua 600 nel grosso piazzale, subito sotto alla chiesa. Chiudeva la portiera delicatamente, si metteva la giacca sulle spalle e si accendeva una sigaretta. Rimaneva a fumarla guardando verso la valle, fissando il mare che baluginava nell’ultima luce di un pomeriggio di luglio. Quindi gettava il mozzicone per terra, lo schiacciava con cura e camminava. Dopo qualche passo, fischiava. Un fischio prolungato, sottile e monotono. Quando non aveva più fiato lo ripeteva, ma Luna non aveva certo bisogno di repliche. Affacciata sul davanzale aspettava da tempo, il fischio e suo papà. Quando lo sentiva si precipitava lungo una strada fatta di mattonelle rosse ed erbacce cresciute di fretta. Arrivata davanti alla chiesa c’era sempre qualcuno che la vedeva correre, bella e spensierata, nel suo vestitino azzurro e con i piedi scalzi.

Papà, papà!

L’uomo smetteva di camminare, si accucciava per terra e allargava le braccia più che poteva. Luna si rifugiava in quel calore, che mai avrebbe ritrovato in nessun altro uomo.

Allora il padre la prendeva e la portava in alto, e lei si sentiva un gigante. Se la sistemava sulle spalle, per niente affaticate nonostante la giornata di lavoro. Con le mani la teneva stretta alle ginocchia, e poi iniziava a camminare con un’andatura barcollante.

Facciamo il cammello? Chiedeva a Luna.

Sì, dai!

Padre e figlia erano un unico essere, ricolmo di vita ed energia.

Dai, ora scendi che pesi. Le diceva lui, con voce fintamente severa.

No, fino a casa!

E lui allora procedeva veloce, e da cammello diveniva possente destriero.

Come la cassaforte di una banca, la porta di casa si chiudeva con suono deciso e metallico. Il profumo di sugo sul fuoco faceva venire l’acquolina alla bocca e i brontolii nello stomaco. Luna correva verso la mamma, le si gettava dentro la gonna.

È arrivato papà!

Attenta che ti bruci, le diceva la donna mentre scolava la pasta. Poi guardava il marito, già sapendo che lui stava facendo lo stesso.

Ciao, dicevano occhi calmi e felici.

Ciao, ricambiava lei con la stessa dolcezza.

L’uomo al piano non fischia più. L’ha fatto per avere l’attenzione della donna, e pare esserci riuscito. Lei ha smesso di fumare, il respiro si è fatto tranquillo, quasi immobile. L’uomo riparte dalla stessa nota di prima, un la minore che porta nostalgia di estati lontane. L’altro giorno l'uomo ha capito di non aver combinato un bel niente nella vita. Lui che voleva suonare il piano e viaggiare, che amava la moglie e la figlia nella stessa maniera, folle e profonda. Lui che si è lasciato cadere come la più debole delle foglie in autunno.

Ora le note si fanno più acute, ogni tasto schiacciato sembra un pizzico al cuore. Ma che fa? Viene da me? Pensa lui mentre continua a suonare. E lo sa che la vita ormai è finita, lo capisce con precisione e certezza. Ma, per un attimo ancora, si sente riportato in questo mondo, ed è così contento di starci.

Suona ancora, gli dice lei.

Il vecchio obbedisce, inclinando la testa ad ogni sussulto della canzone. Quando ha finito, rimane con le dita schiacciate sui tasti. Il suono si propaga ancora per qualche istante nell’aria, fino a diventare un eco lontano. Poi scorrono solo silenzi.

Fammi un po’ di posto, chiede la figlia.

Ora sono seduti fianco a fianco, in uno sgabello troppo piccolo per entrambi. Lei appoggia la testa sulla sua spalla, lui trova il coraggio per abbracciarla.

In un vecchio locale, ormai chiuso per ferie da anni, non si sentono più note né fischi.

Un uomo, al piano, stringe forte la figlia. Lei non sente più freddo.

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Ti Maddog ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Benvenuto, Matte. Un brano sentimentale, con un buon ritmo. Un po' pignola: il ricordo del tempo felice è del padre e o della figlia? Segnala il commento

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Sonia A. ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Rispecchia parecchio la tua biografia, la ricerca di un "cammino, fuori e dentro di" te. Un racconto sospeso tra nostalgia e rimpianto. Ti segnalo "un eco". Benvenuto in Typee. Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Esordiente

Poetico e ritmato.Segnala il commento

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di matte_mangili

Esordiente
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