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Narrativa

Una cosa semplice

Pubblicato il 11/05/2017

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Guardava una sagoma buia scontrarsi con la luce di una grande finestra. Era illuminata dall’acqua che sbatteva implacabile, goccia dopo goccia, sguardo dopo sguardo. Se ne stava lì, con tutto il suo peso e la sua inconsistenza. La guardava ma gli occhi andavano oltre, alla ricerca della luce di quel giorno piovoso. Non si muoveva. Una mano appoggiata al davanzale sosteneva tutto il suo corpo, l’altra sollevata accarezzava la finestra, inseguendo le gocce che la ricamavano. Lui era disteso sul divano, un braccio sollevato dietro alla nuca, un altro abbandonato lungo il fianco. Se ne stavano lì, in quella posa plastica, incapaci di rompere quell’attimo.


Quanto tempo era passato? Non riusciva a ricordare la strada che lo aveva portato fin lì. Era successo tutto così velocemente che sembrava un secolo. O forse era tutto così immobile da sembrare un istante. Non trovava il capo del filo che in quel momento gli sfuggiva tra le mani, non sentiva più sua la stanza che lo circondava, quel parquet cigolante, quelle ante cadenti, quei muri sfibrati e stanchi del loro stesso sentire. In quella stanza, c’era ancora l’odore di sesso della notte in cui le chiese, con un gesto plateale quanto meschino, “mi vuoi sposare”?

Lo aveva scritto su un muro, per non doverlo dire a parole, perché forse la paura di allora era una strada da seguire, la prefigurazione del silenzio a cui sarebbe andato incontro. Lei non pianse, non era il tipo. Lo prese tra le braccia, in punta dei piedi, per guardarlo negli occhi. Lui non seppe mai cosa vide quel giorno, ma lei decise comunque che quello era il loro destino. Almeno per quel giorno.


Lei guardava nel vetro della finestra, intravedeva una figura riflessa, caleidoscopica, scomposta in mille frammenti, l’immagine dell’uomo che non vedeva più. La mano le tremava leggermente, cercava di fuggire nelle tracce percorse dalla pioggia incessante, scendeva per poi risalire, senza mai cadere a terra. Non voleva lasciarla cadere, non fino in fondo. Non poteva più guardarsi indietro, non riusciva a voltarsi. E per quale ragione poi? Per contare tutti gli errori commessi, per guardare un uomo di cui non riconosceva più alcuna identità? No preferiva stare lì, lasciando che qualcosa accadesse, dentro di lei o fuori di lei. Qualcosa che la distogliesse dal quell’incanto struggente che sentiva dentro con tutto il peso di un pomeriggio d’estate. Quante volte attraversando la lunga piazza assolata del paese lo aveva sentito, passo dopo passo, nel silenzio assoluto, tra gli sguardi delle finestre chiuse, il respiro caldo, i capogiri, gli occhi socchiusi. Quell’attimo di profondo terrore che la vita fosse tutta lì, che non ci fosse un domani, che lì sarebbe sprofondata, risucchiata dal cemento. Questo sentimento, ogni volta così assoluto, era per lei un dono della natura, un prezioso avvertimento che le ricordava, se ancora non lo avesse capito, cosa fosse la solitudine.


Era lui che sapeva come trattarla, come prenderla e portarla nella realtà di ogni giorno. Lui aveva promesso a se stesso, o meglio, aveva giurato a se stesso che sarebbe stato in grado di farlo, l’uomo forte e capace, senza crepe né esitazioni. Lui sapeva che non sarebbe bastato, ma non aveva la forza per fermare quello slancio puerile che lo portava a desiderarla più di ogni altra cosa, a inseguire le sue fantasie, a correrle dietro senza mai guardare dove stesse andando. Si era convinto che quella forma di accudimento fosse la felicità, l’unica che lui potesse dare e ricevere da una donna. Però non riusciva a capire perché tutte quelle cure non bastassero, anzi perché la rendessero sempre più avida e insofferente. Le stava accanto, la desiderava ancora, ma lei fuggiva, si scostava. Così un giorno, poi un altro, poi ancora un altro giorno.


Lei non capiva perché quest’uomo, questo brav’uomo, la volesse con se. Lei era brutta, sporca, violenta con se stessa fino a distruggersi, a togliersi i vestiti, a strapparsi i capelli, a mangiarsi le dita delle mani, a bruciarsi la lingua, a vomitarsi addosso tutto il male che nasceva e fioriva dentro di se. Si sentiva così, sputava sangue e fuoco, odiava se stessa almeno quanto amava la vita. Ma non quella vita, non quell’uomo che la inseguiva, barcollando, incespicando, quel poveretto che era convinto di poterla salvare. Poteva stare giorni senza mangiare, senza vedere nessuno, senza uscire di casa, tanta era la sua immaginazione e la sua capacità di portare la vita reale in un’altra dimensione. Un luogo inaccessibile, un mondo in cui si perdeva e si concedeva a se stessa, dove poteva disfarsi di quell’insopportabile arroganza dei vivi. Lei era così e lui non la capiva.


Non ci sarebbe stato un altro giorno, in cui lei avrebbe aperto quella finestra alla luce del sole, in cui lui si sarebbe alzato per andare a prenderla. Non ci sarebbe stato più niente, nessuno sguardo in punta dei piedi, nessuna luce nei loro occhi, nessuna vita per guardarsi dentro, eppure era una cosa semplice.

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