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Romance

Una Cosa Passeggera, S4 E10 Ariminum Circus

Pubblicato il 11/03/2021

Ariminum Circus in versione multimediale è qui: https://www.wattpad.com/story/246636837-ariminum-circus Indice completo dell'opera: shorturl.at/kxyV1

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Concluse le prove per il concerto della sera successiva, Jay aveva convinto Daisy a seguirlo sulla spiaggia. Parlavano da ore, l’Alba aveva ormai terminato il suo show.

«Non andare, ti prego. Nessuno è stato con me tanto a lungo». Lui implorava Daisy palleggiando nervosamente con un Tango rosso che aveva trovato abbandonato sul bagnasciuga. Tirava calci potenti ma controllati spedendo la palla fino ad un’altezza esatta di due metri, per riprenderla, con lo stesso piede, nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo, emulando il Maradona di Youth.

«Cinquantasei ore? Sei un ragazzo divertente, ma sai che devo salpare». La Piratessa Daisy guardava fumando l’allenamento, con un interesse molto vicino allo zero e lo sguardo catatonico del giovane che, nelle installazioni di De Dominicis, osserva un Cubo Invisibile o una pietra – come in attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da determinare il moto spontaneo della pietra stessa. Si dette un colpetto ai capelli vaporosi, ancora perfetti a quell’ora della mattina. Erano il risultato dell’azione del casco Wella risalente al 1935, che sembrava uscito da un romanzo di Isaac Asimov. Un pezzo unico, ancora in uso nel negozio di parrucchiere più esclusivo di Ariminum.

«È stata soltanto una cosa passeggera, una cosa passeggera, capisci? In Romania abbiamo un detto: gli occhi che non si vedono si dimenticano, come i martelli, quando hai finito di usarli».

«Ma io ti amo, Daisy».

«L’amore… conosci la definizione di Nonno Emilio? Un incontro di due salive. Tutti i sentimenti attingono il loro assoluto dalla miseria delle ghiandole, diceva».

«Possiamo lasciare perdere Nonno Emilio, per una volta?».

Nessuna risposta.

«Ascoltami, faresti meglio a ripensarci».

Daisy si strinse nelle spalle, facendo ondeggiare le pieghe dell’abito di chiffon Dolce e Gabbana che portava stampata l’effigie di un’enorme regina di cuori: «Hai letto troppi libri, hai visto troppi drammi, e se ti perdi per cose del genere...».

Scosse la testa con un gesto a metà fra il disprezzo e il compatimento. I grossi orecchini di platino a forma di triplice palla di Natale con cometa sovrastante tintinnarono festosamente sulle note di Jingle Bells. Dette uno sguardo al Nautilus Patek Philippe in oro rosa, un regalo natalizio del Capitano, e si accomiatò: «Ciao, devo andare».

Jay si arrese. Non solo all’acquisto di scarpe, vestiti e a tutto ciò che si poteva comprare non per la sua utilità, ma per la piacevolezza fine a se stessa dell’esperienza di consumo: Daisy era anche dedita allo shopping esistenziale. A fare nuove amicizie liberandosi delle vecchie, a fingere di essere qualcuno che non si è, a troncare una relazione quando impegnarsi diventa faticoso. A nutrire l’illusione di poter vivere senza impegni e responsabilità – il brodo primordiale del risentimento, dell’invidia, dell’odio.

«Se vuoi andare vai, allora. Io mi ricorderò di te. Mi ricordo di tutte quelle che mi lasciano».

