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Narrativa

Una giornata al parco

Pubblicato il 18/04/2017

Ma dove sarà finito il Vikingo?

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Ma dove sarà finito il Vikingo? L’appuntamento era alle tre. Come sempre, come tutti i sabati pomeriggio, alle tre al pratone. Va be’ che il Vikingo ha le sue, le sue storie, i suoi pensieri, ma poi si presenta sempre. Forse sarà solo in ritardo, non sono neanche le tre e mezza, mi pare. Anzi, aspetta che chiedo.

“Scusi! Sì sì, dico a lei, mi sa dire per favore che ora è?”

Ecco, avevo ragione, le tre e venticinque, il senso del tempo non l’ho mai perso. Almeno quello. Certo che era bizzarro quel tizio. Non si è neanche fermato e mi ha detto l’ora in corsa. Vestito così poi, con quella tutina aderente, lo zainetto tutto bello teso, un uovo sgargiante sulla schiena, le scarpe da astronauta dilettante. Astronauta dilettante, dai!, anche il senso dell’umorismo ce l’ho ancora. E sono due. Dico le cose che non ho perso. Ricapitolando: il senso dell’umorismo e il senso del tempo. Guarda guarda quelli. Poveretti. La moglie – deve essere la moglie – che lo spinge sulla carrozzella e il cagnolino che corre dietro a tutti e due. Che vita. Ma fa bene. Segregato in casa su una sedia a rotelle, almeno il sabato respira qualche soffio di aria buona. D’accordo, al Parco Lambro. Ma è meglio che niente. Anche in un giorno d’inverno – è febbraio no? Lo so che è febbraio, fa sempre parte del senso del tempo. Dietro gli alberi scheletrici, il cielo è lo sfondo luminoso di uno schermo rotto, i rami crepe provocate da un’enorme palla da bowling che ne ha colpito la base, dove tocca il terreno. Mi sto perdendo. Il Vikingo? Devo cominciare a preoccuparmi? Certo che è un sabato strano, poca gente al parco. Non c’è neanche il Guru, in cima al pianoro che si affaccia sul pratone a fare tai-chi o qualcosa del genere. Avrà quarant’anni, sempre abbronzatissimo, capelli scuri rigogliosi, petto nudo, piedi nudi, bandana nera sulla fronte, pantaloni neri. Un mito, il Guru. Ma cosa c’è là sul pianoro, invece? Una tenda? Con un grande ombrellone davanti. Qualcuno bivacca. Chissà come la prenderà il Guru quando arriva. E il Vikingo non arriva, saranno già le quattro meno venti. Allora faccio un giro, vado a cercarlo, sarà qui intorno. Tipo strano, il Vikingo. Alto, fisico imponente, capelli lunghi biondi, occhi d’acquamarina, cammina a passi lenti e regolari, guarda sempre davanti a sé e parla pochissimo. Ma capisce tutto. Anche io sono un tipo taciturno, forse è per questo che andiamo d’accordo. Intanto sono arrivato al laghetto sotto la collinetta di via Feltre. Ma non la collinetta Thailandia, dove la Grassa vende il fumo buono, il nero, l’afgano. La Thailandia – che poi l’hanno battezzata così i giornalisti – è dietro il pratone, o davanti, tutto è relativo. Bello il lago, quieto. Le sponde gialle e marroni s’insinuano sotto l’acqua quasi chiedendo permesso. Sembra persino pulito, il laghetto. Incredibile. D’altra parte me lo ha raccontato il Professore che Lambro deriva dal greco Lamprós: splendente. Eh sì, un tempo il fiume Lambro era limpido. Il Professore. Simpatico. Un tossico con sempre un libro in tasca. Dice che riesce a leggere solo dopo una pera. Giura che solo quando lo schizzo gli fa effetto trova la concentrazione. Chissà che agitazione ha dentro. E quelli che diavolo fanno? Sono matti.

“Ehi attento! Attento!”

