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Romance

"Il vero amore vuole il bene dell'amato"

Pubblicato il 14/05/2019

Lettera incompiuta e mai spedita, ritrovata tra le carte dopo la sua scomparsa, di un giovane (e patetico) linguista all'amata.

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Mia cara,

la prima cosa che devo dirti è che il tono di questa mia lettera non sarà triste, nonostante si tratti di una lettera d'addio.


Ogni comunicazione umana, vis-à-vis o mediata dalla penna, deve sempre risolvere due problemi: come veicolare il significato e come trasmettere l'emozione. Come farsi capire senza fraintendimenti? Come far capire il tono, l'emozione, di ciò che stiamo affermando?

Ecco, tra noi è sempre stato così: parliamo poco e male, e ci capiamo peggio.

Tuttavia, ciò che trovo splendido tra noi è che non ci siamo mai capiti, ma ci siamo sempre compresi. 

Ecco, mi prende la solita vena di spocchiosa saccenteria, ma ascolta, mia cara: capire e comprendere sono due cose diverse.


Capire è capere, cioè afferrare, ma con la radice greca καπ-, che sarebbe il manico (ma anche la testa di una persona o il capo della corda). Letteralmente, capire vuol dire afferrare qualcosa per il manico o per il capo, legarla e portarsela via. Quando capiamo qualcosa, la possediamo, la mettiamo in tasca e ce la teniamo per sempre.

Non ti ho mai capita, è vero, ma posso dire di averlo fatto volontariamente: non ti ho mai voluta possedere o conquistare perché... perché non credo nella proprietà privata! Figurati se credo di poter possedere una persona, per giunta straordinaria come sei (nonostante tu ti ostini a negare la tua straordinarietà).

Non ho mai voluto diventarti indispensabile o che tu lo diventassi per me, non ho mai voluto farti oggetto (che è già brutto di per sé) di una passione tutta libresca, e perciò finta, fatta solo di: ti amo e di: sei mia, oppure di: ti ho scelta, ti ho voluta, o chissà quali altre baggianate da Orgoglio e Pregiudizio. Per quante poesie possa aver scritto, io non sono Petrarca e tu non sei Laura. Non sei una donna-angelo: sei una donna, sei bella e ti amo, ma non sei solo un ideale perché sei vera. Odio gli angeli. I cristiani hanno rapito le antiche vittorie alate e ne hanno fatto piccioni effeminati per consegnare i messaggi di Dio, e molto spesso sono brutte notizie.


Comprendere, invece, è più bello perché prehendere deriva da una radice ariana e gli arii vivevano in tribù semi-nomadi, avevano proprietà collettive. Deriva da una radice hand- che vuol dire circondare con le mani (in inglese sono ancora hands), in pratica: abbracciare. Sarebbe già abbastanza, ma (pre-)hendere è abbracciare stando l'uno davanti all'altro. Perciò, (cum-)(pre-)hendere vuol dire abbracciarsi reciprocamente stando l'uno davanti all'altro

Questo sento di averlo fatto: senti di averti compreso. Sento di aver capito quando c'era una vena di tristezza nel tuo sorriso, oppure quando un fatto, per me magari brutto, per te era solo un sassolino lungo il cammino. Sento di aver capito quanto ti abbiano colpito le tue vicende, la confusione per il futuro; il timore di non sapere più quali siano le tue vere ambizioni; la paura di non aver fatto abbastanza o di doversi fare aiutare, con il dubbio, poi, di non essere più capace di fare da sola. 

Sento di aver capito quanto ti faccia male il mio atteggiamento...

Sento anche di aver capito il valore che ha per te la famiglia, ma anche le catene che ti porti dietro. 

Ho capito quanto ti renda felice la vita che stai costruendo con la persona che ami davvero.

Anch'io mi sono sentito compreso da te: quando mi cogli nel mio vittimismo e cerchi di scuotermi, ma pure quando capisci che, in certi casi, non è vittimismo, ma è un disagio concreto; quando capisci i miei dubbi sul futuro, così simili ai tuoi; quando capisci la mia paura di stare solo e, al tempo stesso, il mio strano bisogno di tenere a distanza le persone. Mi sento compreso quando mi ascolti e parlo per la prima volta in vita mia: di famiglia, di battaglie (piccole e grandi), di opinioni, di libri, di musica, di cinema.

Non sempre siamo d'accordo: adoro quando non lo siamo e hai ragione tu.


Tutto quello che io chiamo comprensione, tu lo chiami affinità

Ad-finis è avere un orizzonte in comune, ma molto più banalmente (finis è il confine di una proprietà), vuol dire vivere nella stessa casa

Goethe ha snaturato questa parola: si è immaginato i rapporti umani come il prodotto necessario di reagenti.

Ma l'affinità è il sentimento che si costruisce con una lunga frequentazione; è il vincolo che nasce nel matrimonio e che finisce per legare il coniuge ai consanguinei dell'altro coniuge. Cerca pure sul dizionario. In questo senso, indica la vicinanza tra persone che, frequentandosi, parlandosi, avvicinandosi, si amano.


Questo è quello che siamo, io e te: siamo due persone che si vogliono bene oltre quello che è normale; siamo due persone affini, come dici tu, o comprese, come dico io, a cui mancherebbe soltanto la scommessa di tentare una relazione per vedere se siamo anche le persone giuste. Per cosa? Per vivere assieme. Se tu non avessi già trovato ciò che cerchi, sono convinto che ci avremmo almeno provato.

Quello che siamo è bellissimo, anche se dobbiamo dirci... 


Vorrei tanto che tu smentissi questa lettera... ti amo..

Tuo,

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Commenti degli utenti

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Caucasica ha votato il racconto

Esordiente

Mi è interessato il saggio, ho sentito poco l’emozione. Ben scritto però. Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

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Linea O Linda ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Un po' troppo intellettuale per essere una lettera vera. Comunque interessanti le etimologieSegnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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di Francesco Mola

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