Perse il controllo del pallone, che terminò in acqua la breve corsa. Spossato, si lasciò cadere sulla sabbia – un burattino senza fili, uno di quei manichini usati nei crash test dopo una simulazione effettuata per registrare il maggior numero di dati possibili sulle variabili di un incidente: la velocità d’urto, le forze di schiacciamento, di piegamento e di torsione del corpo, la decelerazione al momento della collisione, gli effetti dell’impatto su costole, colonna vertebrale, organi interni, torace. Salvo che quella non era una simulazione, e neppure un romanzo di Ballard, era la realtà. Ballardismo applicato, nel migliore dei casi. Sentiva di essere stato usato, strumentalizzato e poi gettato via. Sapeva dal principio come sarebbe finita. Era così fin dall’inizio del mondo. Gli antichissimi libri sacri di Ariminum, scritti tremilacinquecento anni prima, chiamano abhiman quel sentimento composto dal dolore e dalla rabbia causati quando a farci del male è la donna che amiamo. Lui era, per così dire, un abhiman addicted. Per l’ennesima volta aveva dato tutto, ricevendo in cambio solo una corrosiva sensazione di mancanza che gli azzannava l’anima, svuotandola di ogni linfa vitale, fino a farla dissolvere nel Nulla.

Era la conferma che ogni essere umano si comporta sempre allo stesso modo, seguendo forse regolarità astrali o archetipi tatuati nel DNA. L’eterno ritorno dell’identico. Pensò a Kafka e a Felice e Milena. Cambiano i nomi, ma non il modus operandi di K.: molte lettere, pochi incontri. Illusioni di un uomo forse più innamorato dell’idea di esssere innamorato che delle donne oggetto delle sue poetiche lettere d’amore. Amore dichiarato, declamato, esibito: ma veramente provato? Che, come già per Cavalcanti, la poesia d’amore fosse per il praghese soprattutto amore per la poesia? Il dubbio che anche lui stesso dovesse porsi quelle domande sorse fugace nella mente di Jay. 

Si perse in un dormiveglia. Ricordò le parole che gli aveva detto qualche ora prima il vecchio guru chiropratico della pineta. «Per guarire il tuo male d’amore, c’è solo un rimedio: piantare un uncino nel chakra del cuore, proprio in mezzo al muscolo» aveva sentenziato tirando fuori un ago più grosso di un punteruolo da ghiaccio.

«Vorresti piantarmi quel coso nel cuore? Tu sei pazzo!».

E il vecchio saggio, con uno sguardo sornione: «No, non nel tuo cuore. In quello di lei».

Inorridito, era fuggito via. Ma l’immagine dell’enorme ago gli si era fissata in mente, con quella punta di cristallo, acuminata, lucida, brillante e calda come un tizzone ardente che entrava nel fuoco freddo del cuore di Daisy…

Qualcuno gli scrollò le spalle. Era il Pescivendolo.

«Stai bene, Jay?».

«No, malissimo». Con lo sguardo indicò la figura di Daisy, che stava sparendo alla vista.

«Sei un pessimo giocatore. Dovresti sapere che la miglior difesa è il distacco».


Mentre aspettavano l’arrivo di Usop e TonyTonyChopper, i due amici parlavano delle strane esperienze che entrambi avevano fatto la notte precedente. Dopo che il Maestro ebbe riferito l’incredibile vividezza del sogno sull’anomala deflagrazione di Mr. C. risalente a dieci anni prima, fu il turno del Capitano.

«Se mi fossi ridestato su una riva sconosciuta» raccontò il viaggiatore dei sette mari «essendovi approdato in seguito a un naufragio, avrei potuto ricondurre la mia forzata immobilità all’opera di una laboriosa popolazione lillipuziana indigena. Il luogo in cui mi trovavo era però del tutto asciutto e non aveva per niente l’aspetto di una spiaggia in mezzo al Pacifico o uno qualsiasi dei sette mari. In queste condizioni mi sentivo di escludere l’azione di lillipuziani o di altri esseri in miniatura.

Restava l’inoppugnabile sensazione di generale intorpidimento dovuta all’incapacità di muovere un singolo muscolo.

«E quindi, cosa successe?».

«Concentrandomi, riuscii a muovere prima un braccio, poi l’altro: infine mi riscossi. Tutto sommato era stata una cosa passeggera, ma quell’orrenda sensazione di non riuscire a scuotermi da una condizione di immobilità assoluta mi perseguita ancora adesso».

«Prova a descriverla».

