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Narrativa

Una danza priva di significato

Pubblicato il 22/05/2020

Breve storia di donna poco serena che si accolla ad un equilibrato ingegnere.

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Oggi Matilde apre il frigorifero e dice "Ma tu la spesa la lanci?".

Dentro c'è un’accozzaglia di cibo, la pancetta sopra il ciambellone, il ciambellone sopra le uova, due contenitori non identificati coperti con la carta d'alluminio e in bilico uno sull’altro. Sul fondo c'era anche una ciotolina in vetro con dell'albume, ma essendo nascosta Matilde non l'ha vista e si è rovesciata. Il mio frigo è come il mio armadio, l’armadio come la mia valigia aperta sul pavimento della camera da letto, la valigia è come me. Un tempo questa confusione veniva riorganizzata sulla carta: ogni nodo un personaggio, ogni personaggio una parte di me, i miei pensieri fluivano in loro come l'acqua di un fiume nei suoi rami, salvo poi farli ricongiungere dai fili logici della trama. Oramai quella creatività mai assecondata è rattrappita sul fondo della valigia, un aborto che ha avuto il tempo di prendere le sembianze di un bambino, ma non abbastanza da nascere, mentre il disordine è edera cresciuta, ha infestato gran parte della mia vita e non riesco a nasconderla. Forse ho poco pudore, ma tale agitazione interiore è ben visibile dall’esterno. Il mio vocabolario emotivo ha seguito il bambino, uno sviluppo interrotto bruscamente, e con lui la capacità di esprimere quel che accade e manifesto. Sotto l’edera c’è un groviglio nero all’altezza del cuore. Non c’è battito ma ronzio, perché a guardar bene quelle sono api che lavorano incessantemente, costruiscono, producono, e si muovono così veloci da perdere la forma e diventare lunghe linee nere che si intrecciano l’una sull’altra. Per cosa stanno lavorando? Il rumore vibrante di una fabbrica di cui non si vede il prodotto finale. Personaggi, animali, piante, le mie immagini raccontano ma non spiegano.

Al posto della carta ora ci vorrebbe Lorenzo, un approccio terapeutico differente e non altrettanto efficace per la comprensione e l’elaborazione dei conflitti, ma che ne attenua i sintomi con effetto immediato. La sua presenza mi calmava, ma il suo istinto di sopravvivenza ha avuto la meglio e dubito che lo rivedrò. Lorenzo è un riservato, ragionevole, disciplinato ingegnere ma non è un punching-ball, tantomeno un gabinetto: quando ci siamo conosciuti ho rigettato su di lui tutte le mie frustrazioni, convinta che sarebbe rimasto pulito e vergine, pronto ad accogliere qualsiasi cosa non riuscissi a contenere, a prescindere dall’intensità con cui gli vomitavo dentro. Si è rivelato un essere umano e ben presto ho scalfito la pazienza e disponibilità che rappresentano la sua cifra stilistica. È fuggito dopo pochi mesi.

Così facendo, l’ingegner Testa è diventato motivo di ulteriore sconforto. Prima che gli uffici chiudessero, avevamo una nostra routine che ruotava intorno al momento del caffè. Lui entrava alle otto e trenta e accendeva la macchinetta, alle nove arrivavo, lanciavo un’occhiata veloce al bottone luminoso per controllare se fosse già stato premuto, svuotavo il contenitore delle capsule esaurite e preparavo il caffè per entrambi. A metà pomeriggio aspettavo che si alzasse per una pausa e mi slanciavo ad accendere di nuovo la macchinetta, prendevo una confezione nuova dall’armadio e lui in silenzio me la toglieva dalle mani: aveva notato che spesso rompevo la plastica con i denti. Con un gioco misurato tra pollici e indici apriva in due il pacchetto, senza guardarmi e continuando a parlare con i colleghi allungava il braccio verso di me per restituirmela, io allungavo il braccio verso di lui per riceverla, ruotavo di novanta gradi, la inserivo nello scomparto, facevo il caffè, ruotavo ancora e gli consegnavo il bicchiere. Danza conclusa. Nonostante fossimo insieme ad altre persone, trovavo questa scena molto intima, i miei movimenti si prolungavano nei suoi con linearità, a conferma di una naturale sintonia tra due persone così diverse. Non era vero un cazzo, Lorenzo voleva solo bere il caffè, e caricare di significato gesti che non ne hanno è sempre stata la mia cifra stilistica. 

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Fabio Mazzini ha votato il racconto

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Matteo Nati ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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É un testo gradevole, ma credo che avresti dovuto inserirlo nella sezione autobiografica o, meglio ancora, scriverlo in terza persona. Segnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
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Franco 58 ha votato il racconto

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L ho trovato bello, ma secondo me, avresti dovuto cominciare con "Ma tu, la spesa, la lanci?"... Sarebbe molto più efficace, come incipit... Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Lettura fluida, piacevole e che suscita simpatia (in senso etimologico)Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Finale sublime e incomparabileSegnala il commento

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Giovanni Cassani ha votato il racconto

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Silvia Sternativo ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Anonimo Piacentino ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Riconosco il mio frigo...:) e tutto il resto. Scrittura efficace. Piaciuto molto Segnala il commento

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di Fanny Fermine

Esordiente
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