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Narrativa

Una cena

Pubblicato il 10/07/2019

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Avevano appeso una fila di lampadine da un ciliegio all’altro. Così, quando era arrivata la sera, e gli invitati ingombravano le sedie pieghevoli e i divanetti di vimini, porzioni di luce gialla spezzavano il buio del giardino. Accanto al barbecue in pietra avevano allestito un tavolo, ottenuto da un piano di legno d’abete economico, nuovo, poggiato su due cavalletti da falegnameria. Avevano fissato con le puntine la tovaglia di carta, sulla quale ora c’erano bicchieri e piatti biodegradabili, e posate. Era pieno agosto, le serate cominciavano a durare sempre meno, ma faceva ancora caldo fino a tardi. Il barbecue era acceso, e sul ripiano di trachite le bistecche attendevano, sotto un foglio di alluminio tenuto fermo da un coltello col manico d’osso, di finire grigliate. Le coppie del vicinato, tutte, erano lì per la cena di compleanno di Diego. Solo lui stava accanto al fuoco, a mescolare il carbone e ravvivare la fiamma con un asciugacapelli. Giulia entrava e usciva dalla cucina, a fare il carico delle bevande. Quando finì prese a servire birra, vino e bibite analcoliche. In breve tempo chiacchieravano tutti. Cenarono, cantarono gli auguri, i più anziani andarono via presto.

Per ultimi andarono via Flora e il marito. Era buio da tanto. Avevano deciso di muoversi a piedi per godere del fresco della notte, dicevano. Al momento dei saluti erano visibilmente alticci. Erano già sul cancello, quando Flora chiese di usare il bagno. Diego si offrì di accompagnarla. Entrarono dentro, le indicò la strada e tornò dalla moglie. Il marito di Flora era un umano insignificante. Ancor di più adesso, la schiena addossata al muretto esterno, assopito. Giulia e Diego risero di quella condizione – e come tutte le coppie felici, ridendo di qualcosa finirono per sorridere della loro gioia, e per baciarsi e stringersi. Quando si staccarono, Flora non era ancora uscita. Allora Giulia salì a verificare che stesse bene. Dalla porta del bagno, nell’andito, filtravano tre cose. Un punto di luce in corrispondenza della serratura, una striscia di luce sul pavimento, la voce sguaiata di Flora al telefono. Giulia accostò l’orecchio e sgranò gli occhi. Poi bussò rabbiosa. Flora interruppe, tirò lo sciacquone, uscì. La padrona di casa era di nuovo al cancello. L’ospite scese, destò il marito e insieme si incamminarono. Era notte e c’era silenzio.

Due sere dopo, mentre Giulia innaffiava, sovrappensiero, passarono in strada Flora con la sorella, Agata. Indossavano pantaloni sportivi, magliette scollate e scarpe abbinate. Ogni sera approfittavano del fresco per camminare e scambiare maldicenze e pettegolezzi. Passando fecero un cenno alla nuova vicina e la invitarono a unirsi a loro.

Smaltiamo la cena che ci avete preparato l’altro ieri, dài.

La mente di Giulia si chiuse in un cerchio perfetto, nella geometria di un gesto unico e definitivo.

Perché no? Datemi un minuto, il tempo di cambiarmi.

Sorrise ed entrò in casa passando dalla cucina. Aprì e richiuse un cassetto, e salì a cambiarsi. Un attimo dopo era accanto alle due sorelle. Cominciarono piano, senza destinazione. Le due ripresero un discorso appena interrotto, riguardo alcune ringhiere terribilmente kitsch, inguardabili, inopportune. Quando finirono, Agata si rivolse a Giulia.

Perdonaci, non potevamo non parlarne.

Figuratevi.

Aveva un tono distaccato. Flora cercò lo sguardo della sorella.

Posso farti una domanda, Flora?

Il viale si apriva fra le schiere di case tutte uguali, dritto verso il tramonto.

Ma certo, cara.

Giulia la guardò sobbalzare. Aveva occhi chiari spiritati, la pelle liscia e una bella bocca.

Parlavi con lei, l’altra sera?

Non credo di aver capito.

Spalancò le labbra sui denti perfetti.

L’altra sera, nel bagno di casa. Era a lei che dovevi dirlo?

Dovevo dire cosa?

Potresti rispondermi e basta, per favore?

Giulia, tesoro, non capisco. Cos’è che le avrei dovuto dire?

Giulia si rivolse ad Agata.

È a te che ha telefonato? Non resisteva più, non è così? Doveva raccontarlo a qualcuno.

Sul marciapiede una coppia di gatti stava immobile, con gli occhi sbarrati, a godersi la brezza serale. Le donne non avevano smesso di camminare. La gomma delle suole cigolava sull’asfalto recente. Giulia mise una mano nella borsa. Nessuna le aveva ancora risposto.

Estrasse il coltello, si fermò e quelle la superarono di un passo. Affondò la lama nel rene di Flora, e quella non ebbe né il tempo di voltarsi né la forza di urlare. Si accasciò senza fiato e senza vita, il manico d’osso come una strana bandiera. Le ginocchia di Agata cedettero, proruppe in un pianto frenetico e crollò, sconvolta, sul corpo caldo della sorella.

Giulia corse a perdifiato fino a casa. Diego non c’era. Scrisse ciò che aveva da dirgli. Sul fondo del mobile dei medicinali ritrovò le pastiglie di una vita precedente. Le estrasse una ad una come grani di rosario. Mise una mano a coppa, riversò il capo, le mandò giù, attese.

Quando Diego tornò, trovò il foglio e trovò il corpo di Giulia.

Lei non c’è più, ma puoi trovartene un’altra. Ti amavo. G.

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Graograman ha votato il racconto

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Silvia Fuochi ha votato il racconto

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Buon ritmo, molto piacevole.Segnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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...e non puoi uccidere l'amore, ma l'amore può...Segnala il commento

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Ondina ha votato il racconto

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Gonaria Nevina Lai ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Viviana Are ha votato il racconto

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Lisa M. ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Mi ha lasciato interdetto, per un verso, ma la chiusa non è male, così drammatica, definitiva. Tranchant...Segnala il commento

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Sbrasvez ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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di giovannigusai

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