Per poco non fa un volo. E non c’è bisogno di guardarmi così male, gli ho solo detto di stare attento. Su quelle tavole a rotelle, a fare salti e capriole, un attimo e ci rischi la pelle. Ma quanti sono oggi? Molti più dell’altra volta. Ci sarà un raduno di – come si dice? Skaters? Rumore di macchine. Il parco finisce. Niente, qui il Vikingo non c’è. Torno indietro. Dall’altra parte, verso i ponticelli, ogni tanto il Vikingo bazzica lì. Che calma, oggi. Forse troppa. Meno male che nella spianata al di là del fiume stanno giocando a calcio. Le voci dei ragazzini tengono compagnia. Mi è sempre piaciuta, la spianata. La chiamo la savana. Severa, uniforme, immensa, è disturbata soltanto da qualche albero dispettoso. Inutile cercarlo laggiù, il Vikingo, non ci va mai, una volta ha bofonchiato che gli fa paura. Però, quanto sto camminando. Sono già alla selva: l’Impenetrabile. L’ansa del fiume cela misteri tra le piante e gli arbusti che si contorcono in una lotta congelata. Secondo me, qui un milione di anni fa sono sbarcati gli alieni e qualcuno di loro vive ancora nascosto tra fronde e radici, ossa di dinosauri e teschi di bufali preistorici. Ma che cosa mangeranno, ’sti alieni? Certo! Topi! Pantegane. Un cartello: “Derattizzazione”. Poveri alieni, il conto alla rovescia è cominciato. Non manca molto ai ponticelli. Ecco gli otto gradini, accanto al ponte grande. Saliamo, va’. Da questa postazione si può vedere tutta la pianura dei ponticelli, fino alla ‘sciura’, la stradina dietro, dove vendono il fumo. Meno male che non fumo più. Ora faccio come gli esploratori: porto la mano piatta, a visiera, sulla fronte e scruto l’orizzonte. Scruto. Niente. Il Vikingo non c’è. Non c’è proprio nessuno. Proprio un sabato di merda, al parco. Già, sarà che è inverno. Posso distrarmi osservando le piante. Il Professore mi ha raccontato che, tra le due guerre, l’idea era ricreare qui al parco la varietà della vegetazione lombarda, per quello c’è un sacco di roba diversa. Lombarda, poi, va be’ che non ho girato molto, anzi, non ho viaggiato affatto, ma mi pare che al parco ci siano tutti i vegetali del mondo, un po’ come alle Azzorre. Grazie Professore. A proposito, dove sarà il Professore? Se è fatto, ci si parla proprio bene. Magari al pratone. Torno là. Il sentiero è tranquillo, anche la fontanella dove i tossici lavano le spade è poco frequentata oggi. Non so se sia un bene o un male. Senza neppure i tossici mi sento proprio solo. Un momento. Segnali di vita. Una mamma spinge la carrozzina del bimbo e, in fondo, sull’erba inaridita, un gruppo di ragazzi gioca con birilli, aste, corde. Fantastici, i giocolieri. Mi sarebbe sempre piaciuto fare – che so? – il funambolo, l’acrobata, il mago. Soprattutto il mago. Ecco il pratone. Ma… la signora con il bambino è svanita, e pure i giocolieri. Nessuno. Deserto. Non c’è più nessuno. Dove sono finiti tutti? Che ansia. Respiro. Ansia. E il Vikingo dov’è? Saranno le quattro e mezza. Il Vikingo dov’è? Non può avermi abbandonato. Dove sei Vikingo? Dove sei amico mio?

“Vikingo! Vikingooo!”

Oddio ma sono in mezzo al pratone. Panico panico panico. “Vikingoooooooooo!”

Shhht. Shhhhht. Zitto. Forse qualcuno mi risponde, parla. Sì, è una donna. Chi è quella lì? Che cosa dice? Non capisco, troppo rumore in testa. Shhht! Zitti, zitti tutti! Devo ascoltare questa donna. Donna. Le parole, le parole, onde soffici che si dilatano e si comprimono, capisco le sue parole.

“Luca, per favore, sono Laura”

Luca? Sono io. Laura? Laura.

“Sì, Luca, vieni, andiamo a casa. Andiamo, vieni.”

È dolcissima.

“Ma Laura, non posso, sto aspettando il Vikingo.”

“Il Vikingo non verrà, Luca.”

“Non verrà? E perché?”

“Perché sono cambiati i tempi, il tempo è passato. Siamo nel duemiladiciassette”

“Duemila… diciassette?”

“Esatto. Duemila e diciassette.”

“Duemila e diciassette. Duemila e diciassette. Mio dio. E pensare…”

“E pensare?”

“Che credevo di non averlo perso, il senso del tempo.”

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di Matteo Speroni

Ospite Belleville