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Narrativa

Una riunione tra scrittori, una fuga dal lavoro, una serie di fatti surreali e ridicoli… niente male

Di Walter White - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 21/04/2017

Una giornata folle.

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A volte mi sveglio sentendomi un mostro.

A volte mi sveglio e trovo il mondo mostruoso.

Niente male.

Ieri alle cinque del mattino lei dormiva al mio fianco. Io pensavo a Oscar Wilde.

Niente male davvero.

M sono raso con cura, mi sono cibato con piacere, mi sono vestito con meticolosità. A volte mi pare di esser vero, un vero scrittore in carne ossa e follia.

Fuori di casa: il prato rigoglioso, un piccione solitario, il silenzio.

Ho camminato mani in tasca, capelli frugati dal vento e sorriso abbozzato.

Lello il Folle dormiva abbracciato alla sua sbornia, gli ho gettato addosso un foglio con i miei versi. Come sempre. Non appena sveglio, sarebbe corso a New York, salito sullo sgabello, e avrebbe iniziato leggere i miei versi come fossero suoi. Lui sapeva che farne, ne ricavava di che vivere.

La mia vicina di casa stava, come sempre, alla finestra, stringeva un seno tra le mani, sorrideva dell’offerta, pregustava la mia gioventù, la mia furia, la mia inesperienza. Ho allargato il sorriso. Ho continuato a camminare. Non avrei certo succhiato verità da quel seno, né tanto meno essenza.

Niente male un cazzo.

Ho camminato per due isolati, senza quasi vedere le case scorrere al mio fianco. Sono arrivato alla catapecchia del Re. Ha assunto una nuova colf che si prende cura del suo inconscio. Mi sono fermato a osservare il cortile disordinato e sporco. La nuova colf stendeva le teste dei figli del Re ad asciugare al sole. Le appendeva al filo per le orecchie, con molette di un verde acceso; le teste sgocciolavano sangue. La vecchia colf è stata licenziata perché ha fatto confusione: ha montato teste su corpi sbagliati. A casa del Re, questo errore non può essere tollerato. La colf si è voltata, mi ha rivolto un frettoloso cenno di saluto, un nugolo di api è volato via dalla sua bocca. Le ho sorriso e ho sono andato via.

Questo ieri.

Una giornata come tante. Monotonia e follia in mescolio.

Oggi voglio fuggire.

Luogo di lavoro: una scatola nera senza porte né finestre, ci entro smolecolarizzandomi e ci passo otto ore, decido gli obiettivi e li perseguo, li raggiungo e ne fisso di nuovi. Questo è il mio lavoro. Solo e prigioniero di numeri del cazzo, io che amo le lettere.

Decido per un diversivo: non vado in ufficio, prendo il primo volo.

In fila per il check in rifletto sulla possibilità di farmi saltare in aria. Non si può controllare tutto il mondo se il mondo va a rotoli, non si può passare al metal detector ogni fottuto essere in viaggio. Viaggiano tutti: guerriglieri e missionari, cantanti e psicopatici. Soddisfatto di questo pensiero, decido di non farmi saltare in aria, magari in futuro, ma oggi no.

Una volta sull’aereo, apro il corano, riprendo la mia lettura. Per carità, capisco quello che capisco, come tutti. Cerco qualche frase che confermi la tesi di Massimo Fini, o di Filippo Giordano, o di chiunque. Trovo solo parole.

La follia sta nel lettore. La follia sta nell’interpretatore. La follia sta in me.

Scendo dal cielo ed esco dalle lamiere, cammino sgangherato, mezzo moggio, mezzo sornione. Ho ristretto il mio sorriso.

Niente male.

Fuori dall’aeroporto: Ambrogio in attesa, lo sportello dell’auto aperto. M’infilo a forza tra i cioccolati; c’è veramente poco spazio e ancor meno aria. Arriviamo nei pressi del grattacielo. Scendo dall’auto mandando affanculo Ambrogio, sono o non sono una star? Entro nel grattacielo. Ultimo piano. L’ufficio pieno. Una sedia a capotavola.

La raggiungo, mi siedo, m’impongo uno sguardo a metà tra lo scazzato e l’adirato.

Sono ridicolo.

Niente male un cazzo.

Il Paso spiega: «in altre parole, l’ideologia di uno scrittore, è la sua ideologia politica, condivisa, come fatto logico e morale, con tutti coloro che la pensano come lui.»

Amelie Posse Bràzdova esclama che dire le bugie non le conviene, in quanto si realizzano sempre, puntuali come treni giapponesi.

Charles, seduto con un fiore del male all’occhiello, tiene alto un pezzo di cartone con su scritto: mi smania ai fianchi, incessante, il Demonio.

«Qualcuno chiuda la porta» vorrei urlare e invece biascico, senza che nessuno prenda in considerazione il mio ordine. La mia autostima si ammoscia, la mia voglia di chiacchiere evapora come alcol nel ragù.

Sergio si alza, fa’ cinque rapidi e cortissimi passi, si volta verso me e sussurra «addio». Sembra un invasato, prima di diventare scimmia, e poi altro ancora…

Apro il mio blocco degli appunti, ho stilato un elenco delle persone da cacciare via: Pampaloni, Dallamano, Mondo, Listri, Marabini, Virdia, Vigorelli, Bevilacqua, Scrivano, Baldacci, Petroni, Innamorati, Lauretta, Sgorlon, Maffia, Di Biase. “L’Italia ha il suo romanzo antropologico”, dicevano in coro. Troppi giudizi critici, per quanto mi riguarda.

«Scrivetelo Voi un cazzo di romanzo/saggio perfetto.» Urlo.

Pampaloni, Dallamano, Mondo, Listri, Marabini, Virdia, Vigorelli, Bevilacqua, Scrivano, Baldacci, Petroni, Innamorati, Lauretta, Sgorlon, Maffia, Di Biase alzano i loro culi dalle sedie, mi mostrano all’unisono ciascuno il proprio dito medio e cantano in coro: «L’Italia ha il suo aspirante scrittore che nel tentativo di chiamarsi fuori dal coro, nel coro ci sta fino al midollo, nel coro stona, nel coro puzza. Fanculo allo scrittore esordiente.»

Grazia mi si avvicina, fiera barbaricina, in mano tiene delle canne mosse dal vento, le sorrido, «Sarebbe cosa buona se tu ci facessi delle launeddas da queste canne». Non mi risponde. Dovrei mandarla affanculo? Mi si noterebbe di più nel caso in cui mandassi affanculo un premio nobel o nel caso in cui non lo facessi, pur avendo tutte le ragioni per farlo?

Tiziano importuna tutti quanti, scrutando le etichette delle camicie. È enorme.

Sade, in piedi, propone una gang bang.

Buk si scola il vino, «Parla di vino nelle tue storielline, provaci. Potrebbe essere interessante.»

Gli rispondo che non so di che dparla. Guardarlo mi da il voltastomaco, altro che idolo per aspiranti scrittori. Lui trangugia ancora vino poi sbotta: «e non telefonarmi mai più! Mi avete rotto il cazzo, tutti voi mi avete rotto.» L’ultima parte della frase l’ha sussurra, poi si mescola al suo vino.

Zola prova a chiudere la riunione, «questo è solo uno scannatoio» dice.

Vanno via tutti, io resto, con il mio blocco aperto, con la bocca aperta, con il cuore spalancato, con la testa in bilico.

Niente male davvero.

Penso che quando uno caga, che sia un grande scrittore, un aspirante idraulico, un direttore d’orchestra o una casalinga, poco cambia, la puzza è grosso modo la stessa.

Ho pensato che in fondo, di rientro nella mia casa, fermarmi dalla mia vicina di casa e perché no, potrei anche prendere in considerazione l’idea di succhiarle il seno.

Ho pensato che in fondo, potrei fermarmi da Lello il folle e perché no, potrei strappargli dalle sua mani sudicie i fogli che gli ho consegnato, potrei andarci io a New York, potrei salire io sullo scanno e parlare di seni da succhiare…

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Anonimo ha votato il racconto

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Una giornata resa diversa dalla percezione della "Follia" che ogni risveglio porta nascosta in se...percezione ben espressa in poche righe.Segnala il commento

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baccaja ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Abbastanza folle da piacermi, per uno che lavora con i numeri ;)Segnala il commento

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Ippolita ha votato il racconto

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