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Narrativa

Una pietra non sempre resta una pietra | Parte 1

Pubblicato il 16/04/2021

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Un silenzio pesante lasciava spazio al rumore dei motori delle automobili che scorrevano rapide, lasciando odore di gas di scarico nell’aria, nella strada larga e piena di buche che passava sotto la stazione Stalingrad a Parigi. Un’insegna al neon, attaccata all’edifico affacciato alla metropolitana, brillava rossa nel buio delle 6 del mattino ed un corteo di uomini e donne, ancora con il segno del cuscino evidente sul viso, salivano le scale che portavano al binario della linea M2, chi fumando, chi con lo sguardo fisso nel vuoto, come a cercare qualcosa di invisibile sul lato opposto delle rotaie.

Sedute sulle sedie blu della stazione, diverse statue dal sangue caldo attendevano l’arrivo del treno. Una di queste tamburellava le dita: pollice-indice, indice-pollice, pollice-anulare, mignolo-pollice. Quando non erano chiusi, a cercare i 10 minuti mancati di sonno, gli occhi neri e profondi dell’uomo fissavano il pavimento e ne seguivano le linee. Due enormi occhiaie occupavano gran parte del suo viso e sembravano quasi schiacciare le labbra verso il basso, serrandole in una linea dritta che non lasciava trasparire emozioni.

All’arrivo del treno la natura morta di questo quadro si risvegliava e, come dirette da un direttore d’orchestra invisibile, le statue di cera si scioglievano dalla loro posizione, muovendosi con un armonioso balletto verso le porte scorrevoli che si stavano aprendo, lasciando entrare tutti. I già occupanti del treno guardavano i nuovi arrivati salire, scambiando sguardi muti ma intensi con chi gli si andava a sedere accanto, condividendo senza parole la comune difficoltà nel trovarsi lì in quel particolare momento. L’uomo stava portando un paio di cuffie alle orecchie e guardava fuori dal finestrino. Il buio all’esterno impediva alla città di mostrarsi e così il vetro gli restituiva l’immagine del suo viso riflesso, che però lui non guardava, distogliendo lo sguardo e richiudendo le palpebre sui bulbi oculari. Dopo la stazione di Barbes Rochechuart la M2 si infilava nella terra come un lombrico e il mondo esterno diventava un tunnel dove né il sole né la pioggia arrivano mai ed il buio è costante. Le pareti del tubo nero erano decorate da migliaia di graffiti, segni indelebili del passaggio di qualcuno che sentiva il bisogno di lasciare una firma visibile solo per la frazione di secondo in cui ci si sfrecciava davanti.

Una nota alla volta, una leggera melodia di pianoforte massaggiava la corteccia cerebrale dell’uomo, inviando impulsi verso il resto del corpo. In particolare verso le mani, dove le dita come in un mantra continuavano: pollice-indice, indice-pollice, pollice-anulare, mignolo-pollice.

Il rumore simile a quello di un allarme anti-incendio indicava l’apertura delle porte. La stazione Anvers si presentava alla vista praticamente deserta e solo un ragazzo, dall’odore di tabacco con punte di pioggia, entrava e si metteva a sedere dirimpetto all’uomo. Estraeva dalla tasca un libro con la copertina ruvida e sottile, gli spigoli del tascabile erano mangiati dal ripetuto gesto apri-chiudi, la loro tinta rossa sbiadendo faceva riaffiorare il naturale bianco della carta. Il nero profondo degli occhi dell’uomo si fissava per qualche secondo sulle lettere impresse sulla copertura, leggendo uno dopo l’altro i caratteri e unendoli in titolo e autore: L’artefice, Jorge Luis Borges.

Il ragazzo dall’odore pungente estraeva una penna e un diario dall’altra tasca, seguito nel movimento dallo sguardo incuriosito dell’uomo dinanzi a lui. Lentamente e con precisione l’inchiostro della penna, guidata da un fluido movimento di mano, si fissava sulla pagina aperta, scrivendo Io sono destinato a perdermi, definitivamente, e solo qualche istante mio potrà sopravvivere nell’altro; la pietra eternamente vuol essere pietra e la tigre, tigre*.

I freni schiacciavano contro le ruote dando l’impressione che il treno stesse fischiando, fermandolo al binario della stazione Villiers. All’apertura delle porte un rigagnolo di passeggeri scendeva, compreso l’uomo dal sorriso piatto.

Ora metteva un piede davanti l’altro per scendere le scale che portavano al binario della linea M3, direzione Levallois. Le dita scivolavano sul corrimano seguendone la forma, i piedi sbattevano a ritmo costante sui gradini, il corpo fluttuava nella discesa e il suo sguardo restava fisso avanti nel vuoto.

Il treno arrivava e come in un rituale ridondante si susseguivano il rumore, l’apertura delle porte, la danza degli attendenti verso l’interno, gli sguardi degli occupanti, il sedersi, l’isolarsi e l’attesa fino alla fermata di discesa che per l’uomo arrivò a Luise Michel.

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Il puma del Sîambù ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Concordo con Gianpiero Pancini: alcuni dettagli sono necessari, ma troppi distraggono il lettore. Mi ha incuriosito il titolo e poi adoro Borges. Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Annacod ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Mi piace l'idea di questo viaggio del pendolare?) che ancora non so dove mi porterà e alcune descrizioni come quella delle occhiaie che schiacciano le labbra, le dita che si muovono etc. . Altre mi appaiono eccessive, tolgono a me la possibilità di immaginare la scena. E comunque aspetto il seguito.Segnala il commento

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. ha votato il racconto

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di Zaccaria Chelli

Esordiente
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