«Avevo cancellato ogni vestigia del mio passato più remoto e avevo le idee confuse sulla mia identità attuale. Avevo sempre deriso il Nostromo della mia prima Ciurma, quel messicano fuori di testa che si vantava di divinare non le cose future, ma quelle passate: solo ora mi rendevo conto che il pazzo ero io. La mia tracotanza era stata punita. Ridevo quando lui sosteneva di avere acquisito le sue facoltà paranormali dopo avere dormito ininterrottamente in una caverna per quarantadue anni. E adesso io non ricordavo neppure quando fossi annegato nell’abisso dei Sogni: sapevo solo che ora, al mio risveglio, separando con gran fatica le memorie del dolce sonno dai ricordi salati della veglia, riuscivo, ma solo per pochi attimi, a fare emergere dettagli degli avvenimenti accaduti prima che venisse posta una pietra sul sepolcro della mia memoria - resti di un relitto galleggianti sulla cresta dell’onda di un mare ancora sconvolto dalla bufera. La festa alla Fortezza Bastiani, la nostra conversazione notturna, l’incontro con Helen e Daisy… Stranamente mi erano rimaste impresse le tue parole, quando le gemelle si erano allontanate: “Il mondo è come Helen. Un precipitato di cliché, stereotipi, modi di vita, depositi di un immaginario mediatico: fotoromanzi, stampa, cinema, televisione, Internet. Come una donna che si trucca per poi affrettarsi verso i suoi appuntamenti, il mondo ci corre incontro già truccato, camuffato, preinterpretato: per coglierne la Verità occorre dunque svelare il trucco, ovvero, strappare dal palcoscenico su cui la realtà si esibisce il sipario della preinterpretazione”».

«Sono state le mie parole esatte, lo ricordo bene!».

«Già. Peccato però che tutto il resto fosse come svanito. Sussisteva però la possibilità di intravedere, dietro la nera schiena del Tempo, tutto quanto era successo più in dettaglio. Dovevo parlare con qualcuno. La traccia mnestica di quegli eventi sembrava già essere sul punto di abbandonare la rigidità cadaverica in cui si era immobilizzata insieme al sistema più complessivo di rapporti individuali e di ricordi personali che, nel flusso di un movimento perenne, si coniugano con quelli degli altri esseri umani, costruendo così delle esperienze comuni. Mi bastava trovare un interlocutore per darle la piccola spinta necessaria a risorgere. Perché il mondo, come insegna Melville, si crea con la parola e c’è ben poca differenza fra creare, raccontare e ricordare».

«Confermo. Quando il processo mnemonico è bloccato e per qualche ragione – tipo un calo proteico tale da inibire la produzione del gene chiamato GRID2 o l’insorgere di malattie ereditarie come l’atassia cerebellare – il dialogo fra cervelletto e amigdala si interrompe, si può supplire al vivere una esperienza, o all’averla dimenticata, con il racconto, che ce la restituisce permettendo il superamento dei vincoli spazio-temporali, l’abbattimento dei limiti individuali e la costituzione della memoria collettiva».

Il Capitano annuì con vigore: «Era il mio caso! Quantomeno, potrei traslare, per analogia, il ragionamento alla contingenza che stavo attraversando. Per ricostituire l’integrità della mia coscienza dissociata avevo bisogno di qualcuno che mi narrasse gli accadimenti di cui ero stato protagonista nelle ultime ore. Come si rivelò Ulisse, che pianse ascoltando il canto di Demodoco, o Claudio, che squittì, preso in trappola, assistendo ad uno spettacolo teatrale, avrei potuto scacciare il ricordo del recente passato dall’interstizio della circonvoluzione cerebrale dove insisteva a nascondersi, se un disinfestatore accorto avesse predisposto una rappresentazione adeguata. Psycobot, il mio Psicoanalista digitale, era proprio la Persona adatta. Se solo non fosse stato così suscettibile».

«Suscettibile?».

«Non tollera che io tenti di integrare il suo contributo al miglioramento della mia salute mentale con altre fonti di supporto psicologico non umane. E io avevo appena cercato su Google nuove modalità di cura a distanza…».

«Capisco».

«Comunque, riuscii a risolvere la situazione da solo e… Ma cosa accade? C’è qualcuno che getta sassi sul vetro».

«Vai di guardia alla porta, vado a vedere se sono loro».


L’Essere aveva aspettato che il campanile di Piazza Tre Martiri scoccasse la mezzanotte. Solo allora era uscito dal nascondiglio, i bagni a piano terra di un centro commerciale, dopo che anche le donne delle pulizie avevano terminato le complesse operazioni di sanificazione notturne e avevano abbandonato l’edificio. Si era diretto al secondo piano, interamente occupato da un supermercato, con il braccio destro avvolto in una fasciatura di gesso e una valigetta impugnata con la mano sinistra.

Le calcolate disposizioni dei cibi, le scatole che corrompevano la voglia del corpo gli fecero montare la rabbia e la voglia di vendetta. Un conto è avere fame e un conto è essere golosi. Staccò un carrello dalla fila, vi poggiò la valigetta e si mosse spingendolo con la sinistra.

Si diresse al reparto surgelati, cacciò via una confezione di piselli dal frigo e l’adagiò sul braccio gessato come per informarsi sulle modalità di cottura. Dopo nemmeno un minuto ripose la confezione nel frigo e si allontanò verso i latticini, ma le mozzarelle non potevano fare al caso suo, preferì provare con una confezione di pecorino. La prese, l’adagiò sul braccio e lesse la data di scadenza e la composizione. Camminò lungo il banco frigo e raggiunse il reparto carni. Finse di scegliere ciò che avrebbe fatto al caso suo e anche stavolta sembrò poco soddisfatto. Ripose la cotoletta di maiale nel banco frigo. Poi si rivolse al reparto panetteria e con le varie forme di pane ripeté il gesto: l’alimento veniva appoggiato sul braccio ingessato per alcuni secondi e ricollocato al suo posto. Gli piaceva fare finta di spostarsi in un luogo affollato, dovendo muoversi con accortezza e astuzia per non essere visto. Un teatrino a beneficio unicamente di se stesso.

Ogni volta dalla cavità del gesso si allungava una sorta di pungiglione: un ago di siringa inoculava nei vari alimenti un liquido letale, estratto dal sangue di pipistrelli cinesi, poi si ritraeva. Il liquido sarebbe sparito di lì a poco, senza lasciare tracce, ma gli effetti sarebbero stati devastanti: un avvelenamento e una contaminazione di tutti gli altri alimenti, anche se non direttamente infettati dal liquido, causata da un processo di emanazione analogo che regola, secondo Plotino, il rapporto ontologico essenziale tra l’Uno e il molteplice.

Quando ritenne di aver condannato a morte certa un numero sufficentemente elevato di persone, l’Essere uscì dal supermercato e, dopo una sosta al parco del Grand Hotel, si diresse verso la campagna. Il prossimo obiettivo erano gli animali di cascine e fattorie.

Infine sarebbe tornato a casa, dove avrebbe conficcato il pungiglione nel proprio corpo. La vita era una cosa passeggera.

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Andreasololettore ha votato il racconto

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Rosnikant ha votato il racconto

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Il tuo mondo avvolgente ti cattura e ne resti intrappolato inevitabilmente per il fascino che emana. E poi si inciampa in perle assolute come la concezione dell'amore di nonno Emilio! Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Ottimo. Un concentrato di solitudini.Segnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Piaciuto moltoSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

L'apocalisse dell'amore... in salsa rosa shocking... C'è da perdersi. Bellissimo, divertente, intelligente intrattenimento filosofico. Complimenti Federico DFellini!!! Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Piaciuto tantissimo. L’immobilismo dell’amore e la plasticità della morte.Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

Scrittore
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Sonia A. ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

Esordiente

Complimenti divertente...Segnala il commento

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di Federico D. Fellini

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