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Umoristico

Una data da ricordare

Di EmiP
Pubblicato il 04/04/2018

Un giovane yuppie del 1994

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Non sapeva dove, né come né quando, sapeva solo che doveva arrivare prima che tutto fosse finito. Così iniziò la sua corsa disperata contro il tempo: se non si fosse fatto vivo non glielo avrebbero mai perdonato e le ripercussioni sarebbero state gravi. Era da un po’ di giorni che aveva notato una macchia sul calendario, sia a casa sia in ufficio. Quando si è così pressati dal lavoro da dimenticare i gesti più elementari, come andare al bagno, non c’è da stupirsi se non si degna di una profonda attenzione il calendario che pende inerme e inanimato sul muro! Quel giorno, dopo l’ennesima estenuante riunione fiume, si rovesciò nel suo ufficio e si arrampicò sull’ergonomica concedendosi tre secondi di pausa. Tre secondi importanti durante i quali i suoi occhi notarono che quella sul calendario non era una macchia, ma un cerchietto. Ci vollero altri tre secondi per capire che il cerchietto circondava un numero e che il numero era la data di quel giorno! Ora ricordava tutti i discorsi e le promesse buttate lì per scappare al lavoro: sembrava esser passata un’eternità ma era successo solo due giorni prima. Aveva sicuramente bisogno di una vacanza, ma in quel momento aveva solo un obiettivo: giungere alla meta prima che tutto avesse fine. Si catapultò dallo studio per raggiungere la sua auto ma, a metà strada, ricordando di averla lasciata al lavaggio, tornò allo studio per chiamare un taxi. La rimessa dei taxi era vicina e in cinque minuti si ritrovò seduto in mezzo al traffico mentre il tassista gli chiedeva la destinazione. Eh, già… Chi prende un taxi, solitamente, sa dove sta andando, ma lui dove doveva andare non era mai stato e quindi non conosceva l’indirizzo. Lampo di panico negli occhi. Il tassista gli suggerì paternamente, e non senza alzare gli occhi al cielo, di usare il cellulare per chiedere delucidazioni a qualcuno. L’idea era brillante e la eseguì meravigliandosi di non averla avuta personalmente. La vacanza, a quel punto, era d’obbligo!

Rispose una voce concitata che lui non riconobbe perché la batteria del cellulare era quasi scarica e la voce usciva distorta e a tratti, incomprensibile. Prima di farsi prendere dalla disperazione e mantenendo una certa dignità sotto lo sguardo compassionevole del tassista, notò una cabina telefonica e scese di volata dall’auto per conquistarla mentre metteva mano al portafogli. Vedendolo tornare indietro e intuendo il problema prima che aprisse bocca, il tassista gli allungò un po’ di spiccioli dal finestrino e lui, madido per l’ansia, ricorse alla cabina che, nel frattempo, era stata occupata da una vecchietta. Aveva le lacrime agli occhi, ma non si diede per vinto, guardò l’orologio e pensò che poteva ancora farcela. Nei suoi tre fatidici secondi organizzò il suo piano e l’anziana signora troncò la sua conversazione quando notò che lui aveva cominciato ad armeggiare con la chiusura dei pantaloni. Il fine giustifica i mezzi, pensò, chiamando la moglie che finalmente gli comunicò l’indirizzo. Era così contento che per un po’ riuscì quasi a rilassarsi affidandosi completamente alla guida veloce del tassista, al quale, intanto, stava raccontando il motivo della sua fretta. Non si rilassò ancora che l’auto prima rallentò e poi si fermò perché la strada era invasa da un corteo di scioperanti imbestialiti e tutte le auto erano fagocitate dalla folla. Ancora un’occhiata all’orologio, ancora uno sforzo per non mettersi a piangere di fronte al tassista, che si sforzava di non sorridere, e via a piedi, anzi di corsa per la città. Correndo gli cadde il cellulare davanti ai piedi degli scioperanti in testa al corteo e scattò la suoneria con l’inno di forza italia. Per tre lunghi secondi ci fu il silenzio totale e il blocco della piazza, non sventolavano più neanche le bandiere, forse si bloccò anche la sua circolazione sanguigna, ma una remota reminiscenza istintuale lo spinse a mollare lì il cellulare e a correre con tutta la forza che aveva nelle gambe e mentre correva, a dire il vero, si sentì anche un po’ vigliacco. Quella sensazione finì presto, sostituita da pura felicità quando giunse, trafelato, alla meta agognata. Dischiuse la porta e infilò la testa dentro per una rapida ricognizione, era chiaramente un ingresso ingombro di cappotti e cappottini, lanciò il suo sul mucchio e fece il suo ingresso in un ampia, accaldata e affollata sala, giusto in tempo per vedere la sua bambina al microfono, circondata da tanti altri bambini, salutare con un inchino e aggiungere, fissandolo con perfidia: “Giunge alla fine la recita che ogni anno si fa per fare tanti auguri a tutti… tranne che al mio papà!” Tutti i genitori e i parenti si voltarono verso di lui e lui, finalmente, svenne